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Nuovo business per uscire dalla crisi

Pubblicato da pensareinprofondo su Dicembre 10, 2008

I rapporti borghesi di produzione e di scambio, i rapporti borghesi di proprietà, la società borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e di scambio così potenti, rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui evocate. Sono decenni ormai che la storia dell’industria e del commercio è soltanto storia della rivolta delle forze produttive moderne contro i rapporti moderni della produzione, cioè contro i rapporti di proprietà che costituiscono le condizioni di esistenza della borghesia e del suo dominio. Basti ricordare le crisi commerciali che col loro periodico ritorno mettono in forse sempre più minacciosamente l’esistenza di tutta la società borghese. Nelle crisi commerciali viene regolarmente distrutta non solo una parte dei prodotti ottenuti, ma addirittura gran parte delle forze produttive già create. Nelle crisi scoppia una epidemia sociale che in tutte le epoche precedenti sarebbe apparsa un assurdo: l’epidemia della sovraproduzione. La società si trova all’improvviso ricondotta a uno stato di momentanea barbarie; sembra che una carestia, una guerra generale di sterminio le abbiano tagliato tutti i mezzi di sussistenza; l’industria, il commercio sembrano distrutti. E perché? Perché la società possiede troppa civiltà, troppi mezzi di sussistenza, troppa industria, troppo commercio. Le forze produttive che sono a sua disposizione non servono più a promuovere la civiltà borghese e i rapporti borghesi di proprietà; anzi, sono divenute troppo potenti per quei rapporti e ne vengono ostacolate, e appena superano questo ostacolo mettono in disordine tutta la società borghese, mettono in pericolo l’esistenza della proprietà borghese. I rapporti borghesi sono divenuti troppo angusti per poter contenere la ricchezza da essi stessi prodotta. Con quale mezzo la borghesia supera le crisi? Da un lato, con la distruzione coatta di una massa di forze produttive; dall’altro, con la conquista di nuovi mercati e con lo sfruttamento più intenso dei vecchi. Dunque, con quali mezzi? Mediante la preparazione di crisi più generali e più violente e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse.
Karl Marx
Una cosa non possiamo non dire, che a lor signori non manchi la fantasia ed una sorta di genio mefistofelico.
Pensavo questo mentre leggevo un articolo sul sole 24ore.
Quello che mi ha incuriosito è l’incipit che descriveva come, anche in mezzo ai marosi dell’apocalisse finanziaria, ci sono aree della finanza creativa in cui si continua a fare soldi.
Si parte così:

“Quattordici mesi consecutivi di crescita inanellati fino a novembre. Oltre l’8% di rendimento su base annua e +9% dal debutto, avvenuto a settembre 2007. Una performance perlomeno invidiabile, quella del Corinthian growth fund, nell’anno orribile delle Borse mondiali, che invece hanno accusato perdite comprese tra il 40 e il 50 per cento. Corinthian è un fondo offshore domiciliato alle isole Cayman specializzato nel life settlement, mercato secondario delle polizze vita, in forte ascesa.”

C’erano tutti gli elementi per saperne di più:
-fondo offshore
-mercato secondario
-crescita e soldi a palate

“Come funziona? In sostanza, anziani benestanti liquidano – negli Stati Uniti – la propria polizza, piuttosto che continuare a pagare un premio oneroso per un vantaggio dei propri familiari che non ha più ragion d’essere. Subentrano così i fondi che pagano il premio e riscuotono il capitale a scadenza. La polizza finisce in un fondo insieme ad altre centinaia e si trasforma in uno strumento finanziario.”

Cazzo, ho letto bene.C’è qualche genio della finanza che se ne è andato in giro a convincere qualcuno (anziano e benestante) a farsi pagare il premio da un fondo.Che riscuoterà il capitale nel momento della dipartita.

«Molti dei principali attori di questo mercato secondario – sottolinea Gary McLelland, managing director di Corinthian Financial Services - tra cui alcune importanti banche di investimento (come Aig, GE Capital, Dresdner Bank, Zurich Financial, Barclays Capital, Standard Chartered Bank, Merrill Lynch, ndr) di recente hanno diminuito gli acquisti a causa della mancanza di liquidità che affligge i mercati. La minore domanda di polizze vita ne ha così abbassato il prezzo, consentendoci acquisti a prezzi più convenienti e garantendo un ritorno più elevato».

Quindi, tenuto conto che chi ha di fatto aperto il mercato (banche di investimento) si ritrovano un po’ nella merda su altri fronti, e che lì non possono più investire ,è arrivato qualcuno che approfittando della congiuntura favorevole ha sostituito i vecchi avvoltoi con una generazione di avvoltoi un po’ più accorti e più selettivi.

“Il mercato di queste che vengono considerate asset class alternative a immobili e materie prime, partito da 50 milioni di dollari di volume d’affari alla fine degli anni 80, oggi vale circa 15 miliardi ma con un potenziale di 160 miliardi di dollari negli Usa e la prospettiva di un allargamento al Giappone», spiega Daniele Conti, partner e cfo di Life Settlement Advisors, società specializzata nata nel 2003.”

Roba nuova. Però come funziona?

“Oltreoceano la polizza vita è già dal 1989 una proprietà trasferibile. Gli assicurati che non trovano più conveniente o utile continuare a pagare un premio annuale compreso tra il 3 e il 5% della prestazione pattuita (che la compagnia liquida in caso di decesso dell’intestatario) vendono il contratto a una società di life settlement. «I clienti che dismettono le polizze sono decisamente benestanti – continua Conti – e queste ultime toccano valori elevati, spesso superiori al milione di dollari; la liquidazione va normalmente da un 20% al 60% della prestazione assicurata, a seconda dell’attesa di vita». Quando quest’ultima è inferiore a due anni si parla di viatical settlement, che ha posto più di un problema etico nel periodo di massima virulenza dell’Aids, negli anni 80. Oggi il viatical non rappresenta più del 2% delle polizze puro rischio americane. Più l’assicurato è anziano più riceve, perché il provider, pur dovendo pagare dei premi, sa che incasserà a breve. Il cash flow che ne deriva è anche la ragione per cui «è assicurata la liquidabilità mensile dell’investimento». D’altra parte l’assicurato sa che il valore della polizza ceduta a un Lsp sarà sempre superiore al valore di riscatto offerto dall’assicuratore. Chi rileva l’assicurazione, come si diceva, acquisisce tutti i diritti dei beneficiari, compresa la riscossione del capitale a scadenza. Il Life settlement provider (Lsp, negli States se ne contano circa 300) a sua volta mette la polizza sul mercato, dove fund manager specializzati, sulla base di età, sesso e perizie medicali, ne definiscono il prezzo. Le polizze vengono così “impacchettate” in fondi le cui quote sono assegnate ad investitori istituzionali.”

In sintesi, c’è un tizio che vi ha sfruttato per tutta la vostra miserevole vita da travet, vi ha fatto cagare sangue concedendovi l’aumentino solo quando lo diceva lui per ovvie questioni di compatibilità economiche,che con il vostro sangue ha fatto soldi a quintali, che per evidenti ragioni di prudenza decide di sottoscrivere una polizza vita “ricca” a garanzia dei suoi pargoli pagata con parte di ciò che marxianamente chiamiamo “vostro” plusvalore, che un giorno si incazza con i pargoli e pensa “mavafanculo, manco un euro ti lascio”,che incontra un tizio che gli dice “ci ho un’idea”,che si prende (”il vecchio”)una somma superiore a ciò che avrebbe riscattato dall’assicurazione, che cede il diritto alla riscossione del capitale al “genio”della finanza.
In tutto questo casino voi continuate a produrre ed a farvi il culo mentre questi discettano delle cose belle che la vita può offrirti, con i soldi, di fronte ad un whisky di malto invecchiato in un otre di faggio americano che aveva 150 anni di vita.
Però non è ancora finita!

“Questo mercato non è ancora autorizzato in Italia, ma si sta sviluppando in Europa (in particolare in Germania, Francia e Olanda), dove attualmente è accessibile attraverso hedge fund, prodotti strutturati come le polizze unit linked e fondi di fondi per investitori qualificati. Da metà febbraio 2007 in Lussemburgo è consentita per legge la creazione di Specialised Investment Fund (Sif). Il primo fondo di fondi del genere è Alpha life settlement fund, riservato a investitori qualificati e in grado di offrire a fondazioni, casse pensioni, Sgr, private bank, family office e High net worth individual (Hnwi, chi ha risorse finanziarie superiori al milione di dollari) «tagli – precisa Conti – da un minimo di 100 mila fino a 5 milioni di dollari». Anche per Alpha le performance recenti sono di tutto riguardo: quasi +1% il guadagno in settembre, con un rendimento annuo pari a +6,51 per cento. I singoli fondi inseriti nel portafoglio di Alpha hanno registrato performance comprese tra lo 0,31% e l’1,43 per cento. Fin qui tutto bene, almeno se si guarda ai risultati. Ma i rischi? «Certamente – ammette Conti – non sono inesistenti. Il primo, ad esempio, è la longevità, che può determinare una diminuzione nel rendimento atteso. Tuttavia un fondo è tanto meno esposto a questo rischio quanto più elevato è il numero delle polizze inserite nel veicolo finanziario poiché minore sarà la dispersione attorno alle medie di rendimento».

