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Il lavoro e la morte

Marzo 31, 2008 · Nessun Commento

Da La Repubblica
“Incidenti fotocopia a Caserta e a Teramo. Nella città campana la vittima aveva 39 anni ed era sposato con figli. In Abruzzo ucciso un romeno di 44 anni”

Questa è la contabilità di oggi.Mancano gli invalidi, quelli non contabilizzati perchè il cancro non fa fede, quelli che si sono suicidati perché a loro il lavoro manca ed altro ancora.
Qualche tempo fa, qui da noi a Torino, un operaio della Thyssen si è impiccato. Dicono che quando ti appendi ad un cappio ci metti un pò a morire. Ti pisci addosso e lo sfintere non tiene. Se sei fortunato ti si rompe l’osso del collo, altrimenti aspetti che l’ossigeno non arrivi più ai polmoni. Ti agiti e forse provi a liberarti. La questione è che ti manca la forza e la lucidità per cambiare corso a quella decisione.
La scorsa settimana in Sicilia un altro si è dato fuoco.

In qualche post dotto di qualche tempo fa, si parlava delle eredità negative del 68.Una di queste era la messa in discussione del”lavoro” come fonte di ricchezza, come elemento nobilitante della condizione umana.
Si contestava questa eredità, rimarcando come neanche Marx arrivasse a tanto nella sua critica ai meccanismi dell’economia liberale e borghese.

Era evidente la distorsione del pensiero, Marx in realtà ha sostenuto che “una volta realizzatesi determinate condizioni e trasformazioni oggettive e soggettive, il lavoro non sarebbe stato più un mezzo per guadagnarsi da vivere, ma il principale bisogno dell’uomo”

Quello che rimane del lavoro, per gran parte delle persone, è l’estraniazione che esso fornisce rispetto al suo risultato ultimo a chi è produttore di quel risultato.
Il lavoro è, per gli economisti, un fattore della produzione. Un costo e non una condizione di vita di un soggetto.

Se quello è il perimetro, l’essenza positiva del lavoro è dato per lo più (in una società come la nostra) dalle possibilità che il reddito che ne ricavi possa rendere “ricco” il tuo tempo di non lavoro.La misura è ciò che riesci a consumare in più rispetto a ciò che ti serve per sopravvivere.
Oggi per molte persone la soddisfazione è in quello.Non nel lavoro.
Se sei fortunato e ti gira bene (fai l’avvocato o lo scrittore ad esempio) nella natura stessa della tua attività puoi trovare qualcosa in più rispetto alla massa delle persone.

Al contrario non aspetti altro che il tempo scada per toglierti dalle balle e riprenderti un pò del tuo tempo.
Questa condizione qualcuno, nel 68 prima e nel 77 poi, l’ha evidenziata e portata in superficie.Ha contestato il lavoro perché contestava quella condizione dell’individuo.
Oggi quando sei stretto tra l’alienazione della tua condizione e la fatica di sopravvivere cosa ti rimane?Non ci sono più soggetti interessati a riorganizzare per trasformarla quella condizione.A darti una speranza. E allora ci tocca contare, insieme a chi cade da un’impalcatura, chi preferisce chiudere con una corda o una tanica di benzina il suo passaggio.

