pensareinprofondo

Archivio per Gennaio 2009

Zimbabwe, graceland.

In viaggi on 31 Gennaio 2009 at 5:34 pm

Nel 1986 Paul Simon fece un concerto nello Zimbabwe. Graceland.
Con quella musica e quelle contaminazioni iniziò l’epoca del world music. Rifarebbe oggi un concerto con lo stesso titolo in quei luoghi?
Io penso di no.
Da quelle parti un ex e vecchio guerrigliero, con una giovane moglie che acquista diamanti in giro per il mondo , tiene al guinzaglio quello che è rimasto del suo popolo.
Quel vecchio una sola cosa dignitosa dovrebbe fare. Suicidarsi. Dare con quel gesto un segno di speranza a quella gente. Fare un piccolo atto rivoluzionario e con questo ridare dignità alle lotte che ha combattuto per loro e per noi. Un tempo.

Ma quale mercato? e quale economia?

In economia on 29 Gennaio 2009 at 10:35 am
«Veltroni si misuri con il merito e ci dica se sull’inflazione e il contratto nazionale la Cgil dice cose giuste o sbagliate»: Guglielmo Epifani

Per una volta sono d’accordo con Epifani. La questione è che la sua domanda rimarrà senza risposta per quanto riguarda il merito.
D’altra parte come è possibile entrare nel merito quando gli esempi che abbiamo, e mi riferisco alle opinioni in materia di economia in generale, tra lor signori sono così conflittuali?

Ieri la Stampa ospitava nelle sue pagine interne l’elenco delle persone che, a suo giudizio, si portavano sul groppone la responsabilità di questa recessione.
Niente di rivoluzionario, per carità.
Come al solito queste liste di proscrizione vengono fatte alla fine e mai durante un percorso.

Questo è l’elenco parziale :

“Greenspan, anzi, ha incoraggiato lo sviluppo vertiginoso e pericoloso dei mutui-spazzatura e ha convinto i proprietari delle case ad abbandonare il tasso fisso per quello variabile, esponendo così migliaia di famiglie alla «tagliola» dell’impennata dell’assegno mensile, sino al punto di non ritorno, quando la rata è diventata, sotto i colpi della tempesta, troppo alta per consentire loro di onorarla.

Il presidente della Fed, inoltre, ha difeso e sostenuto per anni il boom dei derivati, strumenti che già esistevano quando lui è arrivato alla banca centrale Usa e ne ha preso il controllo, ma strumenti che sotto la sua amministrazione sono letteralmente lievitati, passando da un valore di 100 trilioni (100 mila miliardi) di dollari nel 2002 a 500 trilioni cinque anni dopo. Di recente, Greenspan, ha ammesso che diverse sue convinzioni nel lungo termine si sono dimostrate sbagliate.

“BILL CLINTON (Ex Presidente Usa) – Ex presidente degli Usa. Ha abolito nel 1999 il Glass Steagall Act, una legge che stabiliva la completa separazione tra le banche commerciali e quelle d’investimento. Questa mossa ha avviato l’era delle superbanche e ha innescato la «bomba» dei mutui subprime, esplosa dopo molti anni.


GEORGE W. BUSH (Ex presidente degli Stati Uniti) – L’amministrazione del presidente uscente degli Usa non ha certamente messo il freno all’erogazione della montagna di denaro finita in prestito a migliaia di sottoscrittori che non presentavano garanzie di rimborso. Non ha trattenuto la corsa di Wall Street, con regole che impedissero il successivo bagno di sangue.

GORDON BROWN (Premier britannico) – Si è lasciato completamente abbagliare dai protagonisti della City e dai loro vagiti. Ha anteposto gli interessi dello «Square Mile» a quelli di altre realtà economiche, coma l’industria manifatturiera. Ha reintrodotto la bassa tassazione per migliaia di banchieri stranieri che lavorano a Londra e società di private equity.

PHIL GRAMM (Ex senatore del Texas) – Ha combattuto a lungo e duramente per imporre la deregulation finanziaria, incoraggiato dall’allora presidente Bill Clinton. Il suo lavoro ha facilitato la crescita esplosiva dei derivati e dei «credit swaps». Nel 2001 disse in una discussione del Senato: «Guardando ai mutui subprime vedo il sogno americano in atto».

GEIR HAARDE (Primo ministro islandese) – Ha annunciato venerdì scorso che vorrebbe dimettersi e indire nuove elezioni a maggio, sull’onda delle proteste popolari per il crac finanziario del Paese. A ottobre le tre più grandi banche islandesi erano collassate sotto
i debiti. Il governo si è fatto prestare 2,1 miliardi di dollari dal Fondo monetario internazionale e si è esposto con diversi Paesi europei.

Dopo di che sempre la Stampa, oggi, illustra l’opinione di un (?) economista, Alberto Bisin, che tra le altre cose afferma:

Ieri è apparsa sul New York Times una lettera aperta al presidente Obama. Ha l’obiettivo di rimarcare che il consenso al piano di stimolo fiscale proposto dalla sua amministrazione è meno vasto di quanto egli non creda, almeno tra gli economisti accademici.

L’iniziativa, originata dai premi Nobel Ed Prescott e Vernon Smith, è stata sottoscritta da numerosi altri economisti, oltre 200, tra cui io stesso.

Sebbene la lettera sia formalmente indirizzata al Presidente, essa ha anche altri destinatari. L’elezione di un democratico alla Casa Bianca in un momento di grave crisi economica ha infatti indotto molti economisti di scuola keynesiana ad argomentare sulla stampa sempre più apertamente a favore di politiche economiche di espansione fiscale. Queste politiche comportano una maggiore spesa pubblica e vari interventi diretti di sostegno a industrie in difficoltà. Alcuni commentatori, tra cui purtroppo Paul Krugman, premio Nobel per l’Economia 2008 ed editorialista del New York Times, hanno preso a sostenere pubblicamente che la professione degli economisti sia concorde nel ritenere necessari questi tipi di intervento. Krugman (sul New York Times del 26 gennaio) è giunto a tacciare di «malafede» qualunque economista sostenga il contrario.

In realtà sono ormai più di vent’anni che le teorie economiche keynesiane, su cui è fondata la necessità di grossi stimoli fiscali durante una recessione, sono completamente screditate in accademia. Lo sono da un punto di vista teorico, perché presuppongono comportamenti severamente miopi e irrazionali da parte dei consumatori e degli imprenditori. Lo sono anche da un punto di vista empirico, semplicemente perché non funzionano. Anche gli economisti neo-keynesiani, molti dei quali alla Federal Reserve come Ben Bernanke, hanno abbandonato gli studi di politica fiscale e ormai da anni si occupano essenzialmente di politica monetaria.”

In buona sostanza, a leggere questo dotto signore, è stato sprecato un premio nobel per l’economia. La sua tesi è che non ha senso espandere il debito pubblico per sostenere la domanda ma che, al contrario, bisognerebbe intervenire “solo” sul fronte fiscale sia per le imprese che per le famiglie.
Devo dire che questa sua esposizione risulta oscura quando afferma anche che:

“Tagli fiscali a famiglie e imprese sono interventi di gran lunga più efficienti. È vero che, ora come ora, i tagli fiscali andrebbero in larga parte a incrementare i risparmi, non a sostenere i consumi. Ma questo perché le famiglie e le imprese americane negli ultimi dieci anni hanno consumato tanto e risparmiato poco, godendo di capitale a buon mercato dalla Cina e da altri investitori internazionali. Inoltre, i loro pochi risparmi sono stati ridotti del 20-30% dal crollo dei valori immobiliari e del mercato azionario nel corso dell’anno passato. Sostenere artificialmente i consumi delle famiglie e rallentare il declino di industrie malate non è la via alla soluzione della crisi. Da questa crisi si esce solo facilitando la riallocazione di capitale e lavoro alle industrie più produttive. Quali queste siano è compito dei mercati finanziari identificare.”

Quindi, dopo un esauriente elenco di responsabili della crisi per motivi legati ad una deregulation selvaggia e fatta in virtù di una fede cieca nel mercato finanziario, abbiamo uno che dice (in sostanza) meno tasse ma non più spesa pubblica e missione al mercato finanziario per l’identificazione delle aziende su cui ri-allocare risorse economiche ed umane.Immaginiamo quindi meno tasse e meno spesa, di conseguenza meno spesa sociale per finanziare il taglio delle tasse (al contrario risulta difficile capire come si può contenere il debito pubblico). Come, attraverso quali processi e con quale impatto sulla società non è dato sapere.
E poi:
Quali sono i principi per cui una impresa è malata? Il suo bilancio? La sua strategia di marketing? I suoi prodotti?
Se le famiglie pensano solo a risparmiare (razionalmente in un quadro del genere in cui si sommano al poco reddito le poche risorse per sostenere spese sulla salute e sulla previdenza) e a consumare sempre meno,questo non fa avvitare ulteriormente la situazione?
Come si pensa di gestire un periodo in cui ,in attesa degli aggiustamenti del mercato ,la gente ha problemi di sopravvivenza?

Sempre nella giornata di ieri, nella posta che ricevo, mi è arrivata una news letter da una società che si occupa di investimenti in cui c’era il video (che potete vedere) nel quale vengono illustrati i risultati degli studi di un paio di economisti e del FMI che evidenziano l’effetto delle politiche fiscali e degli interventi pubblici fatti, in termini di maggiori investimenti in infrastrutture, e la relazione che questi hanno con il ritorno in termini di domanda per l’economia.
In sintesi (esempio sugli USA):
- a fronte di una riduzione di 1 $ di tasse sui salari si ha un volano in termini di consumi corrispondente a 1,28$
- la stessa riduzione sulle imprese produce 0,30 centesimi
- impiegato per investire in infrastrutture produce 1,59$ di consumi
- speso in sussidi di disoccupazione produce 1,63$
Come potete leggere quelle che “producono” ( o meglio, che hanno prodotto )minor effetto sono le politiche fiscali a favore delle aziende.
Il limite dato dagli investimenti pubblici è nel:
a) impatto su una media di solo il 2,5% del pil
b)tempo necessario (molto) affinché si produca l’effetto

Se l’esperienza empirica ha un suo fondamento nei risultati constatiamo come le leve su cui agire, “velocemente” ,dovrebbero essere quelle legate a salari e sussidi di disoccupazione. Da qui i soggetti interessati sono quelle fasce sociali che rappresentano la maggioranza della popolazione.
In tutto questo rimangono un pò di questioni aperte:
1- fino a che punto è pensabile sostenere la domanda di un mercato “libero” con un debito che è pubblico.Quale che sia la forma che esso assume.
2- che coerenza c’è tra esperienza e politiche economiche e sociali fino ad oggi sviluppate? In particolare sul fronte della riduzione dei salari, della precarizzazione del lavoro e della creazione di instabilità sociale conseguente?
3- perché dovrebbe essere il “mercato” a decidere dove e come mettere i soldi se quei soldi non sono del “mercato”
4- abbiamo bisogno di un mercato e di meccanismi di questa natura per noi e per i nostri figli?


Salari e potere d’acquisto. Incentivi e libero mercato

In economia on 28 Gennaio 2009 at 10:42 am

Qui trovate un articolo del sole 24 ore sull’andamento dei salari in funzione di una domanda: sono aumentati o diminuiti in questi anni? Ed il potere di acquisto? E se sono diminuiti chi ci ha guadagnato?

Se avete voglia fate le vostre considerazioni (anche se l’elaborazione è fatta su dati campionari) io, a breve, farò le mie.

Qui trovate un articolo della Repubblica che sintetizza l’effetto degli incentivi statali sulla vendita di un prodotto: l’auto.
Anche in questo caso qualche considerazione sul senso dell’economia “capitalista”, del libero mercato e di chi alla fine beneficia della massima leghista “utili per pochi e danni e rischi a carico della collettività” la vogliamo fare?

Prossima fermata?

In guerre, politica resistenza on 28 Gennaio 2009 at 7:14 am
Immersione nella rivolta d’Atene e del resto della Grecia. L’attenzione viene catturata da una ragazza esile, dai capelli nerissimi, che si aggira con una sagoma umana ed una bomboletta spray. Riempie marciapiedi e muri di un magro cadavere, con scritto sulla pancia TUO FIGLIO.
Ne era piena la città, di quel corpo disegnato, e pieno anche di persone che si bloccavano a guardarlo, interrompendo lo shopping prenatalizio, addolorate e indignate. Quella sagoma ha un nome ben preciso: quello è il corpo di Alexis Grigoropoulous, studente quindicenne, ucciso a freddo dalla pistola di un poliziotto, senza alcun motivo, tra i vicoletti di Eksarkia, quartiere di Atene pullulante di ragazzi, negozi di strumenti musicali e locande dove mangiare e bere a prezzi stracciati. La avvicino subito ed in pochi minuti mi anticipa quello che vivrò nei successivi giorni, o meglio, nelle interminabili nottate di scontri che hanno riempito la capitale dell’Ellade per un intero mese.
Non dice il suo nome per motivi di sicurezza, data la quantità di arresti avvenuti negli ultimi giorni. Sarà solo D. Non è restia a parlare, però, sembrava non aspettare altro: quelle sagome che disegna, con il viso coperto da fazzoletti imbevuti di una crema contro gli effetti dei gas e dalla maschera antigas, sono il simbolo di come questo movimento spontaneo e violento voglia allargarsi, comunicare a più persone possibile per fare in modo che la rivolta si espanda e si riempia di contenuti sociali e politici che vadano al di là della lotta contro la violenza degli apparati di Stato.
Non si fa in tempo a conoscerla che parte un’altra carica dei M.A.T., i reparti speciali riconoscibili dalle divise verdi (la normale polizia anti-sommossa è vestita con divise blu): senza di lei non sarei riuscita ad uscirne salva, perché il modo di muoversi di questi reparti è di gran lunga diverso da quello che siamo abituati a vedere in Italia. 
”Non usano solamente lacrimogeni per disperderci. I M.A.T., quegli assassini, si infilano all’interno del corteo in piccoli gruppi, all’improvviso, usando quantità indescrivibili di armamenti chimici di ogni genere: lanciano lacrimogeni di tipo Cs, granate assordanti, spray urticanti e una polvere paralizzante di un vago colore giallognolo. E’ raro che usino il manganello, lo portano agganciato dietro la schiena: non ne hanno bisogno perché ti arrestano poco dopo averti paralizzato con le loro polveri, ti prendono mentre non riesci a muoverti e senti i polmoni scoppiarti dentro”, inizia a raccontare.”Hanno ucciso un ragazzo di 15 anni, hanno ucciso uno di noi, uno studente come tanti. L’hanno ammazzato senza un motivo ed ora è giusto che tutto bruci: deve bruciare tutto, tutto quello che simboleggia il loro potere, tutto quello che è il loro capitalismo, il loro commercio, i loro beni di lusso. Il superfluo deve sparire da questa città e dalle altre di questo Paese, tutti devono capire che questo governo corrotto e militarista deve andare via, che la classe dirigente deve sparire, che non abbiamo niente da perdere, che ci hanno privato del diritto al futuro dal momento in cui siamo nati, che siamo una generazione senza alcuna speranza e che ora vogliamo dire la nostra. Vogliamo riprenderci le strade per prima cosa, poi tutto il resto”. 
E’ un fiume in piena, parla senza respirare mentre mi dona un po’ di crema da spalmare sul viso per provare a calmare un po’ quel senso di soffocamento e bruciore. 
”Non avevamo mai avuto a che fare con una simile portata di lacrimogeni: da quando è stato ucciso Alexis sono state usate più di 5 tonnellate di armamenti chimici vietati dalle convenzioni internazionali: l’aria è satura e noi siamo stremati. Tutte le principali facoltà universitarie sono occupate da giorni in un susseguirsi di assemblee partecipate e ordinate malgrado il marasma totale che le circonda e la spontaneità di questo movimento rivoltoso. La gente è con noi. Lo sciopero generale di ieri ne è stata la prova: il Paese è paralizzato: non siamo solo noi, non è solo il movimento anarchico a non riuscire più a contenere la sua rabbia, ma è l’intero Paese a comprendere la nostra lotta, ad appoggiarla, ad aiutarci a farla crescere”.
In effetti quello che racconta D., mentre tossiamo ripetutamente, si palesa ai miei occhi stranieri in poche ore: Atene è una città che sta largamente dalla loro parte, che non si dispera per le macchine bruciate o per gli interi palazzi evacuati a causa degli incendi causati dagli scontri; non solo giustifica la rabbia, ma la guarda con un sorriso quasi speranzoso, come una boccata d’aria pura in una società che fa sentire tutti sempre più vacillanti, precari. Perché la Grecia è un Paese con una situazione sociale allo stremo, dove la precarietà si sta radicando in ogni settore e il mondo dell’istruzione ha preso l’ultima mazzata con la riforma scolastica voluta dal governo Karamanlis.
Da poche ore stanno girando per la città due comunicati che D. mi fa leggere con gli occhi entusiasti: uno a firma dei lavoratori di Atene, l’altro firmato da centinaia di soldati che si sono rifiutati di affiancare i reparti speciali contro studenti universitari, lavoratori e combattenti del movimento antimilitarista.
”Lo vedi che non siamo soli? Questo movimento sta crescendo, guarda cosa ci dicono i lavoratori portuali, quelli che hanno lottato contro i colonnelli…sono proprio loro a dirci di andare avanti, a dirci che dobbiamo arrivare dove loro non sono riusciti, a dirci di non isolarci e rimanere soli, ma di estendere la nostra rabbia, di condividerla e foraggiarla, di non ascoltare le organizzazioni politiche e fare tutto ciò che crediamo sia giusto fare per rispondere a questa pressante ed inaccettabile militarizzazione e precarizzazione delle nostre vite e dei nostri territori”. Le brilla lo sguardo quando mi racconta delle decine di centinaia di persone che da settimane stanno vivendo giorno e notte per le strade, rispondendo agli attacchi della polizia senza mollare: le brilla come brilla a tutta un’intera generazione che non vuole più abbassare la testa.
Valentina Perniciaro

Fonte: peacereporter

Non nel loro nome

In Sionismo on 27 Gennaio 2009 at 5:39 pm

בשום אופן לא! לא בשמם, לא בשמנו!
נכתב על ידי מיכאל ורשבסקי
Tuesday, 20 January 2009

רמטכ”ל הצבא הישראלי, גבי אשכנזי, במחנה הריכוז אושוויץ-בירקנאו
ב-30 באפריל 2008
אהוד ברק, ציפי ליבני, גבי אשכנזי ואהוד ברק – אל תעזו להראות את פרצופכם המכוער באף טקס זכרון לגיבורי גטו וורשה, לובלין, וילנו או קישינב.