Qualche rischietto ce lo hanno pure loro, se non schiattano per tempo, oltre ad un altro problema:

“Un altro problema è, naturalmente, la possibilità del fallimento delle compagnie assicurative. «Già di per sé è abbastanza remoto come fenomeno. In più – conclude Conti – ha visto nell’intervento pesante del Tesoro a sostegno del settore bancario e delle assicurazioni, dopo il terremoto Lehman Brothers, un ulteriore fattore che ragionevolmente fa assegnare a questo evento una probabilità di manifestazione davvero bassa».”

Avete letto bene, sì si può fallire. Ma avete visto bene quanti soldi pubblici hanno rapinato per rimettere a posto gente che ha fatto un po’ di casino in giro per il mondo? Quindi di che preoccuparsi? Facciamo anche questo, tanto non fallirà e taglieranno la pensione a voi per garantire che logiche di questo tipo si perpetuinino in questo infinito tempo di “capitalismo” benedetto.
Una opportunità però l’avete.Fate gli imprenditori anche voi.Mettete su una agenzia di “Killer liquidatori” e fatevi una passeggiata alle Cayman.Di fronte ad un whisky di malto invecchiato in un’otre di faggio americano vecchio di 150 anni vedrete che un mondo nuovo si aprirà di fronte a voi.
E sorriderete mefistofelici.

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Aggiustare la pensione con il fondo Cometa

Pubblicato da pensareinprofondo su Dicembre 10, 2008

Quello che vedete è il grafico dell’andamento dei vari comparti amministrati dal fondo “Cometa”.Quello che gestisce i soldi del TFR dei metalmeccanici.
Chi ha investito i suoi soldi sul mercato azionario (quello denominato crescita, della serie quando ti voglio prendere in giro ci riesco bene) si ritrova con un valore di quota inferiore a quella dell’aprile 2005 (12,oo €).Non ne parliamo se sei entrato a Giugno del 2007 (il picco,14,oo € circa).
Si salvano quelli che hanno messo i soldi sotto il cuscino (Monetario e Sicurezza).Non tanto da far rimpiangere, in ogni caso, il fatto che se avessero lasciato i loro quattrini in “azienda” ,con le vecchie regole , ci avrebbero guadagnato di più.
La questione è : dove sono tutti quei signori che pontificavano sulla bellezza della previdenza complementare?Quella che sfrutta le sinergie del mercato, la crescita i cazzi e gli stracazzi.
Se provavi a porre domande “scomode” a qualche sindacalista “procacciatore di affari”, ti guardavano come si guarda un residuato bellico.
Al di là delle questioni tecniche mi chiedo: ma secondo voi si può pensare di legare una parte della pensione delle persone, di quelli che guadagnano 1.200€ al mese, di quelli che faranno fatica in una situazione normale, a meccanismi di questo tipo? La risposta adesso sarebbe retorica e sdegnata.Peccato che dobbiamo contare i morti per rendercene conto.Bè, io penso che la questione morale inizi da questo confine per gente di sinistra.

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Quando fior di economisti prevedevano "nulla di che preoccuparsi"

Pubblicato da pensareinprofondo su Dicembre 8, 2008

Partiamo da questa intervista :

In una intervista al Sole24 ore McDonough (Merryl Lynch),nel novembre del 2006, “dall’alto dei 10 anni di esperienza ai vertici della Fed di New York e del Federal Open Market Committee, l’organo esecutivo di politica monetaria della Federal Reserve ” rispondeva ad una serie di questioni riguardanti lo stato dell’economia e le sue prospettive.

In particolare, tra le tante cose, questo signore affermava:
-Rischio crisi del sistema finanziario
Rischi esistono sempre. E oggi c’è chi teme una crisi del sistema bancario cinese. A mio avviso, un ruolo fondamentale nel rafforzamento del sistema lo può e lo deve giocare il Fondo Monetario Internazionale: è in questa sede che si può tenere sotto controllo il ribilanciamento dei grandi flussi di capitale.”

-Consolidamento delle Borse mondiali (siano nel 2006 ed il trend è positivo)
“In questi ultimi anni c’è stato un sensibile rafforzamento dei mercati azionari nazionali, ma ora si sta aprendo una nuova fase. L’interdipendenza delle economie mondiali fa sì che il mercato dei capitali spinga per l’integrazione delle piazze finanziarie: ostinarsi a difendere le realtà nazionali è quindi contrario alla logica dei mercati.
In altre parole, lei ritiene anacronistico il tentativo di creare una piazza finanziaria per l’area Euro?
Posso capire le motivazioni di ordine politico che spingono alcuni governi ad opporsi ai piani di integrazione transatlantica dei listini azionari, ma non posso condividerle: è sempre il mercato a decidere.”

Rischi sul piano della tutela degli investitori, esistenza di leggi differenti tra gli Stati Uniti e l’Europa in materia di tutela del risparmio
“Non vedo rischi particolari, anche se è fuori di dubbio che in prospettiva sia importante una maggiore cooperazione tra le autorità di vigilanza dei mercati finanziari. Non posso dire se sia opportuno per l’Europa dotarsi di un’authority unica modello Sec, ma penso che per le Borse sia certamente possibile replicare quel modello di vigilanza sul sistema bancario che è stato creato con il Comitato di Basilea,che tra l’altro ho presieduto prima di cedere il testimone a Tommaso Padoa Schioppa.
In Europa molti temono che con la fusione tra Euronext e Nyse vengano esportate anche le rigide leggi americane in materia di risparmio, cioè la legge SarbanesOxley
Non mi sembra proprio che sia così,e in ogni caso anche negli Stati Uniti è in corso una profonda rielaborazione di alcune delle norme più contestate della Sarbanes, come per esempio la Section 404 sulla certificazione dei controlli e dell’audit delle imprese quotate. La Sarbanes non sarà cambiata dalla Sec solo il Congresso può cambiare le leggi ma l’authority può certamente ammorbidire il modo in cui è applicata.E questo è quanto sta avvenendo.
Pensa dunque che l’emergenza normativa generata dagli scandali Enron e Worldcom sia ormai superata?
Sì,credo che il peggio sia passato. Le imprese hanno capito che la frode porta a dure condanne e che la trasparenza, la buona governance, portano a un costo del capitale certamente più basso.
Poichè la fase di emergenza e le leggi varate per risponderle hanno avuto un costo molto elevato per le imprese e per gli auditor, ora è il momento di pensare a un ribilanciamento dei pesi. Detto questo, ritengo che sul piano della vigilanza la guardia non debba mai essere abbassata.”
Oggi gli hedgefund hanno un peso determinante sul sistema finanziario mondiale.Ha dei timori?
Il mondo è diverso da allora e il mercato finanziario si è enormemente allargato: oggi è difficile che la crisi di un fondo,per quanto grande,possa provocare crisi sistemiche. Guardi, la verità è che oggi fa più notizia la nascita di un fondo speculativo che la sua scomparsa: lei sapeva che tra il gennaio 2005 e il settembre 2006 sono stati liquidati ben 1.000 hedge fund? Il sistema, oggi, è in grado di assorbire gli shock.”

Fermiamoci un attimo qui.In sostanza lui paventava un “rischio” all’interno del sistema bancario cinese, auspicava un nuovo ruolo da parte del FMI nel ribilanciamento dei flussi di capitale,rivendicava la centralità del mercato contro politiche di tipo “nazionale”anche se somma di macro aree di piazze finanziarie “regionali”,individuava la necessità di regole meno stringenti in relazione al “superamento” della emergenza data dall’esperienza Enron e Worldcom (anche se ,genericamente e per tenere una porta aperta, la guardia non deve essere mai abbassata).Sulla base dei suoi anche “consigli” e della sua visione pensiamo che, in modo oculato, Merril Linch abbia fatto gli interessi dei suoi investitori.Le ultime notizie ci raccontano che “Merrill Lynch archivia per la terza volta consecutiva un trimestre con i conti in rosso, dopo aver registrato svalutazioni per 6,5 miliardi di dollari e una riduzione del 40% delle commissioni nelle attività di investment banking per gli effetti della crisi del credito.
Nel primo trimestre, il gruppo ha riportato una perdita di 1,96 miliardi di dollari contro un utile di 2,16 miliardi dello stesso periodo del 2007. Il risultato è peggiore delle stime degli analisti che avevano preventivato una perdita di 1,72 miliardi di dollari. La banca ha anche annunciato il taglio di 4.000 posti di lavoro, di cui mille già annunciati qualche mese fa.”