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Il paese semplice

Marzo 29, 2008 · Nessun Commento

Veltroni ha parlato di un paese semplice.
La semplicità riporta ad uno stato dell’ esistenza, del vivere quotidiano, in cui ti mancano le ragioni per vivere in modo conflittuale i tuoi rapporti con gli altri. Affinché manchino queste motivazioni, queste cause scatenanti, cosa è che dovrebbe renderci tranquilli e soddisfatti?
E come risolverà la questione del conflitto quel tipo di paese?
E’ lo stesso paese da sempre.
E questo ci viene a raccontare che vuole un paese senza spigoli, come se non avessimo già dato abbastanza.
La visione che ha della società il partito democratico è un misto tra quanto possiamo ricavare da una dichiarazione di Rutelli e quanto ci dice Gianni Letta.
Durante un’intervista l’ex radicale ha affermato, riferendosi a ciò che si può osservare dalla finestra di un albergo di lusso, che “Sa cosa si vede affacciandosi da lì? Prima di tutto vecchi materassi e poveri barboni sul camminamento di Porta Piciana. E le pare che si possano pagare 700 euro al giorno per un panorama così?”.
Il nipote dell’altro Letta ha risposto a Bertinotti, che definiva ilPD come il partito dei lavoratori e degli imprenditori, in questo modo ” Come si fa a pensare lavoro e impresa contrapposti quando di fronte c’è la Cina?”
In sostanza un paese in cui lo sporco è meglio metterlo sotto il tappeto (dove?) perché l’immagine che diamo non può accettare che una realtà di quel tipo riporti tutti con i piedi per terra.Un paese da armonizzare al basso, riducendo la questione del convivere e degli interessi agli interessi dell’impresa e del mercato. avendo come punto di riferimento un concetto della crescita della ricchezza e della sua distribuzione legato al PIL, alla produttività e a quant’altro faccia parte dell’armamentario di un’azienda. Che la questione sia anche quella di ridistribuire equamente quello che c’è già, quello che è stato rapinato negli anni e consolidato in rendite di posizione e conti bancari esteri sembra un non problema.
Che questo modo di vedere la realtà (e di imporlo) produca di fatto emarginazione, violenza e conflitto sembra non sfiorare le certezze di questi riformatori.
E quanto è diverso questo realismo dalla filosofia dei padroni, ad iniziare dall’800 per arrivare fino ad oggi?
Non c’è novità nell’idea del paese semplice. La sua ideologia è quella di un paese che rinuncia alla “dialettica” ed al”conflitto”per il bene supremo della nazione.Un modo di vedere le cose che può giustificare qualsiasi cosa come guerre e rinuncia a diritti.Ed è una visione moderna questa? O non è la visione disperata di chi in realtà non ha progetti e tira a campare?Dove è la novità rispetto al pensiero “forte” del primo capitalismo selvaggio?
Cosa volete che ci importi del paese semplice quando il punto è sopravvivere?
Quello che pensiamo, al contrario, è che non si può prescindere dalla complessità se si vuole riformare in senso solidale e con un progetto sostenibile per noi e per le future generazioni questo paese.Se il punto è la competizione economica abbiamo già perso.
Nel video che propongo, c’è la testimonianza della complessità e del conflitto. Di quello che divide e non potrà mai unire.Delle ragioni che fanno avanzare e non arretrare.E’ vecchio si dirà. Ma ascoltateli bene quei lavoratori e provate ad indagare come fece Pasolini tra cantieri e boite o call center. Pensate di trovare parole o rabbia diversa?La realtà è che ci manca Pasolini, il resto è immutato nel tempo.

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L’antifascismo e la recensione di Cuori Neri

Marzo 28, 2008 · Nessun Commento

La recensione di Cuori Neri fatta da Valerio Marchi su Carta e ripresa da http://www.carmillaonline.com/, mi porta a parlare di un argomento desueto:l’antifascismo.

Per chi ha militato, come me, negli anni a metà tra il 1970 ed i primi anni 80 questo tema era pratica quotidiana militante. Pratica nelle ronde, nella difesa degli spazi occupati (circoli giovanili), nelle occasioni di confronto a scuola o nelle università (votazione per i decreti delegati), nella negazione degli spazi e della possibilità di fare politica per le persone che aderivano a quelle organizzazioni.

Torino ha visto, in quegli anni, scontri molto duri.L’assalto alla sede del MSI in corso Francia al n° 19, l’incendio del Bar Angelo Azzurro e la tragica morte di Roberto Crescenzio e decine di episodi fatti di scontri fisici e pestaggi.