וגם אתם, ראשי “שלום עכשיו”, אשר בעבורכם שלום משמעו פסיפיקציה, השקטה, של ההתנגדות הפלסטינית בכל אמצעי שהוא, כולל השמדת עם. כל אימת שאהיה שם, אעשה כמיטב יכולתי לגרש כל אחד מכם מארועים אלה, משום שעצם נוכחותכם בהם מהווה חילול קודש בלתי נסבל.

לא בשמם!

אין לכם כל זכות לדבר בשם קדושי עמנו המעונים. אתם אינכם אנה פראנק של מחנה ההשמדה ברגן-בלזן, אלא הנס פראנק, הגנרל הגרמני אשר שם לעצמו את הרעבתם ואת חיסולם של יהודי פולין.

אינכם מיצגים כל המשכיות לגטו וורשה, משום שגטו וורשה ניצב היום לנגד עיניכם, מושם למטרה בידי הטנקים והארטילריה שלכם, ושמו עזה. עזה, אותה החלטתם למחוק מעל פני המפה, כפי שהחליט הגנרל פראנק לחסל את הגטו. אך שלא כגטאות פולין ובלרוסיה, בהם היהודים נותרו בודדים במערכה, עזה לא תושמד משום שמיליוני איש ואישה מכל קצוות העולם בונים מגן אנושי רב עוצמה ועליו חרוטות שתי מילים: לא יִשְנה!

לא בשמנו!

יחד עם עשרות אלפי יהודים מקנדה ועד בריטניה, מאוסטרליה ועד גרמניה, אנו מזהירים אתכם: אל תעזו לדבר בשמנו, משום שנרדוף אתכם, עד גיהינום פושעי המלחמה במידת הצורך, ונאכיל אתכם במילותיכם עד אשר תבקשו מחילה על שעירבתם אותנו בפשעיכם. אנו הם בניהם של מלה זימטבאום ומארק אדלמן, של מרדכי אנילביץ’ וסטפן הסל, לא שלכם, ואנו מפקידים את מסרם למין האנושי בידי לוחמי השחרור של עזה: “אנו לוחמים למען חירותכם ולמען חירותנו, למען גאוותכם ולמען גאוותינו, למען כבודכם האנושי, החברתי והלאומי ולמען זה שלנו…” (פניית גטו וורשה לעולם, פסח 1943(.

אבל עבורכם, מנהיגי ישראל, “חירות” הינה מילה גסה, אין בכם גאווה ואינכם מבינים כבוד האדם מהו.

אין אנו “עוד קול יהודי” כי אם הקול היהודי היחיד הרשאי לדבר בשם קדושיו המעונים של העם היהודי. קולכם שלכם אינו דבר מלבד צווחותיהם החייתיות של מרצחי אבותינו.

מישל ורשבסקי,
המרכז לאינפורמציה אלטרנטיבית,
ירושלים

bsolutely Not! Not in Their Name, Not in Ours
Ehud Barak, Tzipi Livni, Gabi Ashkenazi and Ehud Olmert–don’t you dare show your faces at any memorial ceremony for the heroes of the Warsaw Ghetto, Lublin, Vilna or Kishinev. And you too, leaders of Peace Now, for whom peace means a pacification of the Palestinian resistance by any means, including the destruction of a people. Whenever I will be there, I shall personally do my best to expel each of you from these events, for your very presence would be an immense sacrilege.

Not in Their Names

You have no right to speak in the name of the martyrs of our people. You are not Anne Frank of the Bergen Belsen concentration camp but Hans Frank, the German general who acted to starve and destroy the Jews of Poland.

You are not representing any continuity with the Warsaw Ghetto, because today the Warsaw Ghetto is right in front of you, targeted by your own tanks and artillery, and its name is Gaza. Gaza that you have decided to eliminate from the map, as General Frank intended to eliminate the Ghetto. But, unlike the Ghettos of Poland and Belorussia, in which the Jews were left almost alone, Gaza will not be eliminated because millions of men and women from the four corners of our world are building a powerful human shield carrying two words: Never Again!

Not in Our Name!

Together with tens of thousands of other Jews, from Canada to Great Britain, from Australia to Germany, we are warning you: don’t dare to speak in our names, because we will run after you, even, if needed, to the hell of war-criminals, and stuff your words down your throat until you ask for forgiveness for having mixed us up with your crimes. We, and not you, are the children of Mala Zimetbaum and Marek Edelman, of Mordechai Anilevicz and Stephane Hessel, and we are conveying their message to humankind for custody in the hands of the Gaza resistance fighters: “We are fighting for our freedom and yours, for our pride and yours, for our human, social and national dignity and yours.” (Appeal of the Ghetto to the world, Passover 1943)

But for you, the leaders of Israel, “freedom” is a dirty word. You have no pride and you do not understand the meaning of human dignity.

We are not “another Jewish voice,” but the sole Jewish voice able to speak in the names of the tortured saints of the Jewish people. Your voice is nothing other than the old bestial vociferations of the killers of our ancestors.

Non avete diritto di parlare in nome dei martiri del nostro popolo. Non siete Anne Frank del campo di concentramento di Bergen Belsen ma Hans Frank, il generale tedesco che affamò e distrusse gli ebrei della Polonia.

Voi non rappresentate alcuna continuità con il ghetto di Varsavia, perché oggi il ghetto di Varsavia è proprio di fronte a voi, preso di mira dai vostri carri armati e dalla vostra artiglieria, e il suo nome è Gaza. Gaza, che avete deciso di eliminare dalla mappa, come il generale Frank intendeva eliminare il Ghetto. Ma, a differenza dei ghetti della Polonia e della bielorussia, nei quali gli ebrei furono praticamente lasciati soli, Gaza non verrà eliminata perché milioni di donne e uomini dei quattro angoli del nostro mondo stanno costruendo un potente scudo umano che porta le due parole: Mai Più!

Non in nostro nome!

Assieme a decine di migliaia di altri ebrei, dal Canada alla Gran Bretagna, dall’Australia alla Germania, vi avvertiamo: non osate parlare in nostro nome, perché vi inseguiremo, se sarà necessario persino nell’inferno dei criminali di guerra, e vi ricacceremo le vostre parole in gola fino a che non chiederete perdono per averci coinvolti nei vostri crimini. Noi, non voi, siamo i figli di Mala Zimetbaum e Marek Edelman, di Mordechai Anilevicz e Stephane Hessel, e portiamo il loro messaggio all’umanità perché sia custodito nelle mani dei combattenti della resistenza a Gaza: “Noi combattiamo per la nostra libertà e per la vostra, per il nostro orgoglio e per il vostro, per la nostra dignità umana, sociale e nazionale, e per la vostra” (Appello del Ghetto al mondo, Pasqua Ebraica del 1943).

Ma per voi, leader di Israele, ” libertà” è una parola sconcia. Voi non avete orgoglio e non comprendete il significato di dignità umana.

Fonte: http://www.alternativenews.org
Noi non siamo “un’altra voce ebraica”, ma la sola voce ebraica che possa parlare in nome dei santi torturati del popolo ebraico. La vostra voce non è altro che le vecchie urla bestiali degli assassini dei nostri antenati.

Memoria, memorie e smemorati

In Sionismo on 27 Gennaio 2009 at 10:39 am
Ebrei a Varsavia


Soldati italiani conducono alla fucilazione partigiani e civili slavi. A calci

Se dobbiamo ricordare che non sia qualcosa ma che sia tutto. Mettendo in fila l’orrore per come è nella sostanza. Senza tanta retorica, ma riconoscendoci in lui perché è parte di noi stessi.Della nostra storia.

Se fosse cosi’ semplice la questione di come eliminare l’orrore affidandoci solo alla memoria avremmo risolto molto e vivremmo, a qualsiasi latitudine, in pace e pensando a rendere “ricchi” noi stessi, i nostri figli ed i nostri amici.

Ma di quale memoria e di quale orrore dobbiamo tenere traccia? Io credo che dobbiamo partire da quella memoria che ci riporta al senso del giusto, alla prevaricazione, al rapporto tra forze disuguali, alla ricchezza ed a chi possiede. All’intollerabile pretesa di avere senza dare e senza averne diritto. Alla pretesa di essere sempre vittime e mai carnefici. All’orrore della disonestà intellettuale che genera mostri e gente silente. Omertosa.
Di questo dovremmo tenere traccia. Ecco, partiamo da chi è vittima dell’orrore, da quale ingiustizia e visione del mondo e della società è nato. Da chi non ha più memoria o l’ha solo per se stesso. Forse dovremmo parlare di giornate delle memorie e dovremmo evitare che di queste si occupino gli smemorati.

Che memoria hanno questi?

Punto di partenza e di arrivo. Da dove partiamo con la memoria qui?

E della memoria Armena chi tiene traccia?

Prendetevi un caffè con il barista di Lampedusa

In CRONACA, Diritti civili on 24 Gennaio 2009 at 2:05 pm

“I cittadini di Lampedusa devono stare tranquilli perché la situazione è sotto controllo.
Faremo delle cose per compensarli di questo disagio, che non dipende dal governo ma dal fatto che Lampedusa è la parte d’Italia più vicina all’Africa”,
Gli immigrati che arrivano a Lampedusa sono liberi di moversi, non è mica un campo di concentramento…sono liberi di andarsi a prendere anche una birra….”.
“Sono andati in paese come fanno di solito, solo che adesso sono 1.800. Un numero veramente rilevante”.
Tutte le situazioni sono sotto controllo anche perché non vedo dove questi immigrati possano andare. Tanto c’è un mare impossibile e quindi non possono fare altro che stare lì”.
Berlusconi III

Quello che ha rilasciato queste dichiarazioni non è un pazzo, è uno che di mestiere fa il presidente del consiglio.Di questo figuro una parte degli italioti ha fiducia. Quelli che sono come lui che parlano come lui che vorrebbero avere i suoi soldi e che sono, in fondo, simpatici e fascisti come lui. Hanno una logica semplice, minimizzano e puntano l’indice da qualche altra parte.
Quindi, sarà contento il gestore del bar di lampedusa che vede entrare 1.800 clienti a prendersi una birra. Sono soldi quelli. Mica cazzi. Presente il discorso sull’ottimismo e dui consumi? A Lampedusa hanno risolto almeno un problema.
E poi se hai sfiga e stai di fronte all’Africa che cazzo pretendi. Mica pensi che arrivino degli svedesi da lì.
In ogni caso tutto è sotto controllo. Quelli sono in un’isoletta circondata dal mare, noi tra un po’ avremo 30.000 soldati che ci faranno stare più sicuri e tranquilli, un barista diventerà più ricco, e sul 2 vedremo qualche bel servizio che ci racconterà come tutto è sotto controllo. L’Italia diventerà un repubblica federale come gli states, le tasse diminuiranno e tutti avremo uno smagliante sorriso sulla faccia.
Se non fosse per il cielo grigio che rompe i coglioni e l’ottimismo ed il freddo ci sarebbe solo che da rilassarsi.

I Could Not, In Good Conscience, Continue To Serve In The U.S. Army”

In guerre on 23 Gennaio 2009 at 12:34 pm

Statement of André Shepherd at press-conference in Frankfurt/M. (Germany), November 27, 2008

Hello,

My name is Andre Shepherd, and I was a member of the U.S. Army before finding that my conscience would no longer allow for me to continue in such a capacity.

I am currently Absent With Out Leave (AWOL) and am requesting asylum in Germany. I am asking for your support in this difficult matter.

I enlisted in the military in January of 2004 and worked my way up in rank from private to specialist by the time I left my unit in June of 2007. I served most of my enlistment in Katterbach, Germany, with the 412th Aviation Support Battalion and was deployed to Iraq from September 2004 to February 2005.

My mission in Iraq was to repair and maintain the AH-64 Apache helicopter, which were then used to support the infantry or to find and destroy the “enemy combatants.”

My job appeared harmless, until one factors in the amount of death and destruction those helicopters caused to civilians in Iraq.

When I read and heard about people being ripped to shreds from the machine guns or being blown to bits by the Hellfire missiles as well as buildings and infrastructures being destroyed I began to feel ashamed about what I was doing.

It is a sickening feeling to realize that I took part in what was basically a daily slaughter of a proud people.

The second battle for Fallujah is a vivid reminder of the level of destruction that these and other weapons can inflict upon a population.

I believe the Apache is responsible for a significant portion of the civilian death toll in Iraq which at last count was at least 500,000.

I am remorseful for my contribution to these heinous acts, and I swear that I will never make these mistakes again.

When enlisting, I took an oath to “support and defend the Constitution of the United States against all enemies, foreign and domestic.”

After my deployment to Iraq, however, I began to question whether I was doing what I had signed up to do.

I spent many months researching the causes of the wars in Iraq and Afghanistan and what the U.S. military was doing in those countries, and I came to the conclusion that both invasions were illegal according to U.S. and international law.

We have destroyed nations, killed leaders, raided homes, tortured, kidnapped, lied, and manipulated not just citizens and leaders of our enemies, but of our allies as well.

I could not, in good conscience, continue to serve in the U.S. Army.

The U.S. military does not offer a discharge for someone who believes they are being asked to take part in an illegal war, but believes appropriate force is occasionally necessary.

I had to choose between ignoring my beliefs and leaving the military illegally. For me, the correct path was clear: I had to leave.

It is perhaps appropriate that I am applying for asylum in Germany, where the Nuremburg trials took place 60 years ago. One of the main things that were established during these trials was that one cannot defend one’s actions by claiming to have merely been following orders.

If I had stayed in the U.S. Army and continued to participate in the wars in Iraq and Afghanistan, I could not legally argue that I was just doing my job. Here in Germany it was established that everyone, even a soldier, must take responsibility for his or her actions, no matter how many superiors are giving orders.

I recognize that the U.S. military could try to charge me with desertion with intent to shirk hazardous duty during a time of war. If I were to be found guilty of such a crime, U.S. military regulations state they have the right to convict me with a penalty of death. Nevertheless, I made the decision that I believe is right.

There have been many Germans who have called the wars in Iraq and Afghanistan illegal and immoral. It is only logical to suggest then that the soldiers who participate in these wars are also committing illegal and immoral acts.

The question now is whether Germany will grant asylum and stand with those soldiers who refuse to take part in these wars.

Barack Obama will become president of the United States in January. He campaigned with a message of change and has stated he wishes to end the Iraq War. He has repeatedly stated that as president he will move the troops from Iraq into Afghanistan.

However, this does not translate into sympathy for those who refuse to take part in an illegal war. I believe no pardon or amnesty will be given before both conflicts have ended. Furthermore, fellow AWOL Army soldier Robin Long was recently deported from Canada to the United States, where he now sits in military prison.

Mr. Obama never stated an intention to reversing the Bush Doctrine, nor has he stated any intention to bring the Bush administration to justice for their part in these criminal activities.

Mr. Obama’s silence on these issues speaks volumes as to his current disposition toward those who refuse to fight.

If you have any questions please feel free to contact Tim Huber from the Military Counseling Network and Rudi Friedrich from Connection e.V..