Cazzi loro, direte voi.
Purtroppo sono anche cazzi nostri, questo tipo di approccio ci porta ad un altro periodo e ad un’altra intervista contenuta all’interno dell’Espresso.Siamo a Luglio del 2007.
Qui, intervistato da Enrico Pedemonte e Paolo Pontoniere, Samuelson premio Nobel per l’Economia, dalla sua casa di Cambridge, in Massachusetts ci spiega che: “Questa situazione sarebbe catastrofica se l’economia mondiale fosse ancora trainata dalle tre locomotive tradizionali: Usa, Giappone ed Europa. Ma grazie a Dio oggi siamo in una situazione economica multipolare, in cui le locomotive Cina e India tirano più di Europa e Usa, mentre il Giappone ha smesso di avere una funzione trainante da oltre un decennio”. E infatti, nonostante alcuni segnali negativi, l’economia Usa va a gonfie vele, a maggio gli investimenti stranieri hanno registrato un valore record e martedì 17 luglio il Dow Jones ha sfondato per la prima volta quota 14 mila.
Per rimarcare il concetto il nostro afferma che”“È vero che la crisi immobiliare deve ancora dispiegarsi pienamente, che molta gente perderà la casa e che parecchi investitori ci rimetteranno il capitale, ma tutto questo non sarà sufficiente a creare una recessione internazionale”.
Dopo di che “Neanche Samuelson crede che sia possibile regolamentare questo mondo nascente: “Sarà perché ormai abbiamo adottato tutti le stesse strategie, persino Germania e Francia somigliano sempre più all’America reaganiana. O perché ormai siamo sempre più carenti di normative e l’economia cinese è il Far West”
A sostegno della tesi di “crisi locali e non sistemiche”, nello stesso articolo, troviamo altri fior di economisti
Gary Schlossberg, capo economista della Wells Capital Management: “La grande crisi non ci sarà perché in giro per il mondo c’è una quantità di capitali assai maggiore di dieci anni fa, le esportazioni sono forti e la struttura dell’economia è solida”.
Secondo Acemoglu, “sono solo piccoli sommovimenti della grande scossa tellurica in atto nell’economia mondiale: vale a dire l’integrazione della Cina e dell’India e la crescita impetuosa di paesi come il Brasile e di altri protagonisti”. La cosa importante da capire, secondo Acemoglu, è come si riposiziona l’economia del primo mondo mentre Cina, Brasile e India si appropriano di fette crescenti di molti mercati grazie a forza lavoro qualificata e a basso costo: “Quello che sta accadendo sono fluttuazioni selvagge, colpi di coda di questo fenomeno”

Tra le cassandre qualche flebile voce diceva che:
Stephen Cohen, direttore del Berkeley Round Table on the International Economy: “La situazione è fuori dal controllo delle autorità centrali. Le banche hanno spezzettato i loro rischi di investimento in una varietà tale di strumenti finanziari – hedge fund, private equity, fondi pensionistici e così via – che nessuno sa più individuare con esattezza dove sia localizzato il rischio e chi ne sia portatore”. La finanza è diventata un puzzle internazionale di cui pochi conoscono i segreti: “Le vecchie autorità centrali sono impotenti”

Fermiamoci ancora, nonostante la possibilità di accedere ad informazioni puntuali sulla consistenza dei flussi di capitale, sulla loro natura speculativa o meno e su ciò che in termini di impatto potevano avere sull’economia “reale” e sulla vita delle persone, molti di questi signori in modo distaccato si soffermavano sulla interconnessione delle economie come elemento di riequilibrio e di assorbimento, nel panorama mondiale, di crisi che se presenti avevano una realtà locale ma non sistemica ed invasiva per il resto dell’economia.
In sintesi:
Daron Acemoglu, docente di Economia al Mit di Boston. “Nel mondo che si apre davanti a noi le crisi, le bolle e le recessioni saranno sempre più frequenti e intense ma di breve durata. Niente più Grandi Recessioni come quella del ‘29, e neppure come quella degli anni Novanta”. Secondo Acemoglu le dimensioni dell’economia mondiale sono ormai troppo grandi per essere sconvolte in modo significativo e permanente dalle fluttuazioni di una singola regione del mondo. In questo quadro le crisi locali assomiglieranno sempre più a brevi epidemie virali di influenza.”

Sembra che lo scenario che ci si apra d’avanti, per il futuro, sia “leggermente” diverso.Sembra che dall’influenza si sia passati alla polmonite e che non si intravedano “medicine” in grado di “curare” il malato.
A meno che, per rimanere in sintonia con alcuni di questi signori, in realtà l’aggiustamento non porti ad una distruzione di valore e ricchezza negli USA ed in Europa, un peso maggiore di Cina ed India nell’economia mondiale. Con una loro capacità finanziaria “sana” (da dimostrare)e non inquinata da strumenti speculativi, un basso indebitamento ed una forza economica in grado di acquistare know how per portare maggiore sviluppo da quelle parti.
In soldoni uno storico passaggio di consegne da Ovest ad Est delle chiavi di governo dell’economia mondiale.Se così non fosse è la realizzazione del “caos” sistemico prossimo venturo di “Shankariana” memoria, una sorta di nuovo medioevo economico.

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Fonti:
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2006/11/291106intervista_plateroti.shtml?uuid=01c52bfe-7f7b-11db-984f-00000e251029&DocRulesView=Libero

http://www.ifaf.it/blog/wp-content/uploads/2008/08/comprendere-e-governare.htm

http://www.corriere.it/economia/08_aprile_17/merrill_lynch_30c61c8a-0c8b-11dd-aecb-00144f486ba6.shtml

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Scalfari ed Uriel disegnano scenari e previsioni

Pubblicato da pensareinprofondo su Dicembre 6, 2008

Navigando ho trovato questo scambio di opinioni tra Uriel e Scalfari, ve lo propongo.

Scalfari
NON c’è un solo allarme rosso sul quale occorra tener fisso lo sguardo per comprenderne le cause e prevederne gli effetti con quotidiano monitoraggio. Ce ne sono tre, che insidiano la nostra vita dei prossimi mesi alimentando le nostre incertezze e i nostri timori.

Due hanno dimensioni nazionali e sono l’allarme sul funzionamento della giustizia e quello che viene definito la questione morale. Il terzo ha dimensione mondiale ed è la crisi dell’economia, la recessione americana diffusa ormai su tutto il pianeta, il pericolo che la recessione si trasformi in deflazione e che questa degradi ulteriormente in depressione.”

Uriel
“Vediamo di dare qualche astratto di questi numeri. Gli Hedge funds hanno creato pseudo-valore per una cifra che e’ 20 volte il PIL del mondo.

Esatto. Il PIL DEL MONDO. Si sono inventati soldi per cifre pari a 20 volte un anno di PIL di tutto il mondo. Lo hanno fatto crescendo “lentamente” ma inesorabilmente, pagando premi di miliardi di dollari all’anno ai loro dirigenti (si’, avete letto bene: miliardi di dollari di compenso) e specialmente, piano piano hanno inquinato ogni cosa.”

Scalfari
“Il capitalismo americano (e sul suo modello tutto il capitalismo internazionale) ha vissuto da decenni sulle bolle speculative. Sono state le bolle a far battere al massimo i pistoni del motore americano, locomotiva di tutto il resto del mondo. Le bolle, cioè il credito facile, cioè la speculazione.

Ma le bolle, dice Stiglitz, dopo la durissima crisi che stiamo vivendo non si ripeteranno più. Non nella dimensione che abbiamo visto all’opera negli ultimi anni. E quindi non esisterà più un capitalismo come quello che abbiamo conosciuto, basato per quattro quinti sui consumi.”

Uriel
“Ma non e’ questo il punto: il vero punto e’ il dato numerico: 20 volte il PIL mondiale.

Questo significa essenzialmente che non c’e’ nulla da fare. E’ come se un pianeta con la massa di Giove si dirigesse verso la terra: non abbiamo strumenti per fermarlo. E lo stesso per gli Hedge Funds. Non ci sono strumenti.

Anche mettendo insieme tutti gli stati del mondo in uno sforzo straordinario, non si riuscirebbe a scalfire la massa di cartaccia nella quale bot, monete, azioni, si trasformerebbero.”

Scalfari
“Subentrerà probabilmente un capitalismo basato sugli investimenti e su una redistribuzione della ricchezza mondiale e, all’interno dei vari paesi, della ricchezza tra i vari ceti sociali. Si capovolgerà lo schema (finora imperante) che vede la redistribuzione del reddito e della ricchezza come una conseguenza dipendente dalla produzione del reddito e dei profitti. Sarà invece la redistribuzione a mettere in moto la produzione e i pistoni del motore economico.

Ricordo a chi non lo sapesse o l’avesse dimenticato che fu l’allora giovane liberale Luigi Einaudi a propugnare (era il 1911) un’imposta unica basata sui consumi e un’imposta patrimoniale di successione che al di là d’una certa soglia di reddito passasse i patrimoni con un’aliquota del 50 per cento da impiegare per ridistribuire socialmente la ricchezza. Forse, con un secolo di ritardo, ci si sta dirigendo verso soluzioni di questo tipo. Lo chiameremo ancora capitalismo? Oppure come?”

Uriel
“Ci sono tantissime variabili macroeconomiche in gioco.

  1. Gli Hedge hanno investito spessissimo in titoli di stato da usare come titoli di riferimento “risk-free”. Direttamente o indirettamente, il lorofallimento blocchera’ le aste dei debiti pubblici. Non importa che una nazione abbia il 30% del PIL di debito il 106%: se l’asta va deserta, il paese va in default oppure stampa soldi. In caso di fallimento di qualche Hedge, i governi sovrani accetteranno di andare in default pur di restituire soldi ad entita’ gia’ fallite, prive di eserciti, e peraltro eticamente discutibili di fronte agli elettori e ai cittadini? Difficile.
  2. Gli Hedge hanno spesso speculato sui mercati forex. Con cifre mostruose, assorbendo parte delle mostruose inflazioni del mondo, quali l’indice M3 del dollaro, per dirne una. Nazioni militarmente possenti accetteranno un disastro economico provenire da questi enti, o faranno leggi ad hoc per annullare i debiti con gli Hedge funds?
  3. Gli hedge hanno speculato nel mondo dei futures, specialmente sulle materie prime. Oggi che il petrolio e’ crollato, triliardi di dollari stanno tornando in circolo perche’ ai compratori di petrolio non serviranno piu’. Gli Hedge stanno realizzando ancora scommettendo al ribasso sui futures, cosa che produce il ribasso perche’ loro ne detengono quantita’ impressionanti. Ovviamente ad un certo punto i produttori non avranno convenienza a vendere ad un prezzo cosi’ basso, e si aprira’ una forbice tra futures e prezzi. Ed i futures diventeranno carta straccia. Paesi esportatori , grandi importatori, paesi molto commerciali accetteranno di avere le economie in ginocchio pur di rispettare i contratti futures, o li renderanno invalidi con leggi ad hoc?
  4. Fondi pensionistici. Gli Hedge funds hanno, mediante fondi di fondi, o fondi di fondi di fondi, investito o reinvestito in fondi pensionistici. I paesi con dei welfare gestiti dallo stato rimarranno a guardare (eccetto quando a loro volta i fondi pensione non rinnoveranno piu’ i loro titoli di stato). Nazioni come gli USA si possono permettere di perdere quasi tutto il loro sistema pensionistico? Esiste la possibilita’ politica di mettersi contro cosi’ tanti elettori?