La militanza era una militanza dura, fatta con la spranga a portata di mano, con la ricerca dell’avversario nei suoi luoghi di ritrovo e con la caccia continua.

I fascisti erano persone che rivendicavano la loro appartenenza e la loro storia senza finzioni.Si presentavano davanti alle scuole per volantinare e si difendevano mostrando il “trono (pistola)” quando partiva la rappresaglia.

Noi sappiamo cosa ci ha diviso e cosa ci divide, è parte di una storia che parte da lontano e che rivendichiamo tutta. Per questo motivo concordo con quanto è scritto nella recensione sul libro di Telese. La storia alla camomilla raccontata così tanto per scrivere non rappresenta quello che è stato.Noi non abbiamo paura di rivendicare quelle azioni e quell’antifascismo perché è parte del solco che ci dividerà per sempre.



Cuori neri di Luca Telese ripercorre le tragiche vicende di 21 vittime “fasciste” del sanguinoso scontro politico che ha segnato l’Italia a partire dal 1970, con un approccio destinato a suscitare polemiche sia nella destra radicale che nell’intera sinistra, senza peraltro poter essere considerato - in questo suo “scontentar tutti” - semplicemente “obiettivo”.
L’impressione prevalente, scorrendo le pagine del libro, è infatti quella di un testo che utilizza un passato doloroso in funzione della più stringente attualità politica.