Military Counseling Network
Hauptstraße 1
69245 Bammental
Tel.: 06223, 47506
mcn@dmfk.de
www.mc-network.de

Connection e.V.
Gerberstr. 5
63065 Offenbach
069-82375534
office@connection-ev.de
http://www.Connection-eV.de

Criminali di guerra

In Sionismo, guerre on 23 Gennaio 2009 at 10:51 am

A proposito di crimini di guerra e di criminali, mi è venuto in mente il sito http://www.criminidiguerra.it da cui ho estratto pezzo di un articolo scritto sul perché, subito dopo la seconda guerra mondiale, non abbiamo fatto molto per farci consegnare gli autori dei crimini contro la popolazione civile.
Da un paese così “realista” e “pragmatico” nella coscienza dei suoi “dirigenti” politici, potete aspettarvi qualcosa di diverso da una connivenza omologante verso lo stato d’Israele?

“11 settembre 1946. In una lettera al Capo della Commissione Alleata Ammiraglio E. W. Stone, in risposta ad una sua in data 2 maggio 1946, il Presidente del Consiglio De Gasperi scrive che “la Commissione ha redatto un elenco di quaranta nomi di militari e civili, contro i quali può essere elevata l’accusa … di essere venuti meno ai principi del diritto internazionale di guerra e ai doveri dell’umanità”.

23 ottobre 1946. Un primo comunicato della commissione d’inchiesta indicava i nomi di sei inquisiti: i generali Roatta, Robotti e Magaldi, i ten. col. Sorrentino e Caruso, e l’ambasciatore Bastianini.

13 dicembre 1946. Un secondo comunicato della commissione indicava altri otto nomi (fra cui i generali Pirzio Biroli, Gambara e Coturri, e inoltre Giunta e Grazioli.

Dal gennaio al maggio 1947 vennero emessi altri comunicati che indicavano in una ventina gli inquisiti deferibili al tribunale militare per crimini di guerra.

Nell’archivio Gasparotto sono conservate tre liste di lavoro della commissione d’inchiesta in cui sono indicati i nomi di militari e civili accusati da paesi esteri di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità:

Situazione al 25 gennaio 1947 12 gennaio 1948 23 marzo 1948
Deferiti 13 28 29 (+1)
Discriminati 23 111 133
Sospesi 7 2 6
Totale 43 141 168

Quindi la lista smentisce i dati indicati da De Gasperi a Stone, ridimensionando le cifre.
Come indica la tabella i quaranta nomi in realtà si riducono a tredici presunti criminali di guerra da deferire al tribunale militare.

La commissione in quasi due anni di lavoro (maggio 1946 – marzo 1948) ha giudicato deferibili al Tribunale militare solo 29 inquisiti (su 168 accusati esaminati a cui vanno aggiunti il personale del campo di concentramento di Arbe, ufficiali, sottufficiali e truppa delle divisioni “Re” e “Zara”).

In realtà al gennaio 1948 i criminali di guerra la cui consegna era richiesta al Governo italiano da paesi esteri erano 295, che devono essere aggiunti ai 1697 compresi nelle liste delle Commissioni Onu per i crimini di guerra.

Quindi a fronte di 1992 casi segnalati dai paesi che avevano subito l’accupazione militare italiana e dagli Alleati, la Commissione ne valutò, in base ai documenti citati, 168 e non prese in considerazione le azioni svolte dai militari italiani in Africa (Libia, Eritrea, Etiopia e Somalia) dove vennero usate bombe a gas e venne praticata una durissima repressione, attraverso la deportazione in campi di concentramento, torture ed esecuzioni sommarie anche nei confronti dei civili.

Le conclusioni del Governo

Alla luce di quanto riportato e dei rivolgimenti politici avvenuti tra il 1947 ed il 1948, il processo contro i 29 deferiti al Tribunale militare non fu mai celebrato. Non solo per i noti motivi (la Guerra fredda, per cui si ripuliva il passato di nazisti e di fascisti per utilizzarli nella lotta al blocco sovietico), ma anche perché da parte degli alti generali italiani (per la maggior parte, i medesimi che comandavano l’esercito monarchico agli ordini del Comandante Supremo Mussolini) non vi era nessuna intenzione di condannare i propri colleghi, seppur responsabili di provati crimini efferati.

Infatti l’istruttoria per almeno 26 deferiti dalla Commissione d’inchiesta venne completata entro il gennaio 1948, ma d’altro canto lo stesso Governo italiano era conscio della non opportunità di svolgere processi contro presunti criminali di guerra italiani contemporaneamente a quelli contro i presunti criminali tedeschi (che stavano iniziando in Italia nei primi mesi del 1948), proprio perché “le accuse che noi facciamo ai tedeschi sono analoghe a quelle che gli jugoslavi muovono contro imputati italiani”.

Quindi, come scrisse il 20 agosto 1949 il Direttore Generale degli Affari politici del Ministero degli Affari Esteri, conte Vittorio Zoppi, all’ammiraglio Franco Zannoni, capo gabinetto del ministro della difesa, “la Commissione d’inchiesta che … non doveva dare l’impressione di scagionare ogni persona esaminata …selezionò un certo numero di ufficiali che furono rinviati a giudizio … Fu spiccato nei loro confronti mandato di cattura, ma fu dato loro il tempo di mettersi al coperto … ciò fu fatto con il preciso e unico intento di sottrarli alla consegna [agli jugoslavi ndr]… Ottenuto questo risultato e venuto meno le ragioni di politica estera … il Ministero degli Affari esteri considera la questione non più attuale”.

L’epilogo.

Le conclusioni della questione sono custodite gelosamente negli archivi del Ministero della difesa, ma si può presumere, alla luce dei documenti analizzati, che i mandati di cattura siano stati ritirati ed anche i militari rinviati a giudizio per crimini di guerra abbiano potuto poi concludere (per la maggior parte) la propria carriera nell’esercito dell’Italia democratica e antifascista.

Il Governo italiano, ex-ministri e gli alti quadri militari della neonata Repubblica italiana erano consci dei crimini operati dai militari italiani nel corso delle guerre coloniali e nel II conflitto mondiale e ne avevano le prove documentali.
Ma il Governo ha operato per evitare non solo di consegnare, ma anche di giudicare i presunti colpevoli delle stragi.
A questo scopo consapevolmente ha rinunciato al diritto/dovere di richiedere la consegna e di perseguire i militari tedeschi accusati di strage in Italia.
Infatti richiedere la consegna di numerosi presunti criminali tedeschi per processarli in Italia, avrebbe voluto ammettere il principio e quindi non potersi rifiutare di consegnare i propri presunti criminali di guerra ad altri paesi richiedenti.
Lo afferma l’ambasciatore italiano a Mosca, Pietro Quaroni, con la piena condivisione dei dirigenti del ministero stesso, in una lettera al Ministero degli Affari Esteri il 7 gennaio 1946: “… Il giorno in cui il primo criminale tedesco ci fosse consegnato, questo solleverebbe un coro di proteste da parte di tutti quei paesi che sostengono di aver diritto alla consegna di criminali italiani”.

Quindi la giustizia sta ancora aspettando, non solo per le vittime delle stragi tedesche, ma anche per tutti gli innocenti trucidati o mandati a morire da quei generali italiani primi protagonisti dell’aggressiva vocazione colonialista dello stato italiano.”

I disastri della finanza

In economia on 21 Gennaio 2009 at 1:18 pm

I quattro modi per tagliare il debito secondo il corriere della sera.

Quale sarà la durata della recessione innescata dalla crisi bancaria globale? Quante persone saranno licenziate? Torneremo agli anni Trenta, quando la recessione degenerò nella Grande Depressione? Fin dove si spingerà la mano pubblica nel turare le falle della finanza privata già colpita dal suo primo suicidio eccellente, quello del miliardario tedesco Adolf Merckle che, travolto dalle speculazioni fallite, si è gettato sotto un treno? Come ne usciremo, alla fine? Nell’ottobre scorso, la Banca d’Inghilterra aveva stimato un impegno di 7 mila miliardi di dollari a carico dei Tesori nazionali per impedire il tracollo dei sistemi bancari. A novembre, soltanto gli Usa hanno aggiunto nuovi programmi d’acquisto di mutui tossici e obbligazioni illiquide per 800 miliardi da eseguire quest’anno. Il 13 gennaio, intervenendo alla London School of Economics, il governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha avvertito che i costi dei salvataggi bancari in giro per il mondo sono destinati a crescere ancora. Nell’Occidente avanzato, produzione, commerci e servizi regrediscono intrecciando in una spirale perversa gli effetti della crisi finanziaria a quelli, ancor più drammatici, della crisi dell’economia reale. La Merrill Lynch si aspetta un arretramento dell’economia americana del 2,3% quest’anno e una parvenza di ripresa, non più dello 0,5%, nel 2010, mentre vede Eurolandia a meno 0,6% nel 2009 e a più 1,1% l’anno prossimo. Ma quando i credit default swaps sulle obbligazioni del Tesoro della Corona britannica, il massimo della sicurezza, tripla A per le agenzie di rating, pagano 108 punti base e McDonald’s, una sola A, paga 57 punti base, ogni previsione è un numero al lotto. Le domande sul futuro, pur naturali e diffuse, sono destinate a restare senza risposte attendibili, almeno per un po’. Al contrario, le esperienze fatte, se indagate, possono offrire interessanti suggestioni.

Per cominciare, bisogna chiedersi com’è la finanza globale che è andata spavaldamente incontro al disastro, convinta che la rappresentazione dei risultati del lavoro contenuta nei suoi complicatissimi titoli fosse reale e consistente e non, invece, virtuale e drogata. Secondo il McKinsey Global Institute, nel 2007 la ricchezza finanziaria globale (azioni, obbligazioni private e pubbliche e depositi bancari) valeva 196 mila miliardi di dollari, 3,6 volte il prodotto interno lordo del pianeta. Pur scontando la svalutazione della moneta Usa, nell’ultimo anno «buono » tale ricchezza in larga misura cartacea era aumentata del 12% contro un incremento medio annuale che, a partire dal 1990, si aggirava sul 9%. A trainare questa espansione sempre più marcata dei valori, in un mondo dove il denaro, equivalente universale, circolava sempre più liberamente, sono stati il settore privato e le economie emergenti. Nel 1990, le obbligazioni statali rappresentavano il 18,6% delle attività finanziarie del mondo; diciotto anni dopo erano scese al 14,3%. Nel 2000 erano 11 i Paesi con attività finanziarie pari a 3,5 volte il prodotto interno lordo; nel 2007 gli 11 erano diventati 25, comprendendo nel novero anche giganti come Cina e Brasile.

Gli ormai frenetici flussi finanziari tra un Paese e l’altro sono arrivati a 11.200 miliardi di dollari, con un incremento del 19% rispetto al 2006, e tra questi flussi la parte del leone la fanno i depositi e i prestiti sull’onda dell’internazionalizzazione di banche, assicurazioni, hedge funds e private equity. Privatizzazioni e globalizzazione hanno dunque favorito la finanziarizzazione dell’economia alimentata dal debito: un debito cross-border che, secondo la Banca dei regolamenti internazionali, era per il 65% con scadenza inferiore ai 12 mesi, e dunque fragile perché facilmente revocabile. Particolare interessante, la dinamica del debito èmolto forte nei paesi più avanzati, con l’eccezione della Germania, mentre la crescita delle attività finanziarie delle economie emergenti dipende per lo più dal collocamento in Borsa delle loro grandi aziende più o meno a partecipazione statale.

Negli Stati Uniti, epicentro di tutto, la bolla finanziaria è stata gonfiata della crescita prolungata dei prezzi delle azioni e delle case nonché dall’aumento del deficit della bilancia commerciale che rappresenta la faccia imperiale dell’aumento del prodotto interno lordo pro capite (noi consumiamo e voi pagate). Due economisti americani, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, hanno constatato come queste tendenze si siano sempre manifestate nell’incubazione delle principali crisi bancarie degli ultimi trent’anni: Spagna (1977), Norvegia (1987), Finlandia e Svezia (1991), Giappone (1992). Negli Stati Uniti, semmai, non si è registrata l’impennata del debito pubblico prima della crisi, ma questo potrebbe spiegarsi con l’accortezza di nasconderne una parte sotto etichette formalmente private come Fannie Mae e Freddie Mac a dimostrazione che il gioco delle tre carte non si fa soltanto a Napoli. Se dunque l’incubazione è stata simile, quali sono le costanti negli esiti delle crisi?

Partiamo dal valore delle case, che da confortevole rifugio sono diventate una trappola mortale. Nelle 22 crisi esaminate da Reinhart e Rogoff, la caduta dei prezzi degli immobili dai massimi ai minimi al netto dell’inflazione èmediamente del 35,5% al netto dell’inflazione e il declino dura 6 anni. Più pronunciato ma meno persistente è il crollo reale delle quotazioni azionarie: mediamente è del 55,9% e si prolunga per 3,4 anni. Il tasso di disoccupazione aumenta di 7 punti percentuali e il declino va avanti per 4,8 anni. Queste tendenze parziali si riflettono in un andamento del Pil, che arretra di 9,3 punti e torna a crescere dopo un anno e nove mesi. Nel suo ultimo World Economic Outlook, il Fondo monetario internazionale ha addirittura comparato 113 episodi di crisi finanziaria in 17 paesi svi luppati, sempre negli ultimi trent’anni. E’ emerso che solo 31 volte le crisi hanno generato recessioni vere e proprie e solo in un numero ancor minore di casi, 17 volte per la precisione, le recessioni sono state preparate da una crisi bancaria. In questi ultimi casi la durata e la profondità delle crisi sono state più che doppie rispetto alle recessioni normali (7,6 trimestri di durata media contro 3,1 trimestri; perdita cumulata di Pil del 19,8% rispetto a un 5,4% se non c’è crisi bancaria). Nessuna di queste crisi, tuttavia, ha avuto l’estensione geografica di quella in corso. Negli Stati Uniti, in 18 mesi di crisi finanziaria, l’indice Dow Jones ha bruciato il 40%, i prezzi delle abitazioni il 28% e nel 2008, anno nel quale complessivamente il Pil è aumentato di circa un punto, oltre 2,5 milioni di persone hanno perso il lavoro. Quali saranno le nuove percentuali a metà 2010 quando, a dar retta a Merrill Lynch piuttosto che al Fondo monetario internazionale l’andamento del Pil dovrebbe invertire la tendenza?

La reazione di Barack Obama si fonda su un aumento della spesa, che si aggiunge al costo delle manovre dell’ultimo Bush. Stiamo parlando di 800 miliardi di dollari di stimolo all’economia oltre la cifra analoga che la Federal Reserve è già impegnata a spendere a sostegno delle banche. Il presidente eletto eredita un Paese che ha un debito totale (imprese, famiglie, settore finanziario ed esteri) di 51.849 miliardi di dollari a fronte di prodotto interno lordo di 14.412. Un debito pari al 359,7% della ricchezza prodotta ogni anno. Nel 2009 la componente pubblica di questo debito è destinata a aumentare allo scopo, se non altro, di contenere quella privata consentendo a famiglie e imprese di sopravvivere. E già oggi, a seconda di come si effettua il conteggio, il debito pubblico americano avvicina o addirittura supera il prodotto interno lordo. Come segnalano Reinhart e Rogoff, del resto, nei tre anni successivi alle crisi bancarie passate il debito pubblico è aumentato dell’ 86%, perché non è con le pur necessarie manovre sui tassi, effettuate dalle banche centrali, che si superano queste crisi così gravi, ma con la spesa pubblica fatalmente finanziata con il debito pubblico. Se però si guarda all’esperienza degli Stati Uniti della Grande Depressione si dovrà andare oltre le rilevazioni dei due economisti. Perché quando, nel 1941, il prodotto interno lordo espresso in moneta corrente tornò finalmente ai livelli pre-crisi del 1929, il debito totale americano si era dimezzato. E tutti sanno che esistono solo quattro modi per tagliare drasticamente un debito: l’insolvenza, la bancarotta, l’inflazione e la cancellazione del debito mediante un Giubileo di biblicamemoria come ironicamente ricorda Niall Ferguson sul Financial Times o attraverso la conversione dei debiti in azioni, come suggeriva Guido Carli all’Italia degli anni Settanta.

Massimo Mucchetti
17 gennaio 2009

Il problema palestinese è nostro e di chi ha appoggiato i sionisti

In Culture ed opinioni, Sionismo, guerre on 21 Gennaio 2009 at 9:19 am
Partiamo dalla sezione di Wikipedia che sviluppa il tema del sionismo e che, tra le note, avverte che la questione non la si riesce a trattare in modo neutrale.
Scompaginando un po’ la cronologia dei capitoli iniziamo da questo:

Il diritto dei profughi palestinesi

“Lo Stato di Israele, che attualmente ha più di sette milioni di abitanti, riconosce fino ad oggi il diritto di qualsiasi ebreo del mondo di emigrare in Israele, semplicemente richiedendolo, e di ricevere la cittadinanza non appena arrivato. L’atto di immigrazione in Israele nel caso di un ebreo viene chiamato Aliyah, che in ebraico significa “ascesa”. Israele ha sempre negato, invece, il ritorno ai profughi palestinesi, sia a quelli della guerra del 1948 che a quelli della guerra del 1967. Il conte Folke Bernadotte, incaricato dalle Nazioni Unite e che agiva per il ritorno dei profughi palestinesi nelle loro case, fu assassinato dal gruppo Lehi; Israele arrestò appartenenti alla banda, ma furono subito rilasciati.