Scalfari
Anche in Italia tuttavia, come altrove, la crisi finora ha soltanto graffiato la pelle ma non ha ferito né i muscoli né i tendini. Si consuma un po’ meno, si investe poco o nulla
Il nostro governo e il nostro ministro dell’Economia sostengono che in Italia le cose andranno meglio perché le banche qui da noi sono più solide che altrove e i conti pubblici “sono in sicurezza”. Salvo il debito pubblico, ma la colpa di quella voragine fu creata negli anni Ottanta e quindi riguarda la precedente generazione.

Quest’ultimo punto del ragionamento è esatto; che le nostre banche siano solide è una fondata speranza; ma che le nostre prospettive siano migliori degli altri paesi è una bufala delle tante che il governo ci propina. Noi non stiamo meglio, stiamo decisamente peggio, ci tiene ancora a galla l’euro senza il quale staremmo da tempo sott’acqua. Stiamo peggio perché non abbiamo un soldo da spendere.”

Uriel

“Boh. In generale, sarebbe opportuno che i valori stampati NON superassero il valore del PIL mondiale. Ma e’ un sapere che conta poco, perche’ bisognerebbe disciplinare tutte le nazioni del mondo. Figuriamoci.

Potremmo dire che la creazione di valore cartaceo dovrebbe essere monopolio delle banche centrali, ma anche questo serve a poco. Piu’ volte la FED ha stampato soldi per andare incontro ai problemi degli speculatori. Quindi, neanche le banche centrali sono una garanzia. E poi, lo dite voi agli svizzeri che devono comandare le banche, quando sono le banche a comandare gli svizzeri?

Potremmo dire che la globalizzazione abbia fallito, ma gli Hedge sono stati un fenomeno anglosassone. Che colpa ne hanno, che so io, i paesi africani?

Qualsiasi cosa diciamo, il problema vero e’ che nessuno sta proponendo qualche cosa, qualsiasi cosa, nel caso falliscano gli Hedge. Anche gli analisti che provano a pensarci sopra, non fanno altro che sciorinare consigli generici.

Insomma, potrebbe cadere il cielo. Non sara’ la fine, ma sicuramente sara’ un nuovo inizio.

Di che cosa, onestamente non lo sa nessuno.

Se sentite dire che e’ fallito un Hedge, fate scorta di cibo e comprate un’arma. Magari non servira’. Nel caso…”

Scalfari
“La stampa americana parla ormai correntemente di “great depression, part 2″ riferendosi a quella del ‘29, le cui conseguenze devastarono gli Stati Uniti e l’Europa per otto anni. Ce ne vollero poi altri due affinché cominciasse un nuovo ciclo di crescita economica il cui mostruoso motore fu l’industria degli armamenti e la guerra scoppiata nel 1939, con i suoi milioni e milioni di morti, compresi quelli di Hiroshima e Nagasaki e lo sterminio dell’Olocausto.”

Il PD, stante lo scenario, ha deciso di occuparsi di altro.Ferrero è interdetto perché non conosceva gli hedge, i riformisti( che più riformisti non si puo’ )vedono realizzata la profezia del mago “Otelma” sulle ANALOGIE tra destra marziana e psudo sinistra salottiera (però sono interdetti anche loro avendo già sparato la cartuccia Keynes e quella Sraffa).
Berlusconi, per rilanciare i consumi e l’economia, farà regali a tutti.

Fonti
http://blog.wolfstep.cc
http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/economia/crisi-5/scalfari-7dic/scalfari-7dic.html?ref=search

Questo post è stato scelto da: www.comedonchisciotte.org (2420 letture)

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Mosley, decrescita ed elementi di socialismo nella formula 1

Pubblicato da pensareinprofondo su Dicembre 6, 2008

Quella che segue è una intervista di Mosley che detta la sua ricetta per “salvare” la formula 1.
Perché tratto l’argomento? Perché ,paradossalmente, le indicazioni del nostro individuano alcune “soluzioni” che riportano un po’ al tema dello sviluppo “infinito” di un sistema che, alla fine, non riesce più a trovare il bandolo della relazione tra chi crea ricchezza (vera) e chi no, tra un sistema che, a fronte di risorse scarse, cerca delle soluzioni alternative per dare un futuro al sistema stesso e chi pensa di poter adottare politiche da “pannicello caldo” per risolvere situazioni giunte al punto di rottura.
Ci sono elementi di decrescita nella ricetta di Mosley? E che conseguenza hanno sull’intero sistema aggregato (fornitori di servizi, lavoratori iper specializzati etc.)
Scherzosamente potremmo pensare che il “Kompagno” sadomaso Mosley pensi ad una redistribuzione delle risorse e ad una rinuncia da parte di chi più ha.
Un uso della tecnologia di base utile per tutti contro una tecnologia che offre vantaggi infinitesimali ed antieconomici, impercettibili dal punto di vista del loro “valore d’uso”.
Il taglio dei costi che il sistema non si può più permettere.
Una limitazione della concorrenza agli elementi utili al sistema.

Se rapportiamo tutto ad una scala diversa che cosa possiamo immaginare per il nostro futuro?Che tipo di società ne può venir fuori da una ricetta del genere?Quali regole?
Ieri Repubblica ospitava un articolo che trattava di economia con la logica del dietologo. Secondo quell’esimio pensatore il “sistema economico” deve dimagrire dai propri eccessi per ritrovare la forma e ripartire.Come se non stesse già dimagrendo di suo.E poi, parlando di gente in carne ed ossa, chi dovrebbe dimagrire?
Il recente rapporto del Censis è stato brutalmente sintetizzato in uno slogan” gli Italiani sono nel panico, ma c’è futuro”
A parte la considerazione che futuro ci sarà sempre ( a meno di cataclismi e processi di estinzione del genere umano) la questione è capire su quali contenuti si costruirà questo futuro.

C’è chi vede un ritorno alla terra di masse infinite di individui, la riscoperta dell’orto e del villaggio e via discorrendo.Anche fosse così ( ma nel 1929 che accadde negli USA? tutti contadini o poveracci itineranti senza bussola?) ma su quali relazioni baseranno i rapporti quegli individui? Su quali valori di fondo cementificheranno la loro società ed il loro modello di vita?
Costruiranno steccati intorno al loro orticello o no? Permetteranno la libera circolazione di individui e di carovane piene di manufatti o no?Tenderanno a far crescere il loro pezzo di terra condividendolo con altri e cooperando o penseranno di cooptare i più deboli ed i meno capaci?
Avranno bisogno di scienza o confideranno solo sulla loro esperienza?
Ed una società che tende a chiudersi genera o elimina questioni come il razzismo, la paura del diverso?

Giovedì scorso ho ascoltato su “annozero” una intervista ad alcuni componenti dell’Onda.Erano studenti universitari che, più o meno, esprimevano la stessa posizione.Parlavano della propria condizione di precari, sottopagati, stagisti che regalano tempo e valore alle aziende ricevendone in cambio nulla, come di qualcosa di nuovo (dal punto di vista sociologico) nella società.
I discorsi che ho ascoltato, anche se coinvolgenti dal punto di vista emotivo e solidale per la loro situazione (che è anche la mia), non mi piacevano per nulla.
Davano la sensazione di persone impegnate si in un movimento ma avvitati su se stessi e basta.Come se la loro sofferenza fosse il risultato di cambiamenti epocali nella organizzazione del lavoro, e non un prosieguo di scelte e politiche che non sono una novità per nulla. Scelte cristallizzate (come ha scritto qualcuno da Pensatoio) da norme e consuetudini giuridiche vecchie di secoli. Perché manca la coscienza a costoro? Perché manca il salto logico nei discorsi che fanno? Perché non provano a ricostruire un tessuto di classe che, partendo dalla condizione e dal posto che occupano nella società, si organizzi e rovesci il tavolo ed i commensali che vi siedono attorno?Classe, non soggetti.Moltitudine, non individui frustrati ed incazzati ma soli.Società con un progetto, non mille rivoli di pensiero senza denominatore comune e forza.