Del resto, basta leggere gli articoli di Telese pubblicati sul Giornale [si trovano anche sul sito www.lucatelese.it], per comprendere gli umori di un giornalista culturalmente organico al Polo delle Libertà, ansioso di avvalorare la tesi di un’Italia da sempre dominata dai “comunisti”, al punto da riscrivere un buon pezzo di storia e di spalmare di uno sgradito - anche ai diretti interessati - “buonismo” un’area che il Polo tenta di inglobare nel proprio blocco elettorale.
Telese, del resto, non ha come obiettivo rendere onore all’area nazional-rivoluzionaria, che anzi viene “devirilizzata” attraverso la minimizzazione sia delle sue gesta che della stessa militanza di gran parte delle vittime. Chi ha vissuto quegli anni sa come, a sinistra come a destra, la passione e l’impegno per la politica fossero totalizzanti, assoluti, con un senso del sacrificio che sfiorava addirittura il fanatismo. Sapevamo - sono nato nel 1955, quel ventennio l’ho vissuto intensamente ed in prima persona, ed ancora oggi non avverto la necessità di pentimenti o di abiure, ma soltanto di una doverosa assunzione personale di responsabilità collettive - i rischi che correvamo e che facevamo correre al prossimo. Eravamo giovani e forse incoscienti, ma certamente non inconsapevoli di quanto ci avveniva attorno. Anzi, era proprio la consapevolezza della durezza dello scontro a renderci, a nostra volta, duri ed a tratti spietati.
Se alcune di queste 21 vittime sono infatti totalmente inconsapevoli, come il piccolo Stefano Mattei o lo studente apolitico Stefano Cecchetti, nella maggior parte dei casi si tratta di militanti a tempo pieno, forgiati negli scontri di strada che allora - ed anche oggi, se a qualcuno interessasse leggere la realtà per quel che è - segnavano il paese. E l’opera di banalizzazione della passione politica che Telese compie è tale da mancare spesso di rispetto alle vittime stesse: nel caso di Emanuele Zilli si parla ad esempio di un suo avvicinamento alla Giovane Italia, che “Nel Sud ha un radicamento profondo, legato anche alle attività collaterali, ricreative o sportive. Spesso nelle sezioni del Msi c’è un accessorio ludico che a sinistra sarebbe considerato un segno di pericoloso degrado culturale: il flipper” (pagg.124-5); Mikis Mantakas “non vuole scegliere”, ma poi frequenta un bar vicino la sede del Fuan di via Siena dove conosce “Una ragazza, poco più piccola di lui e molto carina, che lavora come segretaria nella sede nazionale del Msi” (pag.220); Sergio Ramelli porta i capelli lunghi e diviene “forse proprio per questo un bersaglio” (pag.269). Anche Mario Zicchieri è una delle “vittime” dei flipper (pag. 334), mentre Angelo Pistolesi, fondatore di una sezione missina, viene definito “fascista per caso” (pag.426). Roba da far rigirare nella tomba chiunque abbia avuto un anelito politico e lo abbia pagato con la vita.
Ma i migliori - nel senso di peggiori - risultati l’autore li ottiene rivolgendo la propria attenzione verso l’intera sinistra e, soprattutto, verso gli intellettuali e la stampa democratica. L’Italia di Luca Telese non è quella che abbiamo conosciuto sulla nostra pelle, ma una sorta di piccola grande Bulgaria in cui i “comunisti” controllano tutto e tutti [Chi ci ricorda, questa impostazione?]
Così, già a pagina XII dell’introduzione, veniamo a sapere che “All’alba degli anni settanta il ghetto ideale e politico dentro cui è stato chiuso l’Msi diventa all’improvvisamente un fortino assediato”. Come se, negli anni cinquanta e sessanta, non si fosse registrata una sequenza impressionante di violenze fasciste, dagli assalti a colpi di bomba alle Botteghe Oscure fino allo strapotere squadrista in campo scolastico ed universitario che culmina con l’assassinio, a Roma, il 27 aprile 1966, dello studente socialista Paolo Rossi (che nel libro, a pagina 11, diviene inopinatamente “Walter Rossi”). Ma per l’ineffabile Telese, che accenna alla militanza politica nel Fuan del fratello maggiore di Carlo Falvella, gli anni sessanta registrano tutto un altro clima: “Un po’ di goliardia, qualche storia d’amore con le giovani amazzoni della destra” (pagina 33).
Insomma, chi lo dice che la pratica dell’antifascismo militante sia nata dalle diffuse violenze squadriste, dai tentativi di golpe, dall’impunità dello stragismo, in un paese dominato dalla Dc, dai desiderata degli Usa, dai crimini e dalle complicità degli apparati di intelligence? Niente da fare: nell’Italia di Telese i fascisti universitari si dedicano alla goliardia e all’ippica, mentre i golpe sono soltanto delle semi-burlette (pagina 149 e seguenti) o dei semplici alibi per l’antifascismo militante (pagina 152).
Infine, l’impunità dello stragismo: che sì, ci sarà pure stata, ma affogata nel principale vezzo della magistratura (rossa?) e della polizia (rossa?) di evitare ogni problema giudiziario alle orde assassine della “sinistra extra-parlamentare”, sostenute dagli intellettuali (rossi) e dal giornalismo (rosso). Mancano soltanto le cooperative (rosse), che forse sono tenute da conto per il prossimo libro.
La sinistra non porta del resto fortuna al nostro ambizioso giornalista: sbaglia nell’analizzare gli slogan ( “Camerata basco nero etc.” era dedicato all’Arma e non ai fascisti, vedi pag.466), mentre a Roma sono i fascisti di Colle Oppio a disturbare le manifestazioni di sinistra dall’alto della balconata di San Pietro in Vincoli, che s’affaccia su via Cavour, e non il contrario (pag. 483).
Ma il top dell’imprecisione si raggiunge con il breve accenno all’assassinio di Walter Rossi, in cui in appena quattro righe di pagina 487 si sbaglia luogo (non Piazza Igea ma viale delle Medaglie d’Oro) e contesto (nessun assalto alla sezione missina di Balduina ma un semplice volantinaggio a più di 100 metri di distanza). Anche nel caso di Alceste Campanile, infine, è ormai dimostrata, contrariamente a quanto si scrive alle pagg. 603 e 605, la pista neofascista, con la confessione resa dell’estremista di destra Paolo Bellini. Ma nessuno sembra averne messo al corrente Luca Telese.