Il diritto dei profughi a tornare in patria è sancito dall’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Di recente, è stato applicato ai fuggiti nelle guerre interetniche in Rwanda e del Burundi.[10] e agli scampati alla guerra nell’ex Jugoslavia[11] Non viene applicato invece ai profughi dalla terra poi diventata Israele, molti dei quali vivono tuttora in campi in Cisgiordania, territorio sotto la responsabilità israeliana fin dal giugno del 1967.

Durante gli anni ‘50 e gli anni ‘60, moltissimi ebrei provenienti dal Nord Africa e dal Vicino Oriente emigrarono in Israele, in seguito all’espulsione, di diritto o di fatto (confisca dei beni) nei paesi di origine. Durante gli anni ‘90, è emigrato in Israele circa un milione di persone dall’ex-Unione Sovietica. Molti di loro hanno solo dei tenui legami familiari con l’Ebraismo, e non sono mancati i casi di praticanti del Cristianesimo ortodosso. Si suppone che molti di essi siano emigrati in Israele per sfuggire dalle condizioni economiche e sociali molto dure dei paesi di origine. Negli ultimi anni, c’è stata anche un’immigrazione crescente di clandestini provenienti dall’Africa e dall’Asia.

Israele si auto definisce uno “Stato Ebraico”. Le due lingue ufficiali sono l’Ebraico, una lingua che è stata completamente rivitalizzata dopo più di due millenni di uso solamente liturgico, e l’Arabo. Nella pratica, è molto più usato l’inglese dell’arabo. Ora è diffuso anche il russo.

La società è divisa su numerosi temi tra la componente religiosa e quella laica. I servizi di trasporto pubblico (con l’eccezione di Haifa) non funzionano di sabato e nelle altre feste ebraiche.[12] Il potere degli ebrei ultra ortodossi è in aumento: sono in alcuni casi (raramente corretti) a imporre la separazione fra uomini e donne su autobus in servizio pubblico.”

Ma come ci sono arrivati in Palestina i sionisti?

“Il fondatore del Sionismo è oggi considerato Theodor Herzl, un giornalista austro-ungarico ashkenazita. Herzl avrebbe sviluppato la sua idea a seguito dell’affare Dreyfus, sviluppatosi nel 1894. Nel 1897 Herzl organizzò il primo Congresso Sionista in Svizzera, e creò l’Organizzazione Sionista Mondiale.

Le idee di Herzl si inseriscono in un movimento migratorio ebraico già in atto, causato, in Russia, dai pogrom degli anni 1881-1882. Secondo dati del 1930, dal 1880 al 1929 emigrano dalla Russia 2.285.000 ebrei, e, di questi, 45.000 in Palestina. La stragrande maggioranza preferisce recarsi altrove: 1.930.000 scelgono le Americhe, 240.000 l’Europa, i restanti l’Africa e l’Oceania. Dall’Austria, dall’Ungheria e dalla Polonia emigrano, dal 1880 al 1929, in 952.000: 697.000 nelle Americhe, 185.000 in altri Paesi europei, 40.000 in Palestina.
Proporzioni analoghe si riscontrano fra i migranti provenienti da altri Paesi. In totale, durante questi decenni migrano 3.975.000 ebrei: 3.250.000 nelle Americhe (di cui 2.885.000 negli Stati Uniti), 490.000 in Europa occidentale e centrale, e solo 120.000 in Palestina.[1][2]

L’idea di creare uno Stato ebraico circola dal 1880, (“Hibbat Zion“). Alcuni dei promotori di questa idea volevano fondare lo Stato nella storica terra d’Israele, chiamata anche Palestina, dove, secondo la Bibbia, vi erano stati i regni di Davide e di Salomone; il sogno è quello di creare uno stato puramente ebraico, in cui l’antisemitismo sia assente per definizione.

Per questa terra non fu subito scelta la Palestina: c’era anche chi proponeva di creare uno Stato ebraico in altre parti del mondo, ad esempio in Amazzonia o in Uganda, ma l’opzione di gran lunga più popolare restava la Palestina, all’epoca governata dall’Impero Ottomano.

A partire dal 1882, Edmond James de Rothschild divenne uno dei principali finanziatori del movimento sionista e acquistò il primo sito ebraico in Palestina, l’attuale Rishon LeZion. Nel 1924 fondò la Palestine Jewish Colonization Association (PICA), che comprò più di 125.000 acri (560 km2) di terreno.

La seconda ondata (circa 30.000 persone) parte dalla Russia per la Palestina fra il 1904 e il 1914: c’erano stati pogrom dal 1903 al 1906. Alcuni dei nuovi colonizzatori erano spinti da ideali socialisti e crearono dei Kibbutz, delle comunità organizzate secondo criteri collettivisti e comunistici, in cui la popolazione viveva dell’agricoltura. Ma il collettivismo e gli ideali comunistici erano riservati agli ebrei: vigendo la politica del ‘lavoro ebraico’, i kibbutz non accettavano (e non accettano) fra i loro membri dei palestinesi.

Con i fondi sionisti, e principalmente del Fondo nazionale ebraico, si acquistano terre dichiarate inalienabili da cui è esclusa la manodopera indigena; nasce una nuova nazione, con una propria lingua ed un’economia chiusa, da cui gli arabi sono esclusi. Altri si sistemano nelle città o ne fondarono di nuove: caratteristico è il caso di Jaffa e Tel Aviv, Tel Aviv era infatti un quartiere di Qoffa, ma il massiccio insediamento ebraico crebbe fino a far diventare l’antica (millenaria!) città di Qoffa un sobborgo della nuova Tel Aviv.

I chaluzim, i “pionieri” dell’esodo sionista, non portarono in Palestina solo la loro forza lavoro, la loro famiglia, la loro cultura, ma importarono l’idea europea di “Nazione”. Tra gli immigrati ebrei si diffuse anche l’uso della lingua ebraica, la quale, relegata all’ambito religioso da duemila anni, non era più usata quotidianamente.

In piena Prima guerra mondiale il Regno Unito si impegnava, con una lettera del ministro degli esteri a Lionel Walter Rothschild, membro del movimento sionista inglese, a mettere a disposizione del movimento sionista dei territori in Palestina, in caso di vittoria. Il documento porta il nome di Dichiarazione Balfour 2 novembre 1917. Nel 1922 il controllo della regione passò all’Impero Britannico, che chiese e ottenne dalla Società delle Nazioni un Mandato sulla Palestina, che includeva anche l’odierna Giordania. La popolazione araba in Palestina aumentò per l’arrivo di immigrati dai paesi circostanti, che vennero per lavorare, spinti dai salari più elevati di quelli dei loro paesi d’origine.


In sintesi: una immigrazione finanziata ed incentivata con l’acquisto di pezzi di territorio che si è sovrapposta alla presenza degli abitanti del luogo ed a quanti arrivavano da altri stati arabi.

I sionisti sulla Palestina hanno questa posizione:

È importante sottolineare il fatto che, mentre i racconti di una Palestina disabitata abbondano, non esistono resoconti che affermino il contrario. Non c’è una sola testimonianza scritta dell’epoca che dimostri una presenza araba significativa in Palestina, o che menzioni un ‘popolo palestinese’ residente.E’ per questo motivo che Golda Meir, primo ministro israeliano, affermò nel 1969 che: “Non c’è mai stata una cosa come i ‘palestinesi’. Quando mai ci fu un popolo palestinese indipendente con uno stato palestinese? Questo fu la Siria meridionale prima della Prima Guerra Mondiale, e poi fu una Palestina che comprendeva la Giordania. Non fu come se ci fosse un popolo palestinese in Palestina, che si considerava ‘popolo palestinese’, poi noi arrivammo e li cacciammo, portando via il loro paese. Loro non esistevano.” (Golda Meir, Primo Ministro Israeliano – Sunday Times, 15 Giugno 1969)”

Posizione che deve conciliarsi con altre affermazioni dell’autore che, nello sforzo di non voler dare una identità alle popolazioni autoctone, scrive:

Come dimostrato dallo studio demografico di Justin McCarthy, (‘La popolazione della Palestina’), lo studio di Arieh Avneri (‘The Claim of Disposession’), il libro-ricerca di Joan Peters (‘From Time Immemorial’) ed altri, la popolazione araba dell’area registrò un enorme sviluppo SOLO durante questo periodo, cioè IN CONTEMPORANEA al ritorno degli ebrei in Palestina. Tra il 1514 e il 1850, la popolazione araba di questa regione era rimasta più o meno stazionaria, circa 340.000 abitanti. Essa cominciò improvvisamente ad aumentare dopo il 1855.

Ad esempio, gli egiziani guidati da Ibrahim Pasha giunsero in massa nell’800, cacciando letteralmente gli unici (oltre agli ebrei) che davvero vivevano in Palestina ‘da tempo immemorabile’, cioè i Drusi. Moltissimi arabi vennero in Palestina dalla Siria, dalla regione di Hauran. Soltanto nel 1831, ben 6.000 egiziani si stabilirono ad Acco (città che oggi dichiarano essere araba da millenni!). Secondo il rapporto ‘British Palestine Exploration Fund’ del 1893, gli egiziani avevano da poco ripopolato anche Jaffa, diventandone la maggioranza. L’immigrazione araba continuò ad aumentare durante la prima Guerra Mondiale.

Ora del censo del 1922, la popolazione araba era quasi raddoppiata arrivando a 589.177, fra cui 62.500 beduini.

Il censo britannico del 1931 (spesso citato da fonti anti-sioniste) mostra la popolazione araba a 759.700 unità residenti, compresi i beduini, accanto ad una popolazione ebraica di circa la metà. Il punto importantissimo che però viene omesso dal censo è il fatto che la maggior parte di questi arabi erano arrivati in Palestina da non più di 60 anni.

Gli inglesi tentarono di spiegare questo improvviso aumento di popolazione attribuendolo all’incremento naturale del nucleo arabo pre-esistente. Il punto è che la crescita demografica naturale non avrebbe mai potuto sostenere un simile aumento, come vedremo fra poco. Quindi l’unica spiegazione possibile è che molti arabi siano immigrati in Palestina illegalmente.


Quindi:

-anche se più numerosa (lo è tra l’altro sempre stata) la popolazione araba lo è diventata perché immigrata illegalmente da altri stati arabi (!!), in un territorio amministrato prima dall’impero Ottomano e poi dagli inglesi ed in cui gli ebrei hanno costituito, da sempre, una minoranza religiosa.

-per questi (arabi ed arabi ebrei) parliamo, in ogni caso, di popolazione residente araba in maggioranza non ebrea.

-nonostante questi fatti: i palestinesi in quanto tali non sono mai esistiti ,quindi i sionisti hanno occupato un vuoto sia fisico che giuridico.Hanno inventato uno stato non cacciando un popolo inteso come tale ma una massa di pastori senza identità certa.Più o meno le stesse brillanti e nobili motivazioni che giustificavano l’apartheid in Sudafrica.O quello che i fascisti raccontavano nella loro propaganda sull’Abissinia senza strade ed abitata solo da tribù incolte e primitive.

Assumiamo per un attimo che questa cosa sia vera fino in fondo e non ricostruita in modo artificioso (la Palestina che non esiste).Possiamo dire che in Palestina fino alla fine dell’800 c’era una popolazione prevalentemente di origine araba con una presenza ebraica, per lo più colonie.

Lo sviluppo massiccio della popolazione ebraica residente lo si è avuto in coincidenza della fine della seconda guerra mondiale e grazie ad ondate migratorie che hanno avuto origine in Europa. Fine 800, primi del 900 e seconda metà del 900.

Di cosa è quindi il frutto la nascita dello stato d’Israele se non dell’afflusso massiccio di europei di religione ebraica?

Se il processo migratorio ha avuto quello sviluppo, non c’è da meravigliarsi se i palestinesi e gli arabi vedono la nascita di quello stato come una forzatura che non è altro che la coda avvelenata di ciò che noi occidentali siamo stati in grado di sviluppare in Europa negli ultimi 150 anni di storia.Dei nostri conflitti e delle nostre persecuzioni.

Prodotto, lo stato israeliano, di una dottrina (quella sionista) che fa dell’appartenenza ebraica l’elemento discriminante per poter avere diritti da quelle parti.

Ci si meraviglia se, nel 48, furono proprio gli stati arabi e coloro che vivevano lì a non accettare la risoluzione dell’ONU?

Possiamo dire che quello stato è lo sviluppo di un processo storico insito e prodotto dalla storia delle popolazioni presenti lì da secoli?

Ma per venire a noi che futuro potrà mai avere uno stato palestinese dove secondo un commentatore:

- ma ve lo immaginate uno stato dove per andare da un posto all’altro ci vuole il passaporto?
-Uno stato privo di un tessuto industriale, agricolo e commerciale?
-Uno stato dove le merci per spostarsi dai luoghi di produzione (ammesso che ne esista qualcuno) a quelli di commercializzazione devono sottostare all’arbitrio del potentissimo, arcigno e scontroso vicino?
-Uno stato che non produce energia e dove, quindi, quando il povero palestinese deciderà di accendere la lampadina dovrà pregare di far alzare dal letto per il verso giusto il gestore ebreo della più vicina centrale elettrica?
-Uno stato ove la erogazione dell’acqua è nel più completo arbitrio del nemico.



YEHOSHUA: UN INSULTO A SEI MILIONI DI MARTIRI

In Culture ed opinioni, Sionismo, guerre on 20 Gennaio 2009 at 10:36 am

(commento alla lettera di Abrham B. Yehoshua, pubblicato dalla Stampa del 18/01/2009)

Abrham. B. Yehoshua. “Caro Gideon,

negli ultimi anni … Quando ti pregai di spiegarmi perché Hamas continuava a spararci addosso anche dopo il nostro ritiro tu rispondesti che lo faceva perché voleva la riapertura dei valichi di frontiera…”

Hamas continua a sparare razzi anche e soprattutto perché Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo, definita nel 2007 dal sudafricano John Dugard, Special Rapporteur per i Diritti Umani in Palestina dell’ONU, “Apartheid… da sottoporre al giudizio della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja”. Perché nell’agosto del 2006 la Banca Mondiale dichiarava che “la povertà a Gaza colpisce i due terzi della popolazione”, con povertà definita come un reddito di 2 dollari al giorno pro capite, che è il livello africano ufficialmente registrato. Perché appena dopo le regolari e democratiche elezioni del gennaio 2006 con Hamas vittoriosa, Israele inflisse 1 miliardo e 800 milioni di dollari di danni bombardando la rete elettrica di Gaza e lasciando più di un milione di civili senza acqua potabile. Perché nel 2007 l’ex ministro inglese per lo Sviluppo Internazionale, Clare Short, dichiarò alla Camera dei Comuni di Londra “sono scioccata dalla chiara creazione da parte di Israele di un sistema di Apartheid, per cui i palestinesi sono rinchiusi in quattro Bantustan, circondati da un muro, e posti di blocco che ne controllano i movimenti dentro e fuori dai ghetti (sic)”. Ecco perché. Perché sono 60 anni che Israele strazia i palestinesi con politiche sanguinarie, razziste e fin neonaziste.

Nella foto: Abrham B. Yehoshua

A.B.Y. “Ti chiesi allora se ritenevi plausibile che Hamas potesse convincerci adottando un comportamento del genere o se, piuttosto, non avrebbe ottenuto il risultato contrario, e se fosse giusto riaprire le frontiere a chi proclamava apertamente di volerci sterminare.”

Arafat riconobbe Israele nel 1993, agì fermamente per reprimere Hamas (come testimoniò Ami Ayalon, ex capo dei servizi segreti Shab’ak israeliani, nel 1998) e cosa ottenne? Barak, Clinton e poi Sharon lo distrussero. Hamas ha dichiarato ufficialmente nel luglio del 2006 con una lettera al Washington Post di riconoscere il diritto degli ebrei all’esistenza in Palestina fianco a fianco dei palestinesi. Nessun media italiano o europeo ha ripreso la notizia. Nessuno.

A.B.Y. “… I valichi, da allora, sono stati riaperti più volte, e richiusi dopo nuovi lanci di razzi. Sfortunatamente, però, non ti ho mai sentito proclamare con fermezza: adesso, gente di Gaza, dopo aver respinto giustamente l’occupazione israeliana, cessate il fuoco…”

Respinto l’occupazione? Sono in una gabbia che li affama, che li fa morire ai posti di blocco, che gli nega l’essenziale per vivere. Di nuovo Dugard: “A tutti gli effetti, a seguito del ritiro israeliano, Gaza è divenuta un territorio chiuso, imprigionato e ancora occupato”.