Nella storia dell’umanità quelli che non mancano sono proprio i riferimenti storici, le esperienze.La crisi finanziaria non è una novità, forse (sicuramente) ha una forza diversa e più invasiva ma è già stata sperimentata da segmenti di società sempre più complesse ed articolate nel corso dei secoli.
Non manca quella memoria storica eppure ci sono ricascati dentro.Tutto questo cammino per ritornare al punto di partenza?
Ritornare all’orticello per iniziare un cammino che ci riporti qui tra 30 anni, come par di capire leggendo il rapporto del Censis?Ancora con gli stessi interrogativi e senza cambiare, nella sostanza, proprio nulla?

Fonte: Gazzetta dello sport
“Sono in contatto costante con Montezemolo — spiega Mosley — ma le proposte Fota si limitano a ridurre del 20-30% gli attuali budget di 200-300 milioni. Noi proponiamo una riduzione fino all’80%. Con motore e cambio standard, e tutti i tagli, si potrà vincere il Mondiale con 50 milioni al massimo per team”. Attualmente 50 milioni non bastano per il catering delle big.

OPZIONI - Motore e cambi standard, non unici. Le case potranno continuare a costruire propulsori, ma bloccando lo sviluppo, che è già congelato. Mosley propone di tagliare tutto quello che il pubblico, ai circuiti e in tv, non vede. “Solo i meccanici sanno la differenza tra il cambio attuale da 10 milioni, e quello da uno che proponiamo noi e che pesa 5 kg di più. I team spendono un mucchio di soldi per bulloni da fantascienza, dotti dei freni, una quantità di pezzi per ottenere un millesimo di secondo di vantaggio. Limitiamo la concorrenza e la competizione ai soli elementi utili”. Il piano Mosley prevede massima libertà per le geometrie delle sospensioni, da realizzare con materiali poco costosi, invece che multimilionari. Limiti massimi allo sviluppo aerodinamico. Libera concorrenza per il sistema di recupero di energia: “Il Kers sarà su tutti i veicoli stradali tra 40 anni”.
DIPENDENTI E STIPENDI - Tagli massicci al personale: “Non si può più andare avanti con organici di 700-1000 impiegati. Ai box conserveremo il personale visibile, per guasti e rifornimenti, ma gli addetti alle telemetrie, i costi enormi delle telemetrie, possono sparire, non li vede nessuno. Tagli ai compensi dei piloti. “Molto più facile che licenziare 500 persone. Pagare un pilota un milione invece che 20 è sempre molto, rispetto alle alternative per lui”.

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Dichiarazioni surreali

Pubblicato da pensareinprofondo su Dicembre 4, 2008

“E poi diciamo cosa è questa azienda, è di proprietà di un multimiliardario, è di fatto un monopolio nel mondo dell’informazione.” Bocchino del PDL che parlava di Murdochsu su canale 5.

In meno di un anno i risultati sono stati straordinari. La Summer School è stata un successo. La nostra TV sta andando benissimo. Il Circo Massimo è stato un trionfo. Abbiamo vinto le elezioni in Trentino Alto Adige. Abbiamo gioito per la vittoria di Obama perchè qui qualcuno aveva intuito che era uno straordinario seme di futuro. Siamo risaliti di 4 punti nei sondaggi mentre Berlusconi ha cominciato a scendere. Insomma, tutto stava andando per il meglio“.

Walter Veltroni che parla degli strabilianti successi delPD, 4 dicembre 2008

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Spunti ed opinioni: il materialismo storico,Keynes e Marx

Pubblicato da pensareinprofondo su Dicembre 4, 2008


IL MATERIALISMO STORICO

La concezione materialistica ha come assioma che la materia esiste indipendentemente dall’esistenza o meno di un ente sopranaturale.

Il materialismo storico parte dal presupposto che l’uomo, evoluzione della materia, materia organica e pensante, prima di essere tale (cioè pensante) è materia organica, e quindi deve nutrirsi, ovvero è la produzione e riproduzione della vita materiale che permette all’uomo di progredire intellettualmente e socialmente.

Questo può sembrare un modo molto rozzo di ragionare, ma è da tenere presente quando si affronta qualsiasi argomento filosofico.

Per dirla con Marx: “[...] il primo presupposto di ogni esistenza umana,e dunque di ogni storia, il presupposto cioè che per poter «fare storia» gli uomini devono essere in grado di vivere. Ma il vivere implica prima di tutto il mangiare e il bere, l’abitazione, il vestire e altro ancora. La prima azione storica è dunque la creazione dei mezzi per soddisfare questi bisogni, la produzione della vita materiale stessa [...].

(Karl Marx, “L’ideologia tedesca”-Editori Riuniti 1993, pag. 18)

Dunque, prima di dire “cogito, ergo sum” l’uomo ha sicuramente esclamato “o mangio o non esisto”, e questo è incontestabile. Senza tranquillità economica, e quindi surplus alimentare, non vi è produzione di idee sociali e tantomeno sviluppo economico-sociale.

Il rapporto è quindi dialettico, l’intelligenza umana ha permesso lo sviluppo economico che di riflesso ha permesso lo sviluppo sociale; a sua volta lo sviluppo sociale ha dato all’uomo tempo per coltivare l’arte e la filosofia, che a loro volta hanno influenzato lo sviluppo sociale.

Questo è un presupposto da cui si sviluppa la concezione materialistica della storia, ed ogni testo che tratta tale argomento.

La maturazione di Marx ed Engels dalle posizioni democratiche a quelle comuniste, compiuta nei primi anni ‘40 del secolo XIX, avvenne parallelamente al passaggio dalla concezione idealistica, che ebbe nel tedesco Hegel il suo massimo esponente, a quella materialistica. Essa, al contrario dell’idealismo, vede nell’elemento materiale la base di tuta la realtà: dalla natura, all’uomo, alla società, alle stesse idee che l’uomo si fa nella propria testa su tutte queste cose. É applicando questa concezione che Marx ed Engels poterono affrontare lo studio scientifico in un campo dove sembrava non poter valere alcuna regola precisa: la storia, la politica.

Leggiamo uno dei passi più significativi in proposito:

“Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere ma è, al contrario, il loro essere sociale a determinare la loro coscienza.
A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (il che è l’equivalente giuridico di tale espressione) entro i quali queste forze fino ad allora si erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono nelle loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura.
Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche, che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di sé stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che ha di sé stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente tra le forze produttive della società e i rapporti di produzione.
Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; i nuovi superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose da vicino, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione.
A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese, possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società. I rapporti di produzione borghesi sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorga dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. Con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana.”

[Karl Marx: introduzione a "Per la critica dell'economia politica - 1859"]

Vi sono moltissime opere storiche scritte utilizzando il materialismo dialettico come strumento interpretativo,e vi sono molti scritti di Marx e di Engels sull’argomento; ma il testo che proporrò al navigatore è “Del materialismo storico” di Antonio Labriola.

Lascio quindi il lettore al saggio del grande pensatore italiano.

Antonio Maggio 05/06/2006

Keynes e Marx

Fonte:Gianfranco Pala

Tutti i socialsciovinisti – non ridete! – sono oggi “marxisti”.
[Lenin, Lo stato e la rivoluzione]

“Gli scritti di Marx e di Engels furono mai letti per intero da nessuno, il quale si trovasse fuori della schiera dei prossimi amici e adepti, e quindi dei seguaci e degli interpreti diretti degli autori stessi? Furono mai quegli scritti fatti tutti oggetto di commento e di illustrazione?” – si chiedeva con giustificata preoccupazione, circa cent’anni fa Antonio Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia. E continuava chiedendosi se ci sia “molta gente al mondo che abbia la pazienza di mettersi a leggere tutti gli scritti dei fondatori del socialismo scientifico, parso fino a ora come un privilegio da iniziati! Che meraviglia, dunque, se molti e molti scrittori, e specie tra i pubblicisti, abbiano avuto la tentazione di ritrarre, o da critiche di avversari, o da citazioni incidentali, o da frettolose illazioni ricavate da brani speciali, o da vaghi ricordi, gli elementi per foggiarsi un “marxismo” di loro invenzione e maniera? Di fatti – concludeva il vecchio Antonio – i dottrinari e i presuntuosi d’ogni genere, che han bisogno degli idoli della mente, i facitori di sistemi classici buoni per l’eternità, i compilatori di manuali e di enciclopedie, cercheranno per torto e per rovescio nel marxismo ciò che esso non ha mai inteso di offrire a nessuno”.