Pubblicato Luglio 25, 2006 11:59 PM

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Criminalità e devianza

Marzo 28, 2008 · Nessun Commento

“Avevo il diritto di viverla, quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti… Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, ma in ogni caso nessun rimorso…”Julies Bonnot

Conoscete la vicenda della
Confraternita dei Bucanieri?
Siamo nel XVII secolo, in Inghilterra il destino che toccava ai ragazzi delle classi subalterne, dall’età di sette-otto anni, era di essere mandati lontano da casa per lavorare presso residenze borghesi ed aristocratiche.
Quando il lavoro veniva a mancare, il modo più sicuro per sopravvivere in strada era quello di unirsi ad una delle bande dedite all’elemosina ed al furto. Uno dei modi utilizzati dalle istituzioni contro queste bande divenne la deportazione oltreoceano ed il conseguente arruolamento nella Marina britannica. Molti di loro decisero di non continuare a servire Sua Maestà su una nave da guerra e preferirono diventare parte, nei mari delle isole indoccidentali, della Libera Confraternita dei Bucanieri. Di costoro ha scritto il sociologo Hakim Bey “adottarono costumi indiani, si sposarono con donne caraibiche, accettarono Neri e Spagnoli come pari, rigettarono ogni nazionalità”.Valerio Marchi,sociologo che si è occupato delle varie forme che il conflitto ha assunto nella cultura giovanile, scrisse “Quel bambino, nella lontana Inghilterra, che a sette anni è stato spedito fuori casa, a servizio di qualche potente o a soffrire fame e freddo in qualche bottega […], che ha subito le atrocità della guerra, che è fuggito ancora ed è approdato in un nuovo mondo, ha infine contribuito a costruire una delle esperienze antagoniste più politicamente radicali della storia. Mica male, per un teppistello da quattro soldi.”

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Insistono sulla bufala

Marzo 27, 2008 · Nessun Commento

Ergo quelle con la diossina le abbiamo mangiate noi. calo delle vendite del 50% e dei prezzi solo del 10% (che cazzo di leggi economiche ci sono adesso?)

Da Repubblica
La Commissione chiede nuovi interventi “per evitare che prodotti contaminati entrino nel mercato europeo”. L’Europa pronta a “misure di salvaguardia”. Le assicurazioni dai responsabili della Salute: “Prodotti contaminati non sono stati esportati”

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Ve la mangereste una mozzarella di bufala campana?

Marzo 27, 2008 · Nessun Commento

Se questo è il modo per rassicurare i consumatori…..
Intanto sappiamo che la quantità di diossina non è eccessiva, probabilmente si riferiscono al fatto che per morire di “bufala” ci metterai un pò di più.
Dopo di che sappiamo che quelle contaminate non le hanno esportate, probabilmente le abbiamo già mangiate noi.Adesso mi spiego lo sconto del 40% al supermercato!


Da La Repubblica

Mozzarella, la Ue sulla diossina
“Quantità non è eccessiva”

Ore frenetiche tra Roma e Bruxelles. La Commissione chiede subito altri chiarimenti. Poi le Politiche agricole: “Già inviati”. Prodotti contaminati non sono stati esportati”. Infine la dichiarazione del portavoce del commissario alla Salute. Che però precisa: “In alcuni casi diossina sopra la legislazione”

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Signori non voto, nè con lo stato nè con le BR

