Domani c’è lo sciopero generale e sarò in piazza. E se c’è da menare le mani non mi tirerò indietro. Sono abbastanza vecchio da poter decidere di spendere il resto della mia vita senza timori reverenziali, lasciando la prudenza a qualcun altro perché di prudenza non è più tempo.
Siamo di fronte ad una stagione che sarà piena di insidie e cose non piacevoli. Ho in testa che al primo accenno di radicalismo delle lotte rispunterà fuori qualche fascistello buono per essere speso contro noialtri.
Le prove le stanno già facendo in Valle di Susa, e quella situazione è lo specchio di come sarà.
Il piatto che vogliono servirci è molto semplice nei suoi ingredienti. Dopo aver speso un decennio a raccontarci che dovevamo essere più flessibili, senza peraltro aver ottenuto un centesimo in più di miglioramento di quell’indicatore che chiamano P.I.L., ora vogliono avere mano libera in fabbrica e nei luoghi di lavoro perché così vuole la B.C.E.
Il tutto continuando a togliere a noi che abbiamo ancora poco da dare, salvaguardando il tanto che lorsignori conservano nei loro paradisi fiscali, negli scranni che non producono nulla, nelle redazioni di giornali dei servi.
E’ un teatrino quello che è in scena in cui le uniche cose certe sono la diminuzione dei diritti, il taglio al welfare ed ai servizi erogati da regioni e comuni ai cittadini, ed una costante diminuzione del reddito disponibile della stragrande parte di noi. Famiglie di operai ed impiegati, pensionati, disoccupati e precari.
Hanno architettato una gabbia in cui fette di questa popolazione gode ancora di qualche favore. La situazione di uno che lavora in qualche ministero non è la stessa di noialtri. E sulla gran parte di quella massa gelatinosa di impiegati dello stato contano. Non a caso U.I L. e C.I.S.L. sono i sindacati che li rappresentano meglio.
Il punto è che anche questa cosa non li garantirà per molto. E’ una macchina che costa, e l’averla precarizzata è un problema in più.
Hanno illuso generazioni di ragazzi e ragazze con l’idea di una crescita esponenziale del paese del bengodi, con l’illusione di un lavoro sicuro e gratificante. Una roba che in questo tipo di mondo non esiste. Ora inizia la baraonda, e rimettere a posto i cocci sarà un’impresa.
La nostra delegazione in Chiapas ha visitato il Caracol di Roberto Barrios, la sede di una delle cinque Giunte del Buon Governo del territorio zapatista. Qui siamo nella regione chiamata Zona Norte, una delle più difficili e violente per le famiglie zapatiste. A fine anni ’90 ha operato il gruppo paramilitare Paz y Justicia che si è reso famoso per le innumerevoli aggressioni, omicidi e stupri che hanno provato profondamente molte delle comunità di questa regione.
Il Caracol di Roberto Barrios, e la vicina comunità che porta lo stesso nome, si trovano nella selva tropicale e sono costeggiati da un fiume che forma delle bellissime cascate. Su di esse il governo del Chiapas e alcune imprese private hanno messo gli occhi da tempo, con l’intenzione di sfruttarle per il turismo costruendo alberghi, ristoranti e parcheggi. Gli zapatisti si sono da sempre opposti a questo progetto, che prevede espropri di parte del loro territorio e la devastazione dell’ambiente. Il governo ha sfruttato questa situazione per dividere la comunità ed attaccare le famiglie zapatiste ed il vicino Caracol; ha offerto soldi alle famiglie non zapatiste, addestrando alcuni uomini come paramilitari. Gli zapatisti e gli alunni della scuola secondaria autonoma hanno subito continue vessazioni in questi anni, dalle aggressioni verbali e le minacce di stupro alle donne, fino ad episodi come quello di due anni fa in cui entrarono i paramilitari armati dentro il Caracol minacciando e picchiando gli alunni della scuola. Per adesso il governo ha costruito una strada asfaltata fino alle cascate, i turisti cominciano ad arrivare, ma la lotta continua e le istallazioni turistiche ancora non sono riuscite a costruirle.