A.B.Y. “Talvolta penso, con rammarico, che forse tu non provi pena per la morte dei bambini di Gaza o di Israele, ma solo per la tua coscienza. Se infatti ti stesse a cuore il loro destino giustificheresti l’attuale operazione militare, intrapresa non per sradicare Hamas da Gaza ma per far capire ai suoi seguaci (e malauguratamente, al momento, è questo l’unico modo per farglielo capire) che è ora di smetterla di sparare razzi su Israele, di immagazzinare armi in vista di una fantomatica e utopica guerra che spazzi via lo Stato ebraico e di mettere in pericolo il futuro dei loro figli in un’impresa assurda e irrealizzabile…”

Questo è il razzismo di questi assassini vestiti da colombe. Vogliono ‘educare’ gli ‘untermenschen’ arabi a frustate, “fargli capire”, come usava ‘far capire’ nei campi di cotone della Louisiana 200 anni fa o nel ghetto di Varsavia, pochi decenni fa. ‘Fargli capire’ le cose ammazzando i loro bambini? Le loro donne? Questo si chiama massacro, è un crimine contro l’umanità che viola le Convenzioni di Ginevra e i Principi di Norimberga. Questo Abrham B. Yehoshua è un mostro, e lui e i suoi colleghi non hanno appreso alcunché dal nazismo, anzi, hanno solo appreso come replicarlo.

“Oggi, per la prima volta dopo secoli di dominio ottomano, britannico, egiziano, giordano e israeliano, una parte del popolo palestinese ha ottenuto una prima, e spero non ultima, occasione per esercitare un governo pieno e indipendente su una porzione del suo territorio.”

Su una porzione del suo territorio… Non c’è limite all’abominio intellettuale di questo scrittore. Gli ‘untermenschen’ arabi devono essere grati di poter fare la fame su un fazzoletto di terra privo di ogni sbocco economico/commerciale e che è una frazione di quel 22% delle loro terre che gli è rimasto dopo che Israele gli ha rubato il 78% a forza di massacri e pulizia etnica.

“Se intraprendesse opere di ricostruzione e di sviluppo sociale, anche secondo i principi della religione islamica, dimostrerebbe al mondo intero, e soprattutto a noi, di essere disposto a vivere in pace con chi lo circonda, libero ma responsabile delle proprie azioni…”

Come aver detto agli etiopi nel 1984: “Se imparaste a coltivare la terra invece che chiedere l’elemosina all’ONU…”.

Questo Abrham B. Yehoshua è, lo ribadisco e me ne assumo la responsabilità, un mostro. Lo è in forma più disgustosa di Sharon, di Olmert, della Livni, poiché traveste la sua perfidia disumana da ‘colomba’.

L’ipocrisia della tragedia israelo-palestinese è arrivata a livelli biblici di disgusto. E ricordo, per tornare in Italia, la posizione dei nostri intellettuali di sinistra, ‘colombe’ anch’essi, come esplicitata sul sito http://www.sinistraperisraele.it/home.asp?idtesto=185&idkunta=185, dove campeggia una commemorazione di Uri Grossman, figlio dell’altra ‘colomba’ israeliana di chiara fama, David Grossman, ucciso durante l’invasione israeliana del Libano del 2006. La morte di un figlio è sempre una tragedia immane, e quella morte lo è nel suo aspetto privato. Non oserei profferire parola su questo.

Ma vi è un aspetto pubblico di essa, che stride e che fa ribollire la coscienza: Uri Grossman era un soldato di un esercito invasore, criminale di guerra, oppressore da 60 anni di un intero popolo, e che in Libano ha massacrato oltre 1000 esseri umani innocenti, dopo averne massacrati 19.000 in identiche circostanze nel 1982 e molti altri nel 1978. Uri Grossman era una pedina di una impresa criminale, ma venne commemorato su tutti i media italiani, e ancora lo è sul sito dei nostri ‘intellettuali colombe’.

Dove sono le commemorazioni della montagna di Abdel, Baher, Fuad, Adnan, la cui vita spezzata a due anni, a tredici anni, a trent’anni, e senza aver mai indossato la divisa di un esercito criminale di guerra, ha lasciato il medesimo strazio e il medesimo buio di vivere di “papà, mamma, Yonatan e Ruti” Grossman? Dove sono? Dove?

“Far capire”… “malauguratamente è l’unico modo”. Queste parole, Abrham B. Yehoshua, questi ‘intellettuali’ traditori, la difesa del sionismo e delle condotte militari di Israele dal 1948, sono un insulto a sei milioni di martiri ebrei dell’Olocausto nazista. Lo scrivo, lo dico e mi chiamo Paolo Barnard.

Paolo Barnard
Fonte: www.paolobarnard.info
Link: http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=93

Come Dayan raccontò la guerra contro la Siria nel 68

In Sionismo, guerre on 19 Gennaio 2009 at 4:15 pm


Questo è un reportage del corriere della sera dal Golan, scritto nel 1998. Ci troverete molte cose che fanno capire meglio di tanti discorsi come si applica l’espansionismo sionista, per quali motivi e con quali sotterfugi. A futura memoria in attesa del prossimo reporatge che tra 20 anni illuminerà i vari “commentatori” sulla banale verità di un regime che nel suo DNA è l’esempio di un nuovo fascismo.

A Quneitra, capitale fantasma dell’altopiano siriano in parte occupato da Israele nel ‘67, la comunita’ araba combatte con le parole per mantenere il rapporto con il passato
REPORTAGE I SALTATORI DI MURI
Il megafono del dolore sul Golan diviso Ogni venerdi’, nella Valle delle grida, le famiglie spezzate urlano messaggi oltre il filo spinato Soltanto 300 metri tra figli, genitori, fratelli separati. Per riconoscersi serve un binocolo
“Moshe Dayan ammise le pressioni dei coloni per avere la terra”

DAL NOSTRO INVIATO QUNEITRA (Golan) – In questa penosa escursione tra i muri della vergogna rimasti ancora in piedi e le frontiere invalicabili imposte da conflitti politici e rancori regionali, non sarebbe stato possibile ignorare il Golan dove da oltre 30 anni una barriera incappucciata da filo spinato divide in due la comunita’ dell’altopiano: siriani gli uni e gli altri. Ma i 23 mila che vivono dall’altra parte abitano le terre occupate da Israele nel ‘67, durante la Guerra dei sei giorni. L’occupazione fu rapida, anzi fulminea: e altrettanto fulmineamente, i soldati di Dayan ridisegnarono i confini in territorio siriano ed eressero il muro per impedire agli abitanti dei villaggi, diventati loro “sudditi”, di fuggire verso i promontori rimasti liberi sotto la bandiera di Damasco. Tornando nella zona dopo circa 10 anni, ho rivisto la stessa scena di allora: una scena che si ripete ogni venerdi’ e che le Tv e i giornali continuano a raccontare. La gente (soprattutto donne) arriva dai dintorni e anche da Damasco in mattinata e si assiepa sul ciglio di una collina davanti alla terra di nessuno: 400 metri di prato scosceso, pieno di sterpi, segato, sul fondo, dai rotoli di filo spinato. E subito comincia il lamentoso dialogo, col megafono, tra le famiglie siriane separate. Ci sono soltanto 300 metri in linea d’aria ma non c’e’ altro modo per tener vivo un rapporto che puo’ essere solo verbale. Un’anziana signora chiama il figlio, una figlia il padre. Sulla collina opposta si vede la macchia bianca di Majdel Chams, uno dei cinque villaggi, su 147, che gli israeliani hanno risparmiato dilagando nel Golan. Col binocolo si possono vedere chiaramente i volti delle persone che urlano dentro il megafono, i veli neri, bianchi, azzurri delle donne. Un uomo di mezza eta’ chiama il padre e la madre e anche i quattro fratelli, nati dopo la sua fuga, che non ha mai visto. Uno dei fratelli risponde e lui si fa prestare il binocolo per vedere “come e’ fatto”. Viene qui una volta al mese, da Damasco. Proprio a causa di questo scambio di messaggi, urlati e vibrati, la terra di nessuno e’ stata battezzata (credo dai Caschi blu dell’Onu addetti alla sorveglianza) The Shouting Valley, la Valle delle grida. E il vento che soffia sempre su queste alture contribuisce al nitido trasloco delle voci sopra il muro. Qualcuno, megafonando, presenta ai genitori la ragazza che gli sta vicino e con cui si e’ fidanzato. Altri ostentano la bellezza dei bambini di pochi mesi, agitandoli dolcemente sopra la testa. Ogni tanto si sente un’invocazione stentorea a Dio, Allah o akbar, e quel cielo sbiancato dal sole diventa il soffitto etereo di una moschea. Il governatore della provincia di Quneitra, Walid Al – Bouz, racconta che una donna e’ morta qualche giorno fa mentre urlava il nome del nipotino. Insomma, uno strazio. Dei 1.860 chilometri quadrati del Golan, 1.200 almeno sono stati occupati da Israele, che non intende ritirarsi perche’ – sostiene da sempre – quella fascia di terra rappresenta una sicurezza per i suoi confini e per la propria integrita’ territoriale, minacciata e colpita in passato dai missili siriani. Ma non si puo’ neanche accantonare il sospetto che non voglia rinunciare a un territorio ricco di sorgenti, da cui sgorgano 3 miliardi e 362 milioni di metri cubi d’acqua all’anno: una ricchezza favolosa per un Paese mediorientale. “L’occupazione del Golan – mi dice il dottor Walid Al – Bouz – ha avuto come conseguenza soprattutto la disintegrazione delle famiglie, e’ stata un crimine contro l’umanita’, una flagrante violazione dei diritti umani. Si interviene contro la nostra identita’ culturale, contro il nostro sistema educativo, contro la lingua: la gente non si puo’ riunire, ogni assembramento e’ vietato. Ma pochi dei 23 mila siriani che vivono li’ hanno subito il processo di israelizzazione avviato dagli occupanti. Come uscire, come convincerli ad andarsene? Chiediamo un intervento internazionale, vogliamo che si rispettino le risoluzioni dell’Onu: il recente viaggio del presidente Hafez Al – Assad in Francia va visto anche in quest’ottica. In un’intervista alla televisione francese ha detto a chiare lettere che la Siria non intende abbandonare le sue terre e che l’ostacolo a una soluzione pacifica del conflitto nel Golan e’ il premier Netaniahu che non riconosce le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e vuole tenersi i nostri territori. Tel Aviv ha proposto il ritiro delle sue truppe dal Sud del Libano, ma rimane intransigente sul Golan”. Nel documento che il governatore di Quneitra mi sottopone si parla di continui arbitrari arresti di giovani dai 16 ai 20 anni, di condanne fino a due – tre anni, di sempre nuove “semine” di mine antiuomo attorno ai villaggi che hanno ucciso “un gran numero” di persone e di bestiame. Ha fatto molto scalpore l’arresto di una studentessa siriana di 20 anni – Elham Abu Saleh – accusata di spionaggio: l’episodio ha provocato lo sciopero di 15 mila drusi a Majdal Shams e scontri con la polizia. Elham era una dei 400 studenti autorizzati a frequentare l’universita’ di Damasco. D’ora in poi, i permessi saranno sempre piu’ rari. “E studiare nei villaggi occupati – sottolinea il dottor Walid – significa accettare la sistematica falsificazione della nostra storia e l’ebraico, e non piu’ l’arabo, come primo idioma. Capisce, che mondo?”. Quneitra – insieme a Kabul, a Beirut, a Grozny – e’ quanto di meglio si possa avere come testimonianza della bestialita’ della guerra. Non esiste piu’, infatti. + stata sfasciata, polverizzata. Un terremoto del settimo grado della scala Mercalli non avrebbe fatto peggio. Girando tra i ruderi, occorrerebbe mettersi in testa una borsa di ghiaccio per mitigare i sussulti di sdegno e di pieta’. Capoluogo del Golan, aveva circa 40 mila abitanti. Ma non ci sono stati morti. Perche’, all’arrivo delle truppe di Tsahal (l’esercito ebraico) l’intera popolazione venne scacciata. Prima pero’ di andarsene, nel ‘74, in seguito a un accordo di tregua, hanno ammassato tutta la dinamite di cui disponevano e hanno fatto saltare tutti i nove quartieri della citta’, casa per casa, risparmiando soltanto una piccola chiesa greco – ortodossa. Un po’ come avvenne anni dopo, quando, dopo un accordo con l’Egitto per la restituzione del Sinai, rasero al suolo un villaggio che avevano costruito nel deserto, assieme agli orti e ai giardini fatti fiorire, con molto sudore, sulla sabbia. Vado a prendermi un caffe’ in un bar – ristorante, il solo locale rimesso in piedi a mezzo chilometro dalle distruzioni: dalla terrazza si possono vedere le alture del Golan e gli insediamenti israeliani e anche le torrette da cui vigilano i Caschi blu. Una vita molto triste, monotona, senza svaghi di nessun genere, mi confidera’ uno di loro. La ferma e’ di 12 mesi. Quando chiedo al proprietario del ristorante perche’ Quneitra non e’ stata ricostruita dopo 24 anni, la risposta e’ quella che danno invariatamente a Damasco: perche’ e’ la citta’ – martire della Siria, brutalmente sacrificata alla “politica espansionista” d’Israele. Durante le guerre del ‘67 e del ‘73, la Siria aveva schierato sul fronte del Golan circa 100 mila uomini. Le cinque divisioni avevano a disposizione 1800 carri armati (T – 62 forniti dall’Urss), 250 aerei, 1300 cannoni. Poi sarebbero arrivati i Mig – 23. Da qui partivano le cannonate sui kibbutz e sulle popolazioni inermi della Galilea: e fu proprio per porre fine a questa grandine di proiettili – sostenevano allora le autorita’ militari di Gerusalemme – che Tsahal intraprese la sua fulminea avanzata verso Quneitra. Ma ecco che soltanto un mese fa, sul giornale israeliano Yediot Aharonot, escono le sconcertanti dichiarazioni fatte piu’ di vent’anni fa da Moshe Dayan a un giornalista ebreo, Rami Tal: secondo cui l’occupazione del Golan era stata decisa dopo la richieste dei coloni dei kibbutz, che “volevano piu’ terra per le loro coltivazioni”. Per il leggendario generale, eroe della Guerra dei sei giorni, la Siria non costituiva allora una seria minaccia. “Guarda – ha detto testualmente Dayan a Rami Tal -, si puo’ dire che i siriani sono dei bastardi, che e’ giunto il momento di fargliela pagare cara. Ma non e’ cosi’ che si fa politica. Non attacchi il nemico perche’ e’ un bastardo, ma solo se ti minaccia davvero. E il quarto giorno della guerra del 1967, i siriani non ci minacciavano per nulla”. E ancora: “Sai come si svolse almeno l’80 per cento degli scontri a fuoco prima della guerra del ‘67? Noi mandavamo i nostri trattori a scavare nelle zone demilitarizzate sapendo in anticipo che i siriani avrebbero sparato. Sino a che loro finalmente sparavano e noi potevamo rispondere con artiglierie e cannoni per poterci impadronire ogni volta di un pezzettino in piu’ di terra… Era la prassi… Fu una delegazione di esponenti dei kibbutz a chiederci di occupare il Golan, volevano piu’ terra per le loro coltivazioni. Altro che pericolo siriano! Fu un errore, avrei dovuto impedire un attacco contro la Siria”. Dayan e’ morto nell’81, avvolto nella sua leggenda. Ma insieme alla gloria, non s’e’ portato con se’, nella tomba, il suo errore: che da oltre trent’anni continua a riprodursi e far danni. Le ciniche rivelazioni del generale mettono ulteriormente a disagio Netaniahu quando insiste nell’opporsi al ritiro delle sue truppe dal Golan per motivi strategici e di sicurezza delle proprie frontiere: anche perche’ essa non potrebbe piu’ essere garantita da armi convenzionali. Sulla Shouting Valley si diffonde la luce estenuata del pomeriggio. La gente risale sui pulmini o sulle vecchie macchine per tornare a Damasco o nei villaggi lungo la strada e la frontiera. Anche sull’altro lato vedo gruppi che risalgono la collina verso Majdel Chams. Fino a venerdi’ prossimo ci sara’ il silenzio: rotto soltanto, talvolta, da una secca detonazione, sprigionata da qualche animale che abbia avuto la disavventura di imbattersi in un campo minato nella terra di nessuno

Fonte:
http://archiviostorico.corriere.it/1998/agosto/10/megafono_del_dolore_sul_Golan_co_0_9808108806.shtml