Marzo 26, 2008 · Nessun Commento

Tra i tanti paradossi surreali e le motivazioni, più o meno comprensibili e contorte, sul perché si vota Antonio piuttosto che Peppino,ci metto anch’io un bel titolo di quelli che fanno alzare le antenne.
La mia è una posizione ideologica d’antan. Vecchia.
Penso che Silvio e Walter rappresentino due facce un pò diverse della stessa medaglia e che gli amici arcobaleno, dopo le note vicende di governo, abbiano bisogno di un sano ripensamento di quelle che sono le gerarchie e le facce con cui si presentano oltre che di strategia e di contenuti della loro proposta.
Il resto della sinistra alternativa prova a contarsi, in modo idiota, proponendo due simboli speculari rispetto ai quali mi sarebbe difficile scegliere, per cui non scelgo e li faccio affogare.
Però, osservo, che tra le tante opzioni praticabili una mi mancava: quella del dispetto. Propongo di votare un fascio (comune di Roma) o un ex funzionario di partito, ex comunista, ex socialdemocratico in compagnia di un ex radicale con il quale ha formato una bel partito nuovo di zecca che, fantasia, si chiama come quelli dell’altra sponda dell’oceano (anche loro probabilmente ex di qualcosa, forse ex imperialisti).
Io, che ex non mi considero, affermo in tutta semplicità che votare questa gente e questa marmellata ideologica non è una scelta “democratica”. Non ci sono spazi di dibattito, non c’è possibilità di scegliere gli uomini e le donne e 15 /20 anni della loro storia stanno lì dimostrare che quello che dicono non lo pensano, non c’è una visione di società all’altezza degli eventi e non c’è una potenziale classe dirigente selezionata dal vivere comune a tanta gente.
Quindi votare perchè?
Per dare più possibilità a degli immigrati?Balle, quelli si attrezzano da soli e secoli di volontariato hanno risolto molte più questioni di tante leggi e parlamentari.Le sanatorie le ha fatte anche il Berlusca perché, al contrario, il culo alla zia novantenne avrebbe dovuto pulirlo lui.

Dare più possibilità ai lavoratori?Balle, quando hanno voluto sono usciti dai luoghi di lavoro ed hanno superato con forme incisive di lotta luoghi e formule di rappresentanza stantii. Come pensate sia potuto accadere che negli anni 70 i salari italiani erano i più alti d’Europa? Per carità cristiana?Ci sono volute le piazze Statuto ed i vari scontri alla corso Traiano.
Non è che fossero più evoluti e coscienti di quelli che affollano i grandi magazzini oggi, semplicemente non ce l’hanno più fatta.
Certo c’era un grande partito comunista, ma mica tanto d’accordo sul come si esprimevano certe rivendicazioni.
Ed ora cosa ci proponete di turarci il naso alla Montanelli e votare PD o di fare dispetto perché tanto vale il fascio?
Io a tanto non ci arrivo. Preferisco astenermi.

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Monnezza e conflitto

Marzo 24, 2008 · Nessun Commento

Ci raccontano, le cronache pasquali, che i pochi turisti che si sono fatti un viaggio a Napoli non hanno avuto il panorama rovinato dai quintali di sacchetti che spesso vediamo in televisione.
Le stesse cronache ci dicono che, in realtà, l’unica spazzatura che non occupa il suolo pubblico da quelle parti è quella che arriva dal centro e dai quartieri bene della città.
Per una sorta di divisione di classe, anche in questo, alla periferia tocca in sorte quello che tocca agli “sfigati” in genere.la bellezza del panorama a chi può, la merda a chi vive ai margini e non conosce il n° di telefono personale di qualche assessore.
Sappiamo bene che un giro turistico non prevede fermate a Barra o a Ponticelli. Lì c’è solo la camorra e chi con questa fa i conti tutti i giorni.

Cosa volete che possa produrre la periferia se non manovalanza a basso costo e lavoro “cinese, mentre al centro si preoccupano di produrre ricchezza legittima e legittimata da spartirsi in quattro?
Pensate che qualche economista di belle speranze (di quelli che studiano a Londra) non abbia fatto una analisi costi benefici di una scelta del genere? Che tutto viaggi sulle orme del caso inconsapevole?