Ora, la ragione di un tale “cominciamento” dovrebb’essere fin troppo evidente e chiara: nulla di nuovo risplende sotto il sole. “Per torto e per rovescio”, diceva infatti Antonio Labriola, giacché ancora oggi veri nemici e falsi amici del marxismo continuano a rivoltarlo da tutte le parti per attribuire a esso le affermazioni più infondate e foggiate “di loro invenzione e maniera”. Serietà vorrebbe che si parlasse solo di ciò che si conosce – e per questo non basta che l’oggetto in questione sia “noto” ai più, direbbe Hegel. “Ignoranza” – in italiano – vuol dire semplicemente, infatti, che una cosa la si ignora, non la si conosce: e dunque sarebbe meglio tacerne. Invece, ecco che nemici e “amici”, pur di parlarne e di far parlare di sé, assumono – con stucchevole scherno keynesiota – Marx a “profeta”: certo, disconoscendolo, per poterlo meglio irridere e demonizzare.
Ecco perciò che fioriscono i “marxismi” (con la “i”, al plurale), perché pubblicisti o dottrinari, dottrinari pubblicisti e pubblicisti dottrinari – per non dir dei politici d’accatto – non sospettano neppure che la verità scientifica che si ricerca con gran fatica (ma soltanto da parte di coloro che realmente vogliono ricercarla) è una sola e non ammette vacue “interpretazioni” di “invenzione e maniera”, presuntivamente buone per ogni uso. Non si può, insomma, “usare” una teoria, nessuna teoria degna di tale nome, che sia stata laboriosamente costruita su sue specifiche basi, per applicarla a contenuti e fini diversi, come fosse un volgare attrezzo! Il povero Hegel, che ha passato un’intera vita per spiegare tutto ciò a colti e profani, riuscendo però a farsi capire pienamente almeno da Marx, si rivolterebbe nella tomba, al cospetto proprio di coloro che insistono a definirsi “marxisti”, pur nel loro più rozzo e sincretico eclettismo.
Non per niente, proprio Marx – criticando i socialdemocratici tedeschi – invocava perentoriamente di non fare “alcun traffico di princìpi”. Succede invece che, ripetutamente e sempre più spesso, Marx(ismo) e Keynes(ismo), che sono fondamentalmente irriducibili – e più avanti si ripeterà brevemente, per l’ennesima volta, il perché – vengano inopinatamente messi uno accanto all’altro, l’uno sopra o sotto l’altro, l’un dentro l’altro, come se fossero indifferentemente intercambiabili e integrabili. Del resto, non rappresenta neppure una novità ciò che i moderni “marxologi” si compiacciono di chiamare arricchimento, integrazione, approfondimento di Marx: fin dai tempi del giovane Lenin ci sono state successive ondate di “marxisti” i quali, procurando i guasti che tutti sanno, hanno “approfondito” Marx! Quel che non si capisce – non è la prima volta che lo si dice – è perché “asinistra” si insista tanto per passare da “marxisti”: non ce n’è nessun motivo. Non c’è niente di male – oddio, insomma, si fa per dire – a essere socialdemocratici, basta dirlo: orgoglio riformista!
L’eclettismo di cui si sta parlando consiste essenzialmente nel cercare disperatamente di rendere compatibili due analisi contrapposte a causa degli opposti punti di vista di classe. Ma ciò cui questo eclettismo ambisce consiste proprio nel cancellare l’analisi di classe, e le classi stesse con la loro lotta: altrimenti esso non potrebbe “usare” una pseudoteoria spuria di parte borghese, come il keynesismo, per “approfondire” il marxismo comunista. Né servono scappatoie luxemburgiane per salvare il keynesismo.
Sicché si finge di ignorare che il keynesismo è liberale; e pur se non si possono trascurare le differenze esistenti nello stesso fronte liberale capitalistico – differenze emergenti a seconda delle fasi di accumulazione e crisi, nelle diverse attitudini “premiali” o “punitive” volta a volta necessarie al comando del capitale – i loro fondamenti non mutano. In questo senso, il keynesismo va, per così dire, sempre peggio, anche e soprattutto quello “asinistra”. In effetti, l’aggressività padronale, dovuta all’espansione della crisi, si è necessariamente manifestata nella soppressione delle precedenti regole, come liberismo monetarista, tanto che il “regolazionismo” così caro al “mondiplomatismo” francofono ha facilmente preso il posto del socialismo scientifico marxista nei cuori post(!!!)keynesiani dell’asinistra. Veramente bello questo attribuirsi il post per designare tutto ciò che si vuole come “nuovo” nella sedicente sinistra!

Tantissime sarebbero le cose da dire e da scrivere contro siffatte mistificazioni del marxismo, in nome del keynesismo-post. Ma: ne vale la pena? Assolutamente no! I keyneso-marxisti sono totalmente sordi a ogni considerazione critica, che non sia più che benevola e permissiva nei confronti del loro indeterminato, quanto sciagurato, eclettismo. Le aggressioni classiste di Keynes nei confronti di proletari e comunisti sono innumerevoli. Per elencarle tutte, ed esaminarle sia pur brevemente, occorrerebbe almeno lo spazio di un libro (non che il materiale non ci sia e non sia già disponibile in abbondanza*). Senonché, anche l’ordine in cui esporre le argomentazioni andrebbe ponderato e ragionato, ma questa impresa è ardua e il luogo divulgativo e contro/informativo qui previsto non è quello idoneo.
Non conviene, perciò, dar qui altro ordine che quello abbastanza casuale, fornito dalla stessa esposizione polemica data dai nostri involontari interlocutori, “fratelli Ignorantelli dell’economia politica borghese” [per usare la bella espressione che Marx, nel 1873, contro Proudhon e i proudhoniani, consegnò ai lettori lodigiani, e italiani in genere, di La plebe, nella sua critica all’indifferenza nella politica]. Del resto – volendo qui colpire il peccato e non il peccatore – vanno dette un paio di cose. Da un lato, ci sono quelli che più ignorano, non comprendono e contraffanno Marx, cercando di trovarlo dentro Keynes o mettendo questi dentro Marx, senza giustificazione alcuna. Dall’altro, non tutti ignorano o travisano completamente Marx; cionondimeno, anche i migliori tra loro, facendo veri e propri salti mortali, lo torcono al punto da provare a renderlo “compatibile” con Keynes, per tentare di salvare il salvabile di quest’ultimo: impresa eroica e disperata.
Basterà, dunque, fare qui un volo pindarico su alcuni soltanto – una decina, per far cifra tonda – dei troppi luoghi comuni diversamente visitati (chi mettendo l’accento più sull’una cosa, chi più sull’altra) da molti di tali soggetti, nel nome del keynesismo:
i. nella sua falsa critica a Say, Keynes integra l’insulso francese con la “visibilità” della mano, che fino ad allora, con Smith, era supposta invisibile; ma: a che serve tale escamotage? evidentemente, in una chiave che è palesemente irriducibile al marxismo, solo a rabbassare ogni cosa a forma di reddito anziché di capitale; quest’ultima questione rappresenta la forma alla quale si riduce tutta la sapienza keynesiana, in quanto – in ultima analisi – è proprio alla sola considerazione del “reddito”, che implica perciò la non considerazione del “capitale” (nel modo di produzione capitalistico!), che si possono ricondurre tutte le storture keynesiane; del resto, esse non sono affatto nuove, se si considera la nota 73 che Marx ha riservato a James Mill (sr.) nel cap.3 sul denaro del libro I del Capitale (ripresa, da Marx stesso, dalle pagine in II.2,a di Per la critica dell’economia politica del 1859, dove tra l’altro si legge: “la circolazione del denaro può avvenire quindi senza le crisi, ma non possono esservi crisi senza la circolazione del denaro”); il rapporto sociale, che il capitale implica nei confronti del lavoro salariato sottomesso, sul quale comanda, sparisce in un attimo; cosicché, pure la crisi può essere mollemente ascritta a semplice sottoconsumo, anziché a un’oggettivamente immanente sovraproduzione;
ii. Keynes non ha mai criticato sostanzialmente Say, a differenza di Marx; il lord inglese, nel suo splendido elitarismo, ha ripreso alcune formulette – così rese perciò insignificanti – da un certo Mc Cracken [sic!?] e non da Marx stesso (un po’ perché non lo capiva e un po’ per fare il prezioso); ne è risultato un pastrocchio, adorato però da keynesisti e post-keynesiani, in cui emerge tutta la falsità di Keynes a proposito della (a suo dire) casuale eccedenza di D’ su D, il che illustra a dovere sia la propensione affaristica di Keynes, sia la sua incomprensione scientifica verso la speculazione, ecc.: ma – ancòra – che c’entra il marxismo?
iii. ridurre a “domanda”, sia pure come categoria implicita, il modo di produrre nel capitalismo, è assolutamente estraneo all’autonomo operare del capitale in Marx: tutta questa mistificazione discende, ovviamente, dal rabbassamento a reddito appena indicato; del resto, le decisioni separate e contrapposte dei capitalisti in lotta per il profitto, in Marx, sono l’anarchia del modo di produzione capitalistico, in quanto tale, e null’altro; sicché la crisi da eccesso di sovraproduzione di valore e la conseguente caduta ciclica del tasso di profitto non ne sono altro che conseguenze, totalmente inconciliabili con il keynesismo di ogni risma.
iv. l’oggettività della sovraproduzione – per non parlare della caduta (tendenziale) del tasso di profitto – è, non solo implicitamente, negata dalle precedenti accettazioni dei vaniloqui borghesi; ma i keyneso-marxisti – al cospetto di una tale incontrovertibile oggettività della crisi – si dilungano scioccamente su banalità quali il presunto “sciopero degli investimenti”!; proprio in forza di tale oggettività, sicuramente non per caso, Marx parla della “società odierna per la sua stessa struttura economica”: e non certo per le “scelte” soggettive di capitalisti e loro funzionari politici;
v. l’esercito industriale di riserva è una cosa molto seria; non è possibile ridurre tutto tale discorso al semplice tema keynesiano della “disoccupazione”; sicché – nella vigenza del modo di produzione capitalistico – lo slogan della “piena occupazione”, non per caso rabbassata sovente a semplice “massima occupazione”, rivela tutta la sua illusorietà e pochezza (del resto, non è certo questa la prima volta che i marxisti che si rispettano ne denunciano la stupidità); in Marx l’antagonismo è nella produzione, ovverosia nella vendita della forza-lavoro come merce ad altri, e non nella distribuzione; se tale vendita non va a effetto, o è costretta a cedere terreno e denaro nello scambio, i lavoratori “in riserva” guadagneranno sempre meno, essendo reso più “liquido” e flessibile il loro lavoro stesso, e non saranno affatto disoccupati, ma ancor più comandati dal capitale, nel loro lavoro irregolare, emarginato e precario, pagati cioè a “cottimo” con salari detti d’efficienza e partecipazione: in una sola parola, si tratta di neocorporativismo, altro che keynesismo “sociale”!
vi. contro un tale soggettivismo, Marx non esitava a sostenere che il salario, in quanto determinato come valore capitalistico, è già minimo; viceversa, oggi, oltre alla pretesa di fissare un “salario minimo” o un “reddito di cittadinanza” (sempre minimo, naturalmente), va assai di moda anche ricercare quale sia il cosiddetto nairu (tasso di disoccupazione naturale antinflazionistico!!) per “regolare” non solo il salario ma anche il livello di occupazione “sostenibile” – per il capitale, naturalmente; che ciò lo perseguano padroni e loro sicofanti è più che “naturale”; ma che sia ambìto anche dai “marxisti” è veramente ridicolo! è totalmente vanificata la lotta di classe del proletariato contro la borghesia [già: ma che cosa sono siffatte classi?!];
vii. l’oggettività del sistema salariale, in Marx, è tale che il salario stesso è sociale, cioè riferito all’intera classe, e non è semplicemente la forma monetaria del reddito individuale derivato dalla busta-paga; né, tantomeno, può essere dato – marxianamente – il benché minimo ascolto all’idea che la forza-lavoro non sia una merce, ma invece un’ideologia, tale che il “contratto di lavoro” sarebbe una jattura e, al contrario, un bel “contratto d’opera”, da prestare al padrone, sarebbe la risoluzione di tutti i mali e l’annullamento dello sfruttamento (ridotto a mera categoria morale, da evidenza scientificamente oggettiva che era in Marx);
viii. corollario di simili chiacchiere è la fandonia del salario “variabile indipendente”, di cui veramente non se ne può più; mentre per Marx, seguendo Smith, era chiaro che esso poteva, sì, variare in relazione all’accumulazione di capitale – e cioè alla storia – è evidente che i keyneso-sraffiani più o meno “sindacalizzati” utilizzino codesta fandonia per derubricare il salario stesso da valore della forza-lavoro, storicamente determinato, a quota di reddito “pariteticamente” prodotto e distribuito secondo la contribuzione di ciascuno: come se si stesse già nel socialismo [“a ciascuno secondo le sue capacità”, era la critica di Marx al programma di Gotha], anziché nel capitalismo, e segnatamente nella sua fase imperialistica; che il “salarimperialismo” si fondi sulle differenze nazionali dei salari, e che su tali briciole sia “fiorita” (si fa per dire) l’aristocrazia operaia inglese col connesso stato sociale fabian-laburista, agli “oltremarxisti” non passa neppure per l’anticamera del cervello; così come non sembra loro necessario denunciare la ricordata finzione “sociale” del neocorporativismo, presentata invece dai padroni con le espressioni di “efficienza” e “mercato”, naturalmente liberi!;
ix. in tema di reddito e sua distribuzione, su cui i keynesiani-post si deliziano per ipotizzarne (im)possibili “regolazioni” e redistribuzioni, non casualmente spicca la leva fiscale e monetaria dello stato; ma questa è pura follia, secondo Marx, giacché in base alla sua critica lo stato borghese stesso (e solo di questo, storicamente, ha senso parlare) si fonda sul dominio di tale classe sopra tutta la società, non esprime per nulla sentimenti o mediazioni universalistiche, e sancisce unicamente gli esiti, a volte mortali, della lotta tra capitali: se no, che altro sarebbe lo stato capitalistico – altro che la “terza parte” di cui si beano i neocorporativi keynesiani!?; altra cosa è la ricaduta indiretta (da non sottovalutare, certo) di quella lotta tra capitali, che, eccezionalmente e occasionalmente, può costringere lo stato borghese a concedere in “acconto” alcuni “buoni” servizi pubblici, fisco, ecc.; altra cosa, ancòra, è la limitazione legale, in quanto sia antagonistica, della giornata lavorativa, ottenuta cioè a séguito di un’imposizione giuridica conquistata con la lotta tra le classi.
x. le trovate keynesiane su moneta e denaro rinviano immediatamente alla mancata differenziazione tra reddito e capitale; sicché il denaro sia (anche linguisticamente, secondo la limitatezza anglosassone) rabbassato a semplice e generica “moneta”, che sempre e sola funziona come reddito, anche quando essa, per épater le bourgeois (è proprio il caso di dire!), è simbolicamente da Keynes chiamata “capitale”; perciò, quella che il lord definisce “preferenza per la liquidità”, sulla traccia del marginalismo fisheriano che l’ha preceduto, attribuisce erroneamente all’agente del capitale l’avversione al rischio; poco importa ai keynesiani-post-marginalisti che Pietranera abbia marxianamente mostrato come sia specificità del comportamento capitalistico l’esatto contrario: e cioè, non avversione bensì propensione al rischio, il che logicamente dovrebbe comportare un tasso di preferenza temporale e, perciò, di interesse negativo; con il che ogni illusione marginalistica e keynesiana di “spiegare” l’interesse naufraga miseramente; inutile aggiungere che simili bravate, in una forma o nell’altra, appena modificata, si ritrovano tutte in Proudhon o Gesell: con buona pace di Marx – e ho detto tutto (chiuderebbe Totò)!