Questo delle cascate di Roberto Barrios è solo uno dei tanti esempi di lotta per la difesa del territorio e dei beni comuni che le comunità zapatiste stanno portando avanti nei loro territori. Alle cascate di Agua Azul la situazione è simile. Qua i turisti ci arrivano, e tanti; ma il governo vuole costruire una grande istallazione con numerose strutture. Per realizzare questo progetto ha diviso la comunità di Bachajon, “comprando” alcune famiglie e organizzandole per cacciare dalle proprie terre la vicina comunità zapatista di Bolon Ajaw. Molti degli abitanti di Bachajon, aderenti alla Otra Campagna, si oppongono al progetto del governo e vogliono continuare a gestire loro l’arrivo dei turisti alle cascate, senza che siano costruite grandi istallazioni che devastano il territorio. Questa lotta ha portato negli ultimi anni a vari attacchi da parte dei paramilitari agli zapatisti di Bolon Ajaw, numerosi abitanti di Bachajon arrestati, e il territorio fortemente militarizzato.
Huitepec è una delle montagne che circonda la città di San Cristobal, che nel 2007 è stata dichiarata Riserva Ecologica Comunitaria dalla Giunta di Buon Governo di Oventik. Da allora hanno istallato un presidio in cima al monte, in cui ogni settimana si danno il turno gruppi di basi d’appoggio zapatiste della zona per controllare i 110 ettari di bosco. La Riserva Ecologica Comunitaria è servita per fermare la svendita del bosco, ricco di vegetazione e piante medicinali usate dagli indigeni della zona, ad imprese immobiliari. Ma gli zapatisti hanno istallato la riserva soprattutto per difendere l’acqua bene comune dalla privatizzazione. Da questo monte, infatti, scendono numerosi ruscelli che portano acqua ad alcuni quartieri poveri della periferia di San Cristobal. La Coca Cola aveva comprato i diritti di utilizzo di queste fonti di acqua cioè la sua intenzione era di istallare ai piedi della montagna una fabbrica di imbottigliamento con l’acqua dei ruscelli, che non sarebbe più giunta alla popolazione.
Sono tanti i luoghi in cui gli zapatisti e altre comunità indigene del Chiapas lottano per difendere il territorio ed i beni comuni. Tante lotte per una gestione del territorio e delle sue risorse da parte delle comunità locali contro la privatizzazione e la svendita ad imprese private.
La Giunta di Buon Governo di Roberto Barrios ci ha chiesto di portare il suo saluto a tutti coloro che in questi mesi e anni hanno partecipato in Italia al grande movimento per la difesa dell’acqua bene comune. La lotta tanti indigeni portano avanti in Chiapas per la gestione comunitaria delle risorse e contro la loro mercificazione è la stessa lotta dei milioni di italiani che hanno votato SI per l’acqua bene comune e dei tanti comitati che difendono il territorio dalla devastazione; tante lotte per difendere la vita e per costruire un mondo migliore.
Se mai vi capiterà di farvi un viaggio in Perù tra i posti da vedere, sicuramente, ci metterete il lago Titikaka. Io ci sono arrivato viaggiando su una vecchia auto americana,
una di quelle con sulla parte posteriore un paio di ali di metallo a forma di pipistrello su cui poggiano gli stop. Una specie di batmobile.
Auto dagli interni enormi in pelle consumata ed in compagnia di un autista “gordo” e simpatico.
Con musica così a fare da sottofondo
Dal finestrino vedevo scorrere valli verdi, infinite. Il ritorno è stato uno sballo, fatto di sera con il sole che se ne andava piano. Dai declivi in fila i contadini tornavano nei loro villaggi, li osservavo sgranarsi lungo le discese e di corsa affrettarsi verso casa. Uomini e donne in fila. Queste ultime con l’immancabile coperta sulla schiena ad ospitare un bambino che dormiva. I fuochi venivano accesi all’interno delle abitazioni e li intravedevo passando con il taxi su strade fatte da mille ciotoli. continua a leggere »
Periodo di pensieri neri. Il clima che si sente in giro è pesante. Oggi sulla Stampa, il giornale della città in cui vivo, raccontano di una famiglia che vive in una automobile. Nel parcheggio della GTT. Sono stati sfrattati e non hanno i soldi per pagarsi una casa.