In questo contesto, l’indignazione del compagno Bertinotti arriva solo fino al punto di censurare la presenza dell’ex leghista, e sponsor della rivolta fiscale, Calearo nelle fila del PD rievocando immagini di conflitto sociale.
Non arriva fino al punto di fare un’operazione semplice e di onestà “morale” togliere l’ossigeno a quella specie di sindaco del rione Sanità a nome di Bassolino.
Quando la politica ha, concretamente, la possibilità di mostrare in modo facile e comprensibile come dagli enunciati di principio si possa passare ai fatti ecco che il “realismo” e la paura del nano costringe tutti all’omertà ed alla collaborazione.
Un pò ricorda la logica di accettazione del pizzo.
Perchè Calearo fa conflitto e quintali di monnezza no?.
Misteri della logica degli ex rifondaroli e di chi gli darà il voto.

Mentre affoghiamo nella nostalgia del prossimo Duce nano (per poterci scatenare un pò con un tantino di sano conflitto sociale e farci difendere dai deputati arcobaleno nei cortei)di fare prediche agli ectoplasmi di plastica del PD non abbiamo voglia.Basterebbero da sole le ultime dichiarazioni dell’Africano di ritorno su pensioni, G8 e precariato.
Un solo epitaffio per costoro “avete la faccia come il culo”

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Into the wild

Marzo 24, 2008 · Nessun Commento

Vale la pena vederlo, per constatare come prima le fai certe scelte e più possibilità’ hai di non farti fottere il cervello.
Anche se confesso che, finito di vedere il film, sono andato da mia figlio per toccarlo e sentire la sua presenza.
Nella storia di Cristofer chi ha voglia ci potrà ritrovare quello che vede quando, da solo ed al buio, ripensa a tutte le volte che ha elaborato il suo viaggio, la sua fuga. La voglia di mandare tutto a farsi fottere, legare i giorni semplicemente al combinato del tempo e di ciò che ti può accadere lungo la strada.
Io ho avuto la fortuna di poter viaggiare con la sensazione di sentirmi libero. O almeno di sentirmi tale fino al momento in cui un check in ti riportava al punto di partenza.
Durante uno scambio di idee Cris racconta di quando ha deciso di bruciare i soldi che aveva perché possederli lo costringeva ad essere prudente.
Il film è la storia vera di questo ragazzo che, a 22 anni, decide di lasciarsi tutto alle spalle.Rincorre la sua voglia di andarsene in Alaska alla ricerca di una dimensione di vita diversa, più in sintonia con il suo modo di vedere la vita, i rapporti con le persone e la natura.
C’è il rapporto conflittuale con la famiglia, l’insoddisfazione adolescenziale, i sogni e gli spazi immensi.
Alla fine di quel viaggio c’è la morte.
Ho toccato Lucas, facendolo toccavo in realtà me stesso, ho ripensato a quando, da ragazzo, sognavo il viaggio. Mi sono cibato di Jack Kerouac per un pezzo della mia vita.Appena ho potuto ho spiccato il volo e non c’è nulla di comparabile di un viaggio fatto da solo, lontano da tutto,con lo stretto necessario per cambiarsi ogni tanto.Penso anche io che ognuno di noi dovrebbe misurasi almeno una volta solo con se stesso nel vero senso della parola. Provare ad affrontare quello che ti circonda potendo contare solo su di te, sulla tua forza.
Cosa c’è nella vita che ci rende prudenti e ci costringe a soffocare le pulsioni e la voglia di mutare la prospettiva del nostro vivere quotidiano? La prudenza a cui ci costringono le convenzioni ed i soldi? L’aspettativa di una vita tranquilla fuori dal gorgo? Balle, penso sia un misto di rassegnata razionalità, secoli di vita stanziale che hanno ucciso il gusto della scoperta.Non per tutti, certo.
Spero che mio figlio,per parlare di qualcosa che mi ha reso molto prudente, se la giochi la sua vita. E che se la viva senza avere, alla fine del suo viaggio, la sensazione di aver perso un’occasione.