In conclusione, e in estrema sintesi*, basta tirare le fila dei ragionamenti svolti. Se si trattasse soltanto dell’“arricchimento” di Marx tentato da tanti “sentimentalsocialisti” – per usare la bella e sferzante definizione marxiana – seguaci di Proudhon (dei quali, per carità teoretica, è meglio tacere i nomi, ché tanto negherebbero recisamente di esserlo prima del terzo canto del gallo!), secondo cui le classi sono sociali e storiche, e non di reddito, beh!, allora basterebbe leggere con un minimo d’attenzione, nel senso auspicato da Antonio Labriola, le parole scritte da Marx stesso, per capire che codesta considerazione era stata già abbondantemente argomentata proprio da Marx. Ma, ahinoi, non si tratta solo di questo.
Il fatto è – com’è stato anticipato – che sono le classi stesse, e la loro lotta, a essere espunte dalla scientificità dell’analisi marxista; sicché tale considerazione possa essere presentata come “cattiva” ideologia comunista. Ma – se non ci si arresta alla superficie dell’esposizione, e si scende a un livello adeguato di analisi critica dell’economia politica – considerare le classi moderne e la loro lotta vuol dire capire che si è al cospetto dello scambio ineguale tra lavoro morto e lavoro vivo. Qualora si rabbassi, invece, l’analisi a produzione e, soprattutto, scambio semplice di merci (nella migliore ipotesi, ché altrimenti si sta nella mera circolazione di valori d’uso), il modo capitalistico della produzione sociale si dilegua nel nulla. Ed è precisamente, come sopra si è rammentato, ciò che Marx rimproverò a tutta l’economia politica (a cominciare da James Mill e Say), e che dal XX sec. si ritrova senza tèma nelle diverse forme di keynesismo.
Non è per ciò affatto strano che – dal keynesismo gesell-proudhoniano – discenda immediatamente quella citata presunzione di definire “lavoratori” tutti coloro che svolgano una qualsiasi attività, diversa dal “tagliar cedole” del redditiero parassita, e quindi anche quella dell’agente del capitale in quanto attivo sfruttatore del lavoro altrui. Di qui, pel tramite dell’ipocrisia del “risparmio” – oggi tanto di moda, attraverso la speculazione borsistica, di cui cade vittima la cosiddetta “mano debole” del “parco buoi” di coloro che si affidano ciecamente ai cosiddetti “consulenti finanziari” – trae spunto anche la definizione, opposta, che qualifica perciò come “capitalisti finanziari” perfino i lavoratori dipendenti, quelli cioè che erogano gratuitamente pluslavoro per i padroni capitalisti. L’insulsaggine della concezione monetaria che c’è dietro, tale che ogni distinzione tra liberismo e neoliberismo mostra sùbito quanto sia fittizia e altrettanto ridicola, fa da corollario a tutto ciò, ed è stata dianzi considerata.
In generale, anche il keynesismo di ogni fatta, al pari delle altre tesi borghesi dominanti, trasforma ogni relazione unidirezionale in una che vien mostrata come, impropriamente, biunivoca (lo si è visto prima, a es., a proposito del rapporto tra crisi e denaro). Perciò, anche i keynesiani-post invertono continuamente la causa con l’effetto, sì che possa essere vanificato ogni tentativo di ricercare le cause delle contraddizioni capitalistiche, nella dimostrazione scientifica dello sfruttamento del lavoro altrui. Dileggiando il “secondo principio eterno” di Proudhon, laddove i di lui seguaci affermano perentoriamente, appunto, che “la proprietà è il frutto del lavoro”, Marx commenta sarcasticamente “ … degli altri, essi si sono dimenticati di aggiungere”.
Dunque, non può sorprendere più di tanto che cospicui post-keyneso-marxisti attribuiscano alle pressioni neoliberiste degli anni 1980 – tenute mondiplomaticamente ben distinte da quelle liberiste, ché includerebbero pure quelle keynesiane! – nientemeno che la causa della “disoccupazione di massa” nell’intero mercato mondiale capitalistico. Ma tali “pressioni” – che richiedono una marcia a ritroso, altrimenti non si “capirebbe” perché i padroni non abbiano “premuto” prima!? – sarebbero la risposta soggettivamente data dal grande capitale transnazionale alle lotte operaie del decennio precedente. Pertanto, sarebbe questo insieme di presunte “cause”, a scaricabarile, ad aver indotto i governi dei paesi capitalistici ad abbandonare le cosiddette politiche keynesiane. Tutti quanti codesti neo-soggettivisti della regolazione sociale non ipotizzano neppure lontanamente che le loro supposte “cause” siano in realtà effetti, ed abbiano come loro causa causante comune la stringente e inevitabile oggettività dell’eccesso di sovraproduzione che periodicamente erompe nelle crisi.
Di fronte a tali differenze concettuali, perciò, non si vede come si possa cercare di rendere compatibile il keynesismo col marxismo. Ma, a questo punto, sembrerebbe inutile anche raccattare qua e là punti empirici di convergenza parziale tra le due impostazioni, per un duplice motivo: l’uno perché, a ben guardare, assai poche sono le considerazioni pratiche che il keynesismo potrebbe portare in aggiunta al marxismo (se questo fosse adeguatamente conosciuto), senza cozzare con la dialettica storica con cui quest’ultimo analizza il divenire materiale del modo di produzione capitalistico; l’altro, per l’appunto, perché anche la maggior parte delle intuizioni empiriche del keynesismo sono fondate (epperò proprio empiristicamente) su categorizzazioni e classificazioni in definitiva antitetiche a quanto sviluppato dal marxismo.
In questo senso – tra l’altro, sia detto per mera incidenza, e in netta contrapposizione al romanticismo economico – va chiarito che non è neppure da ritenere soddisfacente il cosiddetto “marxismo analitico”, perché esso, o scivola nel neomarxismo sraffiano, o, qualora a quest’ultimo pur si contrapponga radicalmente, ne rimane comunque condizionato dal terreno (“analitico”, appunto) che sostituisce la ricerca “quantitativa” positivistica a quella storica dialettica. [Non è un caso che il nesso tra valori e prezzi, col cosiddetto “problema della trasformazione”, o la questione relativa alla misurazione della composizione tecnica (e organica) del capitale, con la connessa “caduta tendenziale del tasso di profitto”, siano i temi privilegiati da quella scuola di marxismo, che per ciò stesso è portata a polemizzare, magari implacabilmente, sul terreno sraffiano, perdendo ogni riferimento hegeliano di Marx, che potrebbe anche essere criticabile, ma che è certo innegabile].
Insomma, allora, perché i “sentimentalsocialisti” devono esclamare: viva Hegel? Sembrerebbe piuttosto assai più corretto, per loro, ripetere: viva Proudhon!