Vivere sotto il tallone sionista, un esempio

In Sionismo, guerre on 19 Gennaio 2009 at 4:10 pm


Per alcuni giorni, a partire dal 9 ottobre, gli arabi-israeliani di Akka (l’antica S. Giovanni d’Acri) nel nord di Israele hanno dato vita a manifestazioni e scontri con la polizia che solo grazie a una pesante repressione ha potuto riprendere il controllo della città.
La ribellione era stata innescata da un episodio accaduto la sera dell’8 ottobre ma ha le sue principali ragioni nella miseria e nell’oppressione nella quale il governo sionista tiene la popolazione araba anche nelle città miste come Akka, dove in terzo dei 60 mila abitanti è costituito da arabi israeliani, cioè palestinesi con cittadinanza israeliana.
La sera dell’8 ottobre un arabo era passato con la sua automobile nei quartieri a maggioranza ebraica “violando” la consegna del silenzio e dell’uso di qualsiasi mezzo motorizzato che vige durante le celebrazioni religiose ebraiche dello Yom Kippur. Un gruppo di sionisti lo ha inseguito, preso a sassate e circondato l’edificio dove aveva trovato riparo.
Alla notizia del tentativo di linciaggio dell’automobilista, centinaia di giovani palestinesi sono scesi in strada e si sono diretti verso i quartieri ebraici scontrandosi con gruppi di sionisti e successivamente con la polizia. La ribellione araba è durata per cinque giorni con un bilancio di sessanta manifestanti arrestati e una decina di feriti.
La maggior parte degli arabi abita nella parte vecchia della città, nella casbah che rappresenta la loro ultima roccaforte culturale e nazionale dopo l’occupazione sionista del 1948. Ma molti palestinesi della città vecchia, impoveriti anche dai tagli allo stato sociale decisi negli anni passati, sono in numero crescente costretti a vendere le loro abitazioni, spesso ai più ricchi abitanti ebrei. Già negli anni ‘70 e ‘80 il regime sionista di Tel Aviv aveva elaborato progetti per espellere gli arabi dal centro della città e trasferirli nel vicino villaggio di Makkar. Il boia Ariel Sharon, quando era primo ministro, in visita a Akka affermò che la città doveva essere ulteriormente “giudaizzata” perché c’erano “troppi arabi” che dovevano esere espulsi. Un’esperienza modello seguita in altri casi come a Gerusalemme.
I sionisti di Tel Aviv sono responsabili anche delle continue discriminazioni degli arabi in Israele che sono il 20% della popolazione ma segregati nel 2% del territorio. In Israele, lo Stato ha la proprietà del 93% della terra, l’altro 5% è proprietà privata di ebrei. Dal 1948 il regime sionista ha espropriato la maggior parte della terra araba, sulla quale ha costruito circa 800 tra villaggi e colonie riservati esclusivamente alla popolazione ebraica dello Stato. Di contro ha costruito una sola nuova località araba, per i beduini del Negev, ma per segregarli e espropriare la loro terra. Tra le altre, i sionisti non rilasciano agli arabi alcuna licenza per costruire, nemmeno all’interno delle loro comunità.

22 ottobre 2008

Mandateci l’Annunziata a fare un servizio equilibrato

In CRONACA, guerre on 17 Gennaio 2009 at 8:11 pm

NETZARIM (Gaza) — C’è, nel mezzo della striscia di Gaza, un’area larga meno di un chilometro che da un paio di settimane è stata per lo più chiusa dagli israeliani al passaggio dei palestinesi. Corre dal confine con Israele sino al mare per circa 10 chilometri e combacia con i resti della vecchia colonia ebraica di Netzarim, evacuata da Israele assieme a tutti gli altri insediamenti della regione il 10 settembre 2005. Divide Gaza in due. Non ha leggi precise. Talvolta si passa senza problemi e in un altro momento ti sparano contro.

Ieri abbiamo cercato di passare attraverso questa regione. Senza riuscirci. Partiamo verso le quindici, con l’autista e il traduttore palestinesi, da Khan Yunis direzione Gaza city centro. Sono una ventina di chilometri. Sappiamo che i giornalisti qui non sono graditi da Gerusalemme. Ma prima della partenza chiamiamo Daniel Seaman, il direttore dell’Ufficio Stampa, il quale indirizza ad Avital, addetta ai media dell’esercito. E la risposta è abbastanza chiara: «Noi non possiamo garantire la vostra incolumità al cento per cento. E’ regione di guerra. Ma abbiamo avvisato i comandi, che hanno avvertito le unità sul posto. Diteci il percorso, tipo di mezzo e orari». E così avviene. La nostra Mercedes scassata è color amaranto, ci dicono che non servono le insegne della stampa. Il percorso che segnaliamo è quello che segue Salahaddin, la provinciale che passa per l’incrocio di Netzarim sul lato orientale. Pochi minuti percorsi lentamente, dopo i campi profughi di Dir El Balah e Al Bureij. La strada è vuota, attorno la case sono devastate dalle bombe, ogni tanto passa sulla nostra testa un proiettile di tank che finisce verso Gaza. Brucia un bidone dell’acqua in plastica situato sul tetto di un palazzo ridotto a gruviera. In questa zona, sapremo dopo, è appena stata sterminata una famiglia: mamma e 5 bambini dai 7 ai 12 anni.

Improvvisamente davanti alla Mercedes una barricata di terra e sassi sbarra la via. Le prime case di Gaza sono forse a 200 metri. Sulla destra, appostati su un terrapieno distante un’ottantina di metri, si vedono gli elmetti dei soldati israeliani coperti di foglie mimetiche. Sono i primi che incontriamo da quattro giorni a Gaza. Usciamo dall’auto e in ebraico e inglese urliamo: «Itonaiim, itonaiim italkim, press, stampa italiana». E’ un attimo. Loro rispondono a mitragliate alzo zero. Colpi secchi, mirati per uccidere, colpiscono le portiere, i finestrini laterali, che vanno in frantumi assieme al lunotto posteriore. Tre proiettili entrano dal tetto e si conficcano nei sedili, altri passano il baule. Altri ci sfiorano alla testa e al torace per pochi centimetri. Tra le dieci e le quindici pallottole colpiscono la Mercedes. Noi ci buttiamo a terra. Urliamo. E urliamo ancora terrorizzati, sorpresi, sbalorditi. Autista e traduttore, entrambi sui 25 anni, si sentono traditi e gridano: «L’avevamo detto noi che degli israeliani non ci si può fidare». Le mitragliate continuano, si mischiano al rombo delle cannonate sull’intera zona. I tank sparano dalla regione di confine con Israele verso le zone abitate lungo la fascia costiera. Un paio di abitazioni prendono fuoco.

Ogni tanto urliamo da dietro una duna di terriccio verso la postazione israeliana, loro rispondono a mitragliate che si infrangono un paio di metri da noi. La Mercedes resta immobi-le, vuota in mezzo alla strada, il motore ancora acceso. Poi avviene qualche cosa di strano. Per telefono Avital dice che possiamo andarcene, salire in auto e tornare a Khan Yunis. «L’unità è stata avvisata, non vi spareranno», assicura. Con mossa rapida si fa manovra per tornare indietro. Ma sono trascorsi forse cinque secondi e i colpi riprendono più fitti di prima. L’auto è colpita ancora al tetto, sul cofano. Ci ributtiamo a terra. Ancora chiamiamo Avital. «Non so. Non capisco, occorre che l’ordine arrivi dai comandi superiori alla pattuglia avanzata», dice preoccupata. L’incubo delle burocrazie militari. Ma anche, per una volta, capire le paure palestinesi. Il trovarsi di fronte a fucili che sparano e sparano, anche se pensi di non essere un obbiettivo, che a te non possono fare male perché sei ovviamente un civile. Alla fine, sono le cinque del pomeriggio, comincia a imbrunire, Avital sempre per telefono ci dice di sventolare le nostre giacche. «Loro vi segnaleranno che potete andare ». E così avviene. Via, via di corsa verso Khan Yunis. Avital chiama per sincerarsi che ce l’abbiamo fatta. Nel campo profughi palestinese siamo accolti in trionfo. «Sahafi shahid» (giornalista martire), dicono ridendo. Per una volta anche un occidentale ha provato quello che provano loro, sulla sua pelle.

Lorenzo Cremonesi
17 gennaio 2009

http://www.corriere.it/esteri/09_gennaio_17/israele_pronto_a_fermare_i_soldati_lorenzo_cremonesi_89ccf372-e466-11dd-98be-00144f02aabc.shtml

Dichiarazioni illuminate dal paese dei giusti

In Sionismo, guerre on 17 Gennaio 2009 at 3:57 pm

Il tizio che ha rilasciato la dichiarazione, che riporto, vuole che ci si chieda perché stanno ammazzando uomini, donne e bambini i suoi amici sionisti. E, soprattutto, capirlo.
Quello che vuole è che si accettino le risposte che danno quelli come lui.
Ma vaffanculo, stronzo!!

Angelo Sermoneta: “è una in simbolica contrapposizione alla manifestazione pro-Palestina, siamo indignati. È vero che i morti ci sono ma bisogna capire perché. Vogliamo ribadire il nostro attaccamento alla democrazia e il nostro essere cittadini italiani e romani di religione ebraica”

Quello che scrivono Sofri e Bifo su Gaza

In Sionismo, guerre on 16 Gennaio 2009 at 8:07 pm
{Le vittime che servono per dire basta}
diAdriano Sofri (la Repubblica, 04.01.2009)
C’è una domanda cui bisogna rispondere. Sembra una domanda facile, e il
guaio è là. Che il numero dei morti palestinesi per l’offensiva israeliana a
Gaza sia così alto, e cresca ancora, è un segno di vittoria di Israele, o di
sconfitta, o di che cosa? E una sottodomanda, in apparenza ancora più
facile: che i morti palestinesi siano tantissimi, e quelli israeliani
pochissimi, è una vittoria o una sconfitta di Israele? Leggo che il generale
Yoav Galant, comandante della regione sud, ha dato la sua risposta secca ad
ambedue le domande, illustrando il proposito dell’offensiva: “Ributtare
indietro di decenni la striscia di Gaza in termini di capacità militare,
facendo il massimo di vittime presso il nemico e il minimo fra le forze
armate israeliane”. Il massimo dei loro, il minimo dei nostri. Noi, i
generali, le donne e i bambini, e loro, i bambini, le donne e gli sceicchi.
Ah, come sono difficili le domande facili!
Si tratta del capriccio con cui il libero mercato fissa il pregio delle
diverse vite umane. Avete visto a che ritmo vertiginoso è cresciuto da noi
l’impiego del termine: Bioetica. L’impiego, e gli impiegati. La bioetica ha
a che fare coi progressi spettacolosi della medicina, della biologia,
dell’ingegneria genetica, gli inseguimenti trafelati della filosofia e del
diritto, e le supervisioni delle chiese. Una sua esemplare dichiarazione è
che “la vita umana è sacra e va difesa dal concepimento alla morte”. La cito
non per ridiscuterla qui, ma per osservare che la nostra fresca sensibilità
bioetica si concede il lusso di concentrarsi sui due poli, il concepimento,
o almeno la nascita, e la morte, il capo e la coda, riservando un’attenzione
minore a quello che sta fra l’inizio e la fine, cioè alla vita nella sua
durata, che poi è la vita.
Così, benché le innovazioni che la scienza introduce e la filosofia insegue
col fiato corto e la religione rilega in pergamena, valgano per tutte le
disgrazie che investono l’intermezzo fra nascita e morte – la fame, le
malattie, le guerre – ce ne commuoviamo meno. La nostra guerra (di
religione) sulla trovata secondo cui la vita è così sacra da essere
“indisponibile” alla stessa singola persona vivente sta ai luoghi in cui la
vita viene mietuta all´ingrosso, come i nostri botti di Capodanno, adorati
da tutti tranne i cani i bambini e chi ha conosciuto una sola notte di
guerra, stanno ai bombardamenti su Gaza. Così vicino, oltretutto – due
sponde dirimpettaie- che si potevano sentire reciprocamente, e raddoppiare
l’allegria degli uni e lo spavento degli altri.
Io resto affezionato a Israele come a quella che potrebbe essere, “per un
pelo”, la miglior madrepatria di un cittadino della terra di oggi, così come
lo sarebbe stata l’Atene del V secolo – per un pelo, la questione degli
schiavi. Siccome voglio così bene a Israele, e ne taccio da un bel po’ di
tempo, dirò come si è andato incupendo il mio stato d’animo settimana per
settimana. Ogni settimana, la rivista “Internazionale” pubblica una
rubrichetta di poche righe, intitolata “Israeliani e palestinesi”, che
aggiorna il numero dei morti dell’una e dell’altra parte a partire dalla
seconda Intifada, cioè dal settembre del 2000.
Piano piano, ma inesorabilmente, la sproporzione è cresciuta, e se i morti
israeliani erano sempre stati meno numerosi, a un certo punto arrivarono a
essere solo la metà di quelli palestinesi, e già questo provocava un
turbamento complicato; poi il divario ha continuato ad accrescersi, finché
all’inizio di dicembre, ben prima dell’attacco a Gaza che fa impennare le
cifre, il totale dei morti palestinesi superava di più di cinque volte
quello dei morti israeliani (5.301 a 1.082). Complicato, il turbamento:
perché si è involontariamente indotti, come di fronte a ogni sproporzione
eccessiva, a desiderare che la forbice si riduca, ciò che può avvenire
riducendo le morti degli uni o moltiplicando quelle degli altri…
Descrivo qualcosa che assomiglia più a un riflesso condizionato che a un
pensiero. Del resto il mondo, benché secondo molti e benevoli suoi
passeggeri continui a progredire, è platealmente pieno di smisuratezze, a
cominciare dalla differenza fra ricchi e poveri, e fra vite medie che si
allungano spettacolosamente e vite medie dimezzate.
La popolazione ottuagenaria e passa dell´Europa potrebbe protestare di non
avere colpa nella popolazione sì e no quarantenne dello Zimbabwe: ma non
sarebbe del tutto vero. E non è vero, certo non del tutto, che gli
israeliani non c’entrino con la mortalità di guerra cinque volte superiore
dei loro vicini. La sproporzione si riproduce e si moltiplica in una
quantità di circostanze. Negli scambi di prigionieri, che Israele rilascia a
centinaia in cambio di uno o due propri, o anche di due salme, com’è appena
successo con gli hezbollah libanesi. Israele ha pressappoco undicimila
prigionieri palestinesi, la Palestina, cioè Hamas, uno solo, il povero Gilad
Shalit.
Negli ultimi otto anni, se non sbaglio, dalla striscia di Gaza sono stati
lanciati sulle città del sud di Israele migliaia di razzi sempre più
micidiali (l’ultimo ha colpito una scuola per fortuna evacuata di Beersheva,
aveva dunque una gittata di 40 km) facendo in tutto 18 morti. L’offensiva
aerea su Gaza ne ha fatti oltre 400 in pochi giorni, contro 4 dalla parte
israeliana: in ragione di più di 100 a uno. E’ vero che il conto dei morti
non dice tutto. Ad Ashkelon, Sderot, Ashdod, Gan Yavne, è un decimo della
popolazione di Israele a vivere sotto la minaccia quotidiana dei missili.
Tuttavia quel complicato turbamento resta, e anzi si fa sempre più pungente.
Dunque, la domanda: più morti palestinesi facciamo, più vinciamo? E la
sottodomanda: più forte è la differenza fra “il massimo dei morti loro” e
“il minimo dei morti nostri”, più vinciamo?
C’è un argomento forte in favore di Israele. Israele fa tesoro della vita
dei suoi figli. Guarda con orrore il fanatismo islamista che addestra i
figli al suicidio assassino, e si inebria del loro “martirio”. E’ appena
successo un episodio esemplare e agghiacciante. Nizar Rayan, sceicco
invasato, già mandante di un figlio kamikaze e reclutatore per amore o per
forza di scudi umani, nemico feroce di Israele come di Fatah, bersaglio
prelibato della caccia israeliana, si trovava in un edificio al quale è
arrivata la telefonata di avvertimento dello Shin Bet: sarebbe stato
bombardato di lì a poco. Rayan “non è scappato”, dicono i suoi. Ha voluto
morire da martire, e si è tenuto stretti qualcuno dei dodici figli, qualcuna
delle quattro mogli: proprietà sue, vite consacrate non alla vita, ma alla
morte. Ma gli invasati, o i farabutti, non rendono un popolo correo del loro
fanatismo: nemmeno quella metà del popolo che li ha votati in un’elezione.
Tanto meno i bambini, e le sorelle e i fratelli ammazzati insieme dalle
incursioni, com’è inevitabile in uno zoo così fitto di umani e così
prolifico. Ci sono madri che non trionfano per la morte da shahid delle loro
creature, e invece rinfacciano al cielo e alla terra la doppia misura. La
madre delle cinque sorelline di Jabaliya ammazzate: “Se venisse ucciso anche
un solo bambino israeliano, il mondo intero si indignerebbe… Ma il sangue
dei nostri bambini non conta niente per il mondo”. Non importa nemmeno da
che parte sia venuta la strage, come per le due sorelline di Beit Lahya,
ammazzate dal razzo kassam di Hamas, “per errore”. Dice quel padre: “Non s’è
scusato nessuno. Siamo poveri”.
La bioetica, dunque. Se davvero un’azione militare mirasse al “massimo di
vittime nel nemico”, l’ideale sarebbe lo sterminio. Se la confermasse, il
generale che ha pronunciato una frase del genere andrebbe messo ai ferri. Ma
resterebbero sempre gli altri. Quelli – quasi tutti, fra le autorità, e a
gara di sondaggi e di voti- che dicono amaramente: “E’ la guerra. La guerra
esige le vittime civili. Noi facciamo di tutto per ridurne il numero”. Non è
un buon argomento, non più. Non è “la guerra”. E’ qualcosa di più, per il
soffocante odio di vicinato, e di meno, per la sproporzione delle forze. Di
quella sproporzione (provvisoria, peraltro, con l’Iran che incombe) Israele
non dovrebbe avvalersi per proclamare preziose le vite dei bambini
palestinesi come quelle dei proprii, e agire di conseguenza? Utopia? Certo,
bravi, continuiamo così. Se l’utopia troverà mai un luogo, sarà in quel
pezzetto di terra in cui il Dio di tutti gli eserciti ha deciso da sempre
(dalla strage degli innocenti, che nessun angelo avvertì, sospira Massimo
Toschi) di togliere il senno alle sue creature. Continuiamo così. Il sangue
dei martiri è il seme della cristianità ? diceva Tertulliano. Il sangue dei
martiri, anche di quelli equivoci e abusivi, è seme di qualunque pianta. Si
vuole cancellare Hamas? Sarebbe bello.
Ma i bambini e i ragazzi di Gaza che sopravviveranno ai bombardamenti aerei
(l’esperienza più paurosa) non avranno un futuro ragionevole e gandhiano.
L’ammasso di profughi e figli e nipoti di profughi che è Gaza ha un’età
media, ho letto, di 17 anni. Quanto al resto del mondo, dei razzi su
Ashkelon ha sentito sì e no parlare. Ma le immagini di questi giorni le ha
viste. Israele sembra aver smesso da tempo di badare all’opinione del mondo.
E’ vero che il mondo, quando gli ebrei erano al macello, applaudì o guardò
dall’altra parte. Appunto. Tzipi Livni si è industriata di spiegare al mondo
le sue buone ragioni, poi è bastata una frase ?”A Gaza non c’è una crisi
umanitaria”- per cancellarne ogni effetto.
Mi dispiace delle parole rassegnate di Yehoshua: “Non avevamo altra scelta”.
Non è possibile che Israele, cioè gli israeliani, pensino e sentano di “non
avere altra scelta” ? dunque di non avere scelta. Ce l’hanno, sanno anche
qual è: tutti, o quasi. Sanno qual è, e vanno da un’altra parte. In cielo e,
tanto peggio, in terra. Nel giorno della strage nella moschea – ci sarà la
battaglia di propagande sul fatto che fosse un deposito di armi, o un
deposito di umani, o le due cose insieme, ma non cambia – l’ingresso dei
soldati israeliani fa temere che tutta la macabra contabilità della morte
stia per impazzire. Soldati bravi, ben equipaggiati e risoluti ad andare
avanti si troveranno di fronte, oltre a nemici votati alla morte, una gente
disperata ed esasperata, in cui i bambini sono la maggioranza. I carri
armati dovranno decidere che cosa fare quando si troveranno davanti una
folla di bambini. Poi, comunque vada, dovranno chiedersi ancora una volta
come tornare indietro.