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Il sindacalismo di base e quelli che producono chiacchiere

Marzo 23, 2008 · 2 Commenti

C’è un ritratto, oggi sulla Stampa, di quello che significa fare il sindacalista o, se volete, il militante o, se volete ancora, il volontario.
Secondo un modo di operare degno di categorie ottocentesche e del secolo scorso, a Torino e provincia, un gruppo di operai passa il suo tempo cercando di convincere, in realtà inaccessibili ai più, qualche collega a trovare il coraggio e la forza di inserire una RSU all’interno della fabbrica.
Scriviamo di persone che, durante il tempo libero o perchè in cassa integrazione o pensionato,girano tra boite e piccole realtà per promuovere assemblee sindacali e fare proselitismo.
Parliamo di compagni e compagne della FIOM che raccontano dei ricatti a cui sono sottoposti migliaia di lavoratori, impiegati in realtà molto piccole, dove non esistono diritti perché il padrone è uno che si è fatto il culo e mai farebbe entrare un sindacalista in fabbrica, dove non si capisce cosa sia la 626, e dove devi fare attenzione a non chiamare la Asl o l’ispettorato del lavoro perché quei lavoratori ti chiedono di non calcare la mano anche se quello che vedi ti fa girare lo stomaco.Il rischio di perdere il lavoro loro non lo possono correre, e per quello si può accettare di rinunciare ad alzare la testa dal tornio qualsiasi sia la cosa che ti accade intorno.
Una realtà fatta da più di 700 aziende nella sola zona di Torino, con un tasso di sindacalizzazione pari al 25%.

Gaetano Perez, operaio, a chi lo intervista dice:”E’ una soddisfazione. A volte basta spiegare che la busta paga è sbagliata. O annunciare un’assemblea perchè vengano fuori scarpe e guanti da lavoro. E poi vedo come stanno peggio i giovani rispetto a come stavamo noi.Sono sfiduciati.Io da ragazzo andavo a Rivalta contento, questi sono tristi.”

Un paio di post fa scrivevo che per fare cose straordinarie è necessario contribuire a risolvere questioni ordinarie.Sono legato ad una visione della società che i più catalogano come superata ed ottocentesca. Magari persone che non hanno visto quello che c’è fuori dal loro orizzonte, ingessati dall’appartenenza ad una classe sociale che alza le spalle di fronte a ciò che c’è ma che loro si ostinano a chiamare in un altro modo.
Sono convinto che, nel suo oscillare, il tempo ha riportato le lancette della storia al punto di partenza. Al momento in cui iniziava un periodo di accumulazione delle ricchezze e di sfruttamento del capitale umano dal quale hanno avuto origine lotte e momenti duri di confronto tra classi sociale antagoniste negli interessi e nella visione della società.Interessi netti e precisi, difficilmente mediabili o che lo sono solo in parte.

Sono convinto, allo stesso tempo, che non è più tempo di grandi discorsi o di progetti costruiti per qualcun altro. Oggi conquistare un centimetro vale molto di più del pensare di progettare un Km. di ponte.Penso che dovremmo concentrarci di nuovo sulla conquista dei centimetri.Presidiare quegli spazi che erano nostri, costruire modalità di vita e di relazioni sociali che siano in parallelo ed antagoniste rispetto a ciò che è dato.
In questo penso che la responsabilità di chi si dichiara appartenente alla sinistra sia immensa di fronte a persone come l’operaio Gaetano Perez.
Lui fa e molti altri pontificano a fanno solo chiacchiere.Producono discorsi ed analisi sulle ragioni del cambiamento epocale, sui motivi per cui andare o non andare a votare.Ognuno di loro (noi) sarà solo di fronte alla sua coscienza e potrà in solitudine provare a rispondere ad una semplicissima domanda ” Ma, alla fine di tutto questo chiacchierare, cosa mi fa uguale all’operaio Perez di fronte a quella massa sterminata che quelli come lui rappresentano?”

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