Nota
Si rimanda qui ai diversi scritti sulle tematiche in questione; sia chiaro che indico qui solo quanto pubblicato sotto il mio nome, non perché io ritenga ciò più rilevante di altro, copioso, materiale variamente presente; ma solo perché a me personalmente è stato richiesto di esprimere la mia opinione sul rapporto tra Marx e Keynes; sicché, se qualche lettore fosse interessato a considerare argomentazioni più analiticamente dettagliate, si dànno qui appresso (in doppio ordine cronologico e suddivisi, il primo gruppo per la specificità teoretica, il secondo gruppo per un’applicazione prevalentemente politica) tutti quei riferimenti bibliografici che possono colmare l’insufficienza espositiva racchiusa in poco più di 20000 caratteri, senza appesantire un’esposizione che già così, nonostante tutto, presenta diverse ripetizioni.

Mille modi per uccidere Marx (note per un dibattito sulla “crisi e morte del marxismo”), Zero e dintorni, 1, Roma 1978
Contro l’uso culinario del marxismo, Lineamenti, 7, Padova 1985
Il sandalo e il mantello, (in Saggi in onore di Federico Caffè, vol. II), Angeli, Milano 1992
Lo stato asociale del capitale, la Contraddizione, 31, Roma 1992
Fuga da Marx, la Contraddizione, 31, Roma 1992
La ragione del marxismo, la Contraddizione, 50, Roma 1995
La via fantozzesca al socialismo, Invarianti, Roma 1996
Gli inganni dello stato sociale, L’internazionale, Napoli 1997
Opinioni discrepanti sul marxismo, la Contraddizione, 63, Roma 1998
Il valore di Marx, la Contraddizione, 64, Roma 1998
Zibaldone del tempo di lavoro, Angeli, Milano 2000
L’Ostato (cura e introduzione), la Città del Sole, Napoli 2000

Il triangolo della morte sociale – il protocollo d’intesa neocorporativa, la Contraddizione, 38, Roma 1993
Oltre la sfera del tuono, la Contraddizione, 40, Roma 1994
Il lord, il profeta e il rozzo proletario, la Contraddizione, 53, Roma 1996
Il programma minimo di classe, Laboratorio politico, Napoli 1996
… ma allora, ditelo!, la Contraddizione, 58, Roma 1997
Classe, salario, stato, in Lo stato a/sociale, Laboratorio politico, Napoli 1998
Paesi molto bassi: il “miracolo” neocorporativo olandese, la Contraddizione, 67, Roma 1998

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Una citazione di Marx

Pubblicato da pensareinprofondo su Dicembre 2, 2008

Questo è stato scritto nel 1856.Che dire?

Che bisognerebbe, forse, lavorare sulla contraddizione tra “forze produttive e rapporti sociali”per sviluppare e consolidare una “società” che sia altro?

Fonte:http://www.sitocomunista.it/marxismo.htm#

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Notizie e storie surreali, il caso SKY

Pubblicato da pensareinprofondo su Dicembre 2, 2008

Sulla questione SKY copio un estratto di un articolo dell’Espresso:

“L’innalzamento dal 4 all’attuale 10 per cento fu introdotto alla fine del 1995 nella legge finanziaria del Governo Dini. All’epoca i manager di Telepiù, scelti dal Cavaliere, salutarono così il provvedimento: «È l’ultimo atto di una campagna tesa a mettere in difficoltà la pay tv».

Il 25 ottobre del 1995, Mario Zanone Poma, (amministratore di Telepiù sin dalla sua fondazione) dichiarava alle agenzie di stampa: «L’innalzamento dell’aliquota Iva:
1) contraddice la sesta direttiva della Comunità Europea;
2) contraddice l’atteggiamento degli altri paesi europei verso aziende innovative quali le pay tv;
3) crea una grave discriminazione tra la pay-tv e il servizio televisivo pubblico».
In pratica il manager scelto da Berlusconi diceva le cose che oggi dicono gli uomini di Murdoch.

Effettivamente un ruolo dei comunisti ci fu. Ma a favore del Cavaliere.

Il Governo Dini voleva aumentare l’Iva fino al 19 per cento (come oggi vorrebbe fare Berlusconi) ma poi fu votato un emendamento di mediazione che fissò l’imposta al 10 per cento attuale. L’emendamento passò con il voto decisivo di Rifondazione Comunista: il suo leader dell’epoca, Fausto Bertinotti, in un ribaltamento dei ruoli che oggi appare surreale, fu duramente criticato dall’allora responsabile informazione del Pds (e attuale senatore del PD) Vincenzo Vita: «È squallido che Bertinotti abbia permesso un simile regalo a questo nuovo trust della comunicazione, figlio della Fininvest».”

Per riassumere:
all’epoca (1995) Dini sabotava il cavaliere che, incazzato, faceva rilasciare dichiarazioni al vetriolo dai suoi (come Murdoch oggi).Sempre Dini voleva aumentare l’IVA al 19%. Protestarono quelli di Rifondazione e si incazzarono quelli dell’attuale PD, che ritenevano squallido e servo del capitale Bertinotti il quale difendeva, cosi’ e dal suo punto di vista, il potere di acquisto dei salari dei lavoratori.
Venduto il bidone dal Berlusca ed acquistato, dopo vari giri, dal Murdoch il tutto ricomincia la tiritera.
La domanda è: chi è comunista tra i tanti protagonisti?
La morale finale: fate fare il lavoro sporco ad un ex amico del vostro peggior nemico.Ed aspettate sulla riva.

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Tu faresti lo spacciatore?

Pubblicato da pensareinprofondo su Dicembre 2, 2008

Ieri sera mentre accompagnavo mio figlio ad un evento sportivo che lo riguardava, chiacchierando del più e del meno mi ha fatto questa domanda” Papà, tu spacceresti droga se non avessi alternative?”
Lì per lì sono rimasto perplesso e l’ho guardato attentamente per capire se, dietro quella domanda, non ci fosse dell’altro.
“Ci sono sempre delle alternative ad una cosa del genere, ed in ogni caso se uno fa una roba del genere si deve rendere conto che procura un danno ad una persona, non mi sembra il modo migliore per risolvere un problema personale, o fare soldi, speculare sulla pelle di qualcun altro.”
“Si ho capito, ma se tu fossi veramente nella merda cosa faresti? Spacceresti come ultima possibilità droga?”
“Non esiste che quella sia l’ultima possibilità- ho risposto- Ed in ogni caso no, non spaccerei droga, preferirei dormire sotto i ponti”
“E faresti dormire sotto i ponti tutti noi?”L’altra domanda.
Per fortuna siamo arrivati proprio su questo punto, e la conversazione si è chiusa lì.
Però, voi spaccereste se foste nella merda?

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