Che dirò ai miei studenti nel giorno della memoria?
Franco Berardi “Bifo”
[15 Gennaio 2009]
«Hai fatto una strage di bambini e hai dato la colpa ai loro genitori dicendo che li hanno usati come scudi. Non so pensare a nulla di più infame […] li hai chiusi ermeticamente in un territorio, e hai
iniziato ad ammazzarli con le armi più sofisticate, carri armati indistruttibili, elicotteri avveniristici, rischiarando di notte il cielo come se fosse giorno, per colpirli meglio. Ma 688 morti palestinesi e 4 israeliani non sono una vittoria, sono una sconfitta per te e per l’umanità intera».
[Stefano Nahmad, la cui famiglia ha subito le persecuzioni naziste]

Insegno in una scuola serale per lavoratori, in gran parte stranieri.
E’ un ottimo osservatorio per capire quel che accade nel mondo. L’anno scorso, avvicinandosi il giorno della memoria che ogni anno si celebra nelle scuole, leggemmo brani dal libro Se questo è un uomo di Primo Levi. Avevamo parlato molto della questione ebraica, e della storia del popolo ebreo dalle epoche lontane al ventesimo secolo. Proposi che tutti scrivessero un breve testo sugli argomenti di cui avevamo parlato.
Claude D, un ragazzo senegalese di circa venti anni, piuttosto pigro ma dotato di vivacissima intelligenza concluse il suo lavoro con queste parole: «Ogni anno si fanno delle cerimonie per ricordare lo sterminio degli ebrei, ma gli ebrei non sono i soli che hanno subito violenza. Perché ogni anno dobbiamo stare lì a sentire i loro pianti quando altri popoli sono stati ammazzati ugualmente e nessuno se ne preoccupa?»
Questa frase mi colpì, e decisi di proporla alla discussione della classe, in cui oltre Claude c’erano cinque italiani due marocchini un peruviano una brasiliana, un somalo, due ragazze romene una ucraina e due russi. L’opinione di Claude era quella di tutti. Sia ben chiaro: nessuno mise in dubbio la verità storica dell’Olocausto, neppure Yassin, un ragazzo marocchino appassionato alla causa palestinese e sempre pronto a criticare con durezza Israele. Tutti avevano seguito con attenzione e partecipazione la lettura delle pagine di Primo Levi.
Però tutti mi chiedevano: perché non si fanno cerimonie pubbliche dedicate allo sterminio dei rom, dei pellerossa, o allo sterminio in corso dei palestinesi? Claude a un certo punto uscì fuori con una
frase che non potevo contestare: perché nessuno ha pensato a un giorno della memoria dedicato all’olocausto africano? Pensai ai milioni di suoi antenati deportati da negrieri schiavisti, pensai
all’irreparabile danno che questo ha prodotto nella vita dei popoli del golfo d’Africa occidentale, e conclusi il discorso in maniera che a tutti apparve risolutiva [vorrei quasi dire salomonica]: «Nel giorno della memoria si ricorda l’Olocausto ebraico perché attraverso questo sacrificio si ricordano tutti gli Olocausti sofferti dai popoli di tutta la terra».

Ammesso che la parola «identità» significhi qualcosa, e non lo credo, per me l’identità non è definita dal sangue e dalla terra, blut und boden come dicono i romantici tedeschi, ma dalle nostre letture, dalla formazione culturale e dalle nostre mutevoli scelte. Perciò io affermo di essere ebreo. Non solo perché ho sempre avuto un interesse fortissimo per le questioni storiche e filosofiche poste dall’ebraismo della diaspora, non solo perché ho letto con passione Isaac Basheevis Singer e Abraham Jehoshua, Gerhom Sholem, Akiva Orr, Else Lasker Shule e Daniel Lindenberg, ma soprattutto perché mi sono sempre identificato profondamente con ciò che definisce l’essenza culturale dell’ebraismo diasporico. Nell’epoca moderna gli ebrei sono stati perseguitati perché portatori della Ragione senza appartenenza. Essi sono l’archetipo della figura moderna dell’intellettuale. Intellettuale è colui che non compie scelte per ragioni di appartenenza, ma per
ragioni universali. Gli ebrei, proprio perché la storia ha fatto di loro degli apatridi, hanno avuto un ruolo fondamentale nella costruzione della figura moderna dell’intellettuale ed hanno avuto un
ruolo fondamentale nella formazione dell’Illuminismo e della laicità, e anche dell’internazionalismo socialista.
Come scrive Singer, nelle ultime pagine del suo Meshugah, «La libertà di scelta è strettamente individuale. Due persone insieme hanno meno libertà di scelta di quanto ne abbia una sola, le masse non hanno virtualmente nessuna possibilità di scelta».
Per questo io sono ebreo, perché non credo che la libertà stia nell’appartenenza, ma solamente nella singolarità. So bene che nel ventesimo secolo gli ebrei sono stati condotti dalla forza della
catastrofe che li ha colpiti, a identificarsi come popolo, a cercare una terra nella quale costituirsi come stato: stato ebraico. E’ il paradosso dell’identificazione. I nazisti costrinsero un popolo che
aveva fatto della libertà individuale il valore supremo ad accettare l’identificazione, la logica di appartenenza e perfino a costruire uno stato confessionale che contraddice le premesse ideologiche che proprio il contributo dell’ebraismo diasporico ha introdotto nella cultura europea.
In Storia di amore e di tenebra scrive Amos Oz: «Mio zio era un europeo consapevole, in un’epoca in cui nessuno in Europa si sentiva ancora europeo a parte i membri della mia famiglia e altri ebrei come loro. Tutti gli altri erano panslavi, pangermanici, o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi slovacchi. Gli unici europei di tutta l’Europa, negli anni venti e trenta, erano gli ebrei. In
Jugoslavia c’erano i serbi i croati e i montenegrini, ma anche lì vive una manciata di jugoslavi smaccati, e persino con Stalin ci sono russi e ucraini e uzbeki e ceceni, ma fra tutti vivono anche dei nostri fratelli, membri del popolo sovietico».

Il mio punto di vista sulla questione mediorientale è sempre stato lontano da quello dei nazionalisti arabi. Avrei mai potuto sposare una visione nutrita di autoritarismo e di fascismo? E oggi potrei forse sposare il punto di vista dell’integralismo religioso che pervade la rabbia dei popoli arabi e purtroppo ha infettato anche il popolo palestinese nonostante la sua tradizione di laicismo? Proprio perché non ho mai creduto nel principio identitario non ho mai provato particolare affezione per l’idea di uno stato palestinese. I palestinesi sono stati costretti all’identificazione nazionale
dall’aggressione israeliana che dal 1948 in poi si è manifestata in maniera brutale come espulsione fisica degli abitanti delle città, come cacciata delle famiglie dalle loro abitazioni, come espropriazione delle loro terre, come distruzione della loro cultura e dei loro affetti.
«Due popoli due stati» è una formula che sancisce una disfatta culturale ed etica, perché contraddice l’idea -profondamente ebraica – secondo cui non esistono popoli, ma individui che scelgono di associarsi. E soprattutto contraddice il principio secondo cui gli stati non possono essere fondati sull’identità, sul sangue e sulla terra, ma debbono essere fondati sulla costituzione, sulla volontà di una maggioranza mutevole, cioè sulla democrazia.
Pur avendo un interesse intenso per l’intreccio di questioni che la storia ebraica passata e recente pone al pensiero, non ho mai scritto su questo argomento neppure quando l’assedio di Betlemme o il massacro di Jenin o l’orribile violenza simbolica compiuta da Sharon nel settembre del 2000 o i bombardamenti criminali dell’estate 2006 provocavano in me la stessa ribellione e lo stesso orrore che provocavano gli attentati islamici di Gerusalemme o di Netanja o gli omicidi casuali di cittadini israeliani provocati dal lancio di razzi Qassam.
Non ho mai scritto nulla, mi dispiace doverlo dire, perché avevo paura. Come ho paura adesso, non lo nascondo. Paura di essere accusato di una colpa che considero ripugnante – l’antisemitismo. So di poter essere accusato di antisemitismo a causa della convinzione, maturata attraverso la lettura dei testi di Avi Shlaim, e di cento altri studiosi in gran parte ebrei, che il sionismo, discutibile nelle sue
scelte originarie, si è evoluto come una mostruosità politica. Pur avendo paura non posso però più tacere dopo aver discusso con lo studente Claude.
Considero il sionismo causa di infinite ingiustizie e sofferenze per il popolo palestinese, ma soprattutto lo considero causa di un pericolo mortale per il popolo ebraico. A causa della violenza sistematica che il sionismo ha scatenato negli ultimi sessant’anni, la bestia antisemita sta riemergendo, e sta diventando maggioritaria se non nel discorso pubblico nel subconscio collettivo.
Dato che non è possibile affermare a viso aperto che il sionismo è una politica sbagliata che produce effetti criminali, molti non lo dicono, ma non possono impedirsi di pensarlo.
Aprendo la discussione sulle parole dello studente Claude, ho scoperto che gli altri studenti, italiani e marocchini, romeni e peruviani, che pure nel loro svolgimento avevano trattato la questione secondo gli stilemi politicamente corretti, costretti ad approfondire il ragionamento e a far emergere il loro vero sentimento, finivano per identificare il sionismo con il popolo ebraico e quindi a ripercorrere
la strada che conduce verso l’antisemitismo. Considerando criminale e arrogante il comportamento dello stato di Israele, identificandosi spontaneamente con il popolo palestinese vittimizzato, finivano
inconsapevolmente per riattivare l’antico riflesso anti-ebraico.
Proprio la rimozione e il conformismo che si coltivano nel giorno della memoria stanno producendo nel subconscio collettivo un profondo antisemitismo che non si confessa e non si esprime. Perciò credo che occorra liberarsi della rimozione e denunciare il pericolo che il sionismo aggressivo rappresenta soprattutto per il popolo ebraico.
Trasformare la questione ebraica in un tabù del quale è impossibile parlare senza incorrere nella stigmatizzazione benpensante sarebbe [anzi è già] la condizione migliore per il fiorire dell’antisemitismo.

Si avvicina il 27 gennaio, che sarà anche quest’anno il giorno della memoria. Come potrò parlarne nella classe in cui insegno quest’anno? Non c’è più Claude, ma ci sono altri ragazzi africani e arabi e slavi ai quali non potrò parlare dell’immane violenza che colpì il popolo ebraico negli anni Quaranta senza riferirmi all’immane violenza che colpisce oggi il popolo palestinese. Se tacessi questo riferimento apparirei loro un ipocrita, perché essi sanno quel che sta accadendo.
E come potrò tacere le analogie tra l’assedio di Gaza e l’assedio del Ghetto di Varsavia del quale abbiamo parlato recentemente? E’ vero che gli ebrei uccisi nel ghetto di Varsavia nel 1943 furono 58.000 mentre i morti palestinesi sono per il momento solo mille. Ma come dice Woody Allen i record sono fatti per essere battuti. La logica che ha preparato la ghettizzazione di Gaza [che un cardinale cattolico ha definito «campo di concentramento»] non è forse simile a quella che guidò la ghettizzazione degli ebrei di Varsavia? Non vennero forse gli ebrei di Varsavia costretti ad ammassarsi in uno spazio ristretto che divenne in poco tempo un formicaio? Non venne forse costruito intorno a loro un muro di cinta della lunghezza di 17 chilometri di tre metri di altezza esattamente come quello che Israele ha costruito per rinchiudere i palestinesi? Non venne agli ebrei polacchi impedito di uscire dai valichi che erano controllati da posti di blocco militari? Per motivare la loro aggressione che uccide quotidianamente centinaia di bambini e di donne, i dirigenti politici israeliani denunciano i missili Qassam che in otto anni hanno causato dieci morti [tanti quanti l’aviazione israeliana uccide in mezz’ora]. E’ vero: è terribile, è inaccettabile che il terrorismo di Hamas colpisca la popolazione civile di Israele. Ma questo giustifica forse lo sterminio di un popolo? Giustifica il terrore indiscriminato, la distruzione di una città? Anche gli ebrei di Varsavia usarono pistole, bombe a mano, bottiglie molotov e perfino un mitra per opporsi agli invasori. Armi del tutto inadeguate, come lo sono i razzi Qassam. Eppure nessuno può condannare la difesa disperata degli ebrei di Varsavia.
Cosa posso dire, dunque, nel giorno della memoria? Dirò che occorre ricordare tutte le vittime del razzismo, quelle di ieri e quelle di oggi. O questo può valermi l’accusa di antisemitismo?