Vivono con la pensione di uno di loro, 1.000 euro al mese. Ma non bastano.
L’altro ieri un tizio è morto di infarto a sessantadue anni. E’ un personaggio noto, dalle parti di Ciriè gestiva un Bar con la sorella e, prima ancora, possedeva una cascina.
Sembra che le cose gli siano andate così male che anche lui non ha trovato di meglio che vivere in macchina. E’ uscito dalla vettura per pisciare e quando si è riseduto nell’abitacolo se n’è andato via.
Dallo scorso anno la Fiat fa lavorare in media un operaio su tre qui da noi. Gli altri sono in cassa integrazione.
Facevo un giro al mercato ed ho notato che sono sempre di più quelli che rovistano tra le cassette della frutta e della verdura. Il barista da cui ogni tanto prendo un caffè mi ha raccontato che lì nel bar ci lavora con la moglie, in due a malapena riescono a portare a casa uno stipendio. L’orario è dalle 6,30 del mattino alle 19,30 di sera.
Questa mattina Lorenzo mi ha detto che ha intenzione di andare via, prossima destinazione Australia e vaffanculo.
Mi guardo attorno e vedo gente assorta. Come soprappensiero. Non si riesce neanche più a parlare di politica e non riesco neanche più ad incazzarmi.
E’ talmente distante quel mondo, e sono talmente assurde le cose che sento che passo il tempo solo ad immaginare come fare ad uscirne da questo clima e da questo paese.
Siamo angustiati dalle preoccupazioni che ci dà il nostro modello di vita, abbiamo la preoccupazione di mantenerlo intonso. Ripenso alla forza che ha avuto la generazione di mio padre che ha avuto le palle di uscire fuori da un periodo in cui le macerie le vedevi sul serio, ed avevi appena finito di contare le pile dei morti.
Eppure siamo qui contriti e tristi. Atomizzati e soli. Con l’unica forza di cercare nelle situazioni più disperate un angolo in cui finire i giorni. Magari l’abitacolo di una vettura.
Varrebbe la pena recuperare un po’ di orgoglio e spazzare via la feccia ricominciando daccapo. ne avessimo la forza.
Ma quando dici queste cose ti guardano con gli occhi bolsi e vuoti. Ho come la sensazione, in quel momento, di dare un cazzotto ad uno che sta defecando. Non c’è speranza.
Ieri ho visto una foto di Sinead O’Connor dopo anni. Rispetto alla donna che turbava i miei sogni il cambiamento è evidentissimo, e non si tratta solo del passare del tempo.
Giovanna cammina assente per le strade della sua città. Lavora da quando aveva 19 anni ed ora ne ha 56. Ha un figlio adolescente e lo guarda crescere ansiosa per quello che sarà, invidia la sua leggerezza e la strada infinita che ha davanti. continua a leggere »
Il cielo è di un celeste tenue, le giornate di caldo afoso hanno lasciato spazio a questo leggero vento che soffia tenero come la carezza di un bambino. continua a leggere »
Le agenzie e le catene mediatiche internazionali che hanno decretato la “caduta” prematura del presidente libico sono concordi nell’apprezzamento. Tripoli, la capitale della Libia, vive uno stato di anarchia e di “guerra civile”. Nessuno controlla e le uniche certezze sono il caos e l’incertezza. In questo scenario si adombra la possibilità che i “bombardamenti umanitari” del NATO – da leggersi come la distruzione della Libia e massacro di decine di migliaia di civili durante cinque mesi – si trasformino in un’”invasione terrestre umanitaria” per controllare il petrolio e per rendere governabile il Paese. continua a leggere »