Se qualcuno vuole accusarmi a questo punto non mi fa più paura. Sono stanco di impedirmi di parlare e quasi perfino di pensare ciò che appare ogni giorno più evidente: che il sionismo aggressivo, oltre ad aver portato la guerra e la morte e la devastazione al popolo palestinese, ha stravolto la stessa memoria ebraica fino al punto che nelle caserme israeliane sono state trovate delle svastiche, e fino al punto che cittadini israeliani bellicisti hanno recentemente insultato
cittadini israeliani pacifisti con le parole «con voi Hitler avrebbe dovuto finire il suo lavoro».
Proprio dal punto di vista del popolo ebraico il sionismo aggressivo può divenire un pericolo mortale. L’orrenda carneficina che Israele sta mettendo in scena nella Striscia di Gaza, come i bombardamenti della popolazione di Beirut due anni fa, sono segno di demenza suicida. Israele ha vinto tutte le guerre dei passati sessant’anni e può vincere anche questa guerra contro una popolazione disarmata. Ma la lezione che ne ricavano centinaia di milioni di giovani islamici che assistono ogni sera allo sterminio dei loro fratelli palestinesi è destinata a far sorgere un nuovo nazismo.
Israele può sconfiggere militarmente Hamas. Può vincere un’altra guerra come ha vinto quelle del 1948 del 1967 e del 1973. Può vincere due guerre tre guerre dieci guerre. Ma ogni sua vittoria estende il fronte dei disperati, il fronte dei terrorizzati che divengono terroristi perché non hanno alcuna alternativa. Ogni sua vittoria approfondisce il solco che separa il popolo ebraico da un miliardo e duecentomilioni di islamici. E siccome nessuna potenza militare può mantenere in eterno la supremazia della forza, i dirigenti sionisti aggressivi dovrebbero sapere che un giorno o l’altro l’odio accumulato può dotarsi di una forza militare superiore, e può scatenarla senza pietà, come senza pietà oggi si scatena l’odio israeliano contro la popolazione indifesa di Gaza.

Chi è che non vuole la pace?

In Sionismo, guerre on 16 Gennaio 2009 at 10:52 am

DI NORMAN FINKELSTEIN
Rebelion.org-DemocracyNow.org

I fatti sono abbastanza chiari. Possiamo trovarli in una pagina web israeliana, quella del Ministero degli Affari Esteri d’Israele. (…) Israele ruppe la tregua con la sua incursione a Gaza il 4 novembre, nella quale ammazzò sei o sette militanti palestinesi. Arrivati a quel punto (ed ora cito la pagina web ufficiale israeliana), Hamas rispose all’attacco israeliano e lanciò di conseguenza i suoi missili.

In quanto al perchè, gli avvenimenti sono abbastanza chiari. Secondo il giornale Ha’aretz, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak incominciò a programmare l’invasione ancor prima che iniziasse la tregua. Di fatto, secondo Ha’aretz [9.1.2009] i piani dell’invasione ebbero inizio a marzo. E secondo la mia opinione, le ragioni principali dell’invasione sono due. Primo: aumentare quello che l’Israele chiama la sua capacità di dissuasione – ossia questo significa semplicemente aumentare la capacità d’Israele di terrorizzare la regione fino alla sottomissione. A seguito della sua sconfitta in Libano nel luglio 2006, Israele considerava importante trasmettere il messaggio che ancora è una forza militare, capace a terrorizzare chi osi sfidare i suoi ordini.

La seconda ragione principale dell’attacco è che Hamas stava facendo sapere che desiderava giungere ad un accordo diplomatico del conflitto basandosi sui confini esistenti nel 1967. Cioè, Hamas stava facendo sapere che era d’accordo col consenso internazionale, che era in accordo con la maggioranza della comunità internazionale, in cerca di una soluzione diplomatica. Così Israele avrebbe dovuto affrontare quella che gli israeliani chiamano “l’offensiva di pace palestinese”. E per sconfiggere l’offensiva di pace, cercò di smantellare Hamas.

(…) Come documentò lo scrittore David Rose nel numero di aprile del 2008 sulla rivista Vanity Fair, basandosi su documenti interni statunitensi, furono gli Stati Uniti, confabulando con l’Autorità Palestinese, che cercarono di fare un colpo di Stato contro Hamas, e questa li anticipò. Però di questo già non se ne parla e questa informazione non viene neanche smentita.

(…) La questione è se (Hamas) possa governare a Gaza finchè Israele mantiene il blocco e impedisce ai palestinesi qualsiasi attività economica. Verò è che il blocco si fece più duro ancor prima che Hamas arrivasse el potere. È che il blocco non ha niente a che vedere con Hamas. Ci furono statunitensi che furono lì, per esempio James Wolfensohn, per tentare di rompere il blocco dopo che Israele ebbe spiegato di nuovo le sue truppe a Gaza.

Il problema è stato sempre lo stesso, Israele non vuole che Gaza si sviluppi, e tantomeno vuole risolvere diplomaticamente il conflitto. (…) tanto i dirigenti di Hamas che stanno a Damasco come quelli che stanno a Gaza hanno fatto ripetute dichiariazioni che sono disposti a giungere ad una soluzione del conflitto se vengono rispettati i confini che la Palestina aveva nel 1967. I fatti sono abbastanza chiari. Di fatto sono palesi.

Ogni anno, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite vota una risoluzione intitolata “Sistemazione pacifica della questione Palestinese”, ed ogni anno il risultato della votazione è sempre lo stesso: il mondo intero da un lato e dall’altro Israele, Stati Uniti, alcune isole del Pacifico Meridionale ed Australia. L’anno scorso la votazione fu di 164 voti a favore della risoluzione e 7 contro. Ogni anno dal 1989 (nel 1989, il risultato della votazione fu di 150 a 3) da un lato c’è il mondo intero e dall’altro gli Stati Uniti, Israele e lo Stato-isola della Dominica.

I 22 stati membri della Lega Araba, sono tutti a favore di un accordo fra i due Stati secondo i confini esistenti nel giugno 1967; l’Autorità Palestinese è favorele ad un accordo dei due Stati secondo i confini esistenti nel giugno 1967; ora anche Hamas è favorevole all’accordo dei due Stati secondo i confini esistenti nel giugno1967. L’unico ostacolo è Israele, appoggiata dagli Stati Uniti. Questo è il problema.

I dati a disposizione dimostrano che Hamas desiderava continuare con la tregua, però solo a condizione che Israele allentasse il blocco. Molto prima che Hamas incominciasse i suoi attacchi con missili contro Israele in rappresaglia per gli attacchi di quest’ultima ai palestinesi, a Gaza si era già in una crisi umanitaria dovuto al blocco. La ex Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Mary Robinson, descrisse che quello che stava succedendo in Gaza era la distruzione di una civiltà. Questo succedeva durante il periodo di tregua.

Che dimostrano questi fatti? Che da più di vent’anni, tutta la comunità internazionale ha provato a trovare un accordo al conflitto secondo i confini esistenti nel giugno 1967 con una soluzione giusta per la questione dei rifugiati. Sono negazionisti tutti questi 164 paesi delle Nazioni Unite? Gli unici a favore della pace sono gli Stati Uniti, Israele, la repubblica di Nauru, la repubblica di Palau, gli Stati Federati di Micronesia, le Isole Marshall e l’Australia? Chi sono i negazionisti? Chi è che si oppone alla pace?

I fatti dimostrano che in ognuno dei temi cruciali che sorsero [nelle negoziazioni] a Camp David, più tardi secondo i parametri stabiliti da Clinton, e poi a Taba, in tutti ed ognuno di quei punti tutte le concessioni vennero dal lato palestinese. Israele non fece nessuna concessione. Tutte ed ognuna delle concessioni vennero dei palestinesi. Questi hanno espressamente ripetuto il loro desiderio di risolvere il conflitto in accordo col Diritto Internazionale.

Il Diritto Internazionale è molto chiaro. Nel luglio di 2004 la più alta instanza giuridica mondiale, la Corte Internazionale di Giustizia, disse che Israele non aveva alcun diritto sui territori di Cisgiordania e Gaza, nè tantomeno su Gerusalemme. Secondo la più alta istanza giuridica mondiale, Gerusalemme Est è territorio palestinese occupato. Secondo la Corte Internazionale di Giustizia tutte gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali in base al Diritto Internazionale.

In relazione con tutto questo il punto importante ora è che i palestinesi erano disposti a fare concessioni. Fecero tutte le concessioni. Israele non nè fece nessuna.

Credo sia abbastanza chiaro quello che deve succedere. In primo luogo, Stati Uniti ed Israele devono unirsi al resto della Comunità Internazionale, devono rispettare il Diritto Internazionale. Non credo si debba sottovalutare quest’ultimo punto, è una questione molto importante. Se Israele non rispetta il Diritto Internazionale, la si deve rendere responsabile delle sue azioni, esattamente come qualsiasi altro stato del mondo.

Obama deve essere sincero con il popolo americano. Deve essere onesto in relazione a qual’è il principale ostacolo per risolvere il conflitto. Non è il negazionismo; è l’attitudine di Israele, spalleggiata dal governo degli Stati Uniti, a non rispettare il Diritto Internazionale, a non rispettare l’opinione della comunità internazionale.

E la principale sfida per tutti noi, statunitensi, è vedere attraverso le bugie.

Questo articolo è composto da frammenti dell’intervento di Norman Finkelstein nel dibattito celebrato l’8 gennaio scorso in diretta durante il programma di Amy Goodman “Democracy now”, nel quale partecipò anche l’ex ambasciatore statunitense di Israele, Martín Indyk.

Norman Finkelstein è figlio di sopravissuti dell’Olocausto ed autore di opere come “Immagine e realtà del conflitto palestinese” (Akal2003), e “L’industria dell’olocausto: riflessioni sullo sfruttamento della sofferenza ebraica “(Secolo XXI della Spagna 2002.) La sua pagina web è www.NormanFinkelstein.com.

Titolo originale: “Los hechos acerca de Hamas y la guerra contra Gaza”

Fonte: http://www.rebelion.org
Link
13.01.2009

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LILIANA BENASSI

Gli affari dei sionisti e la solidarietà dei parlamentari ex fascisti

In Sionismo, guerre on 15 Gennaio 2009 at 10:51 am

Non sappiamo se ieri sera l’onorevole, ex fascista, Gasparri presenziasse la riunione di un centinaio di parlamentari (trasversali) e qualche isolato supporter, di fronte al parlamento per solidarizzare con lo stato “democratico” d’Israele.

Probabilmente, tra una seduta e l’altra del parlamento e la sua solidarietà per lo stato sionista, si sarà anche occupato dell’affare Motorola e della sua possibile acquisizione da parte del gruppo Telit.

Come le cronache ci hanno raccontato il gruppo Motorola ha deciso di chiudere la propria sede di Torino.
Il risultato è che 350 ingegneri sono sulla strada, manifestano, hanno trovato una coscienza ed unità di classe (si pensa momentanea) e si sono iscritti al sindacato. Tra le incombenze la ricerca di un nuovo lavoro.

Poichè parliamo di un polo di eccellenza dal punto di vista tecnologico, la possibilità di avere accesso a risorse “evolute” e know how da spendere ha fatto crescere gli appetiti e l’attenzione per acquisire ciò che Motorola non vuole più.

Tra quelli che si sono fatti avanti c’è la società Telit.
Società fondata nel 1986 e salvata dal tracollo da un ex colonnello della riserva israeliano tale Avigdor Kelner. Il supporto finanziario è dato dalla Shrem Fudim Kelner & Co che, tra le tante cose, investe in telecomunicazioni, alta tecnologia e progetti per la difesa israeliana.

In Italia Telit ha un presidente che tutti conosciamo di fama per il suo glorioso e breve passato da ambientalista, oltre che ex presidente del gruppo Enel, attualmente legato a Franco Bernabè e schierato politicamente con la Margherita.

Tra i supporter d’Israele indefesso e convinto compagno di partito di Chicco c’è anche l’ex Lotta Continua Vernetti (che tutti noi ricordiamo con affetto per aver frequentato assieme la sede di Corso San Maurizio di L.C. qui a Torino, ma eravamo giovani e velleitari).

Torniamo a Maurizio e notiamo come lo stesso sia impegnato in qualità di direttore non esecutivo nel board della stessa società di cui il buon Testa è presidente.
La cronaca che La Stampa ha fatto della vicenda ci dice anche che il governo Italiano ha dato finanziamenti agevolati alla società in questione per un importo di 13 milioni di euro.

E’ un mondo proprio globale il nostro. Disinteressato e globale. Specie nelle manifestazioni d’affetto e solidarietà. Questa storia ricorda un pò quella sui Bin Laden ed i Bush, tutti affettuosamente insieme a spartirsi un pò di business.

Queste sono alcune delle questioni, sulla palestina e su di noi, su cui vale dibattere.

In Sionismo, guerre on 15 Gennaio 2009 at 7:20 am
Riporto un commento di Luca (KK) perché credo che ponga alcune questioni su cui, penso, valga la pena di aprire un confronto.
Mi auguro che qualcuno voglia farsene carico e proporre la sua visione sulla questione.
Lui mi chiede, in buona sostanza, se questo “schierarsi” in realtà non significhi non volere il dialogo (quanto meno provarci), volere essere a tutti i costi “puro” antimperialista.
Una sorta di “idealista” perenne che alla fine contribuisce solo a creare tensione.
Anche lui non sfugge alla “propaganda” quando scrive che la maggior parte delle vittime sono militanti. Ora, visto che Israele impedisce alla stampa di avere accesso a fonti d’informazione dirette immaginiamo che lui abbia una contabilità più precisa di noi che ci accontentiamo di leggere le informazioni di qualche compagno come Arrigoni presente sul campo.
C’è poi una domanda che è la domanda per quanto mi riguarda:
“E se non ci riusciamo noi, come possono riuscirci loro? E soprattutto: come possiamo mai riuscire ad aiutarli, se non ci proviamo nemmeno a ragionare?”
Proverò a dare la mia di risposta, magari qui se qualcuno parteciperà o più avanti.

“Confesso che non ti capisco. Hai scelto da che parte stare, OK. E allora? Che senso ha esattamente “scegliere da che parte stare”? Significa che, se vivessi lì, saresti sulle barricate? Ma non vivi lì. E allora? Questo cambia qualcosa o no? Visto che non stai sulle barricate, e non sei affatto costretto a scegliere (anche perché la tua “scelta”, così come quella di altri, me compreso, obiettivamente non è che cambi granché), perché questo bisogno di schierarsi? E’ un modo per rifiutare il dialogo con chi ha scelto di stare da un’altra parte o, semplicemente, non lo sa bene, o non ha nessuna voglia di scegliere di stare da una parte? E’ un modo per dire: ehi, guardate, io sono puro, sono incontaminato, sono un antimperialista, sono per la rivoluzione globale totale, sono per la lotta contro il Capitale, mentre voialtri, voi fate schifo perché siete dall’altra parte?
E’ un modo per smettere di avere responsabilità, da cui la debauche del discorso corrente per cui 1000 morti (di cui la maggior parte militanti armati di Hamas) diventano un “genocidio” e l’azione militare israeliana diventa mirata contro la popolazione civile, allo sterminio e alla deportazione dei palestinesi? Per cui i razzi Qassam (che partendo da Gaza devono percorrere una grande distanza per raggiungere i villaggi israelianai, per cui troppi danni non possono fare, ma anche così comunque hanno fatto decine di morti e feriti nonché devastazioni a gogo, e molti più ne farebbero se partissero dalla West Bank) diventano dei “sigari” innocui (ma se sono innocui, che li sparano a fare?)? Per cui “sionista” (=seguace delle idee di Herzl, per la nascita di un focolare nazionale ebraico e termine che dopo la nascita dello stato di israele non significa più nulla) significherebbe un incrocio tra nazista, imperialista, colonialista e chi ha più -ista più ne metta, cioè tutto, tranne sionista?
A che serve tutto questo, se non a provare che nemmeno qui in Italia, a tanta distanza dalla guerra, riusciamo a ragionare? E se non ci risuciamo noi, come possono riuscirci loro? E soprattutto: come possiamo mai riuscire ad aiutarli, se non ci proviamo nemmeno a ragionare?”

Questi numeri significano qualcosa? (in inglese)

In Sionismo, guerre on 15 Gennaio 2009 at 7:07 am

Do these numbers mean anything?

Death toll as of 2PM January 14th: approximately 1,013 Palestinians, 10 Israeli soldiers, three Israeli civilians. Wounded: 4,500 Palestinians, with wounded Israelis unreported. Approximately one third of the Palestinian victims are children.

Those are the statistics. Where are the stories behind the statistics?

There’s a decided lack of footage from the war zone. Israel wants it that way-the BBC reports that “Israel has been aiming for total air supremacy in more than one way in Gaza – it wants to dominate the airwaves of the news organisations with its own narrative. The Israeli military and the government press office have got round a ruling by the Israeli Supreme Court that a pool, or controlled group, of media be allowed in by saying that it is too dangerous.”

Media access to Gaza is a critical fulcrum in the shifting war for public perception. It’s all too easy to hear only one side of the argument – even for journalists who are seeking balance. It is critical that independent observers– including journalists– be given access to Gaza. Yesterday.

Here’s a short list of headlines from the past 24 hours regarding media access:

Israel’s Losing Media Strategy

Israel media on defensive over Gaza war coverage

Media frustration over Gaza ban grows

Israel Explains Gaza Media Restrictions

Why Israel is denying access…

Despite the December 31st ruling by Israel’s own High Court that permits journalists to enter Gaza in groups of 12, the borders remain closed. Perhaps they want to avoid more difficult questions like those posed by Alex Thomson from Channel 4 news (London), who, on January 8th confronted Mark Regev, spokesman for the Israeli Prime Minister, regarding allegations that Israel knowingly blocked the Red Cross from accessing sites, including Zeitun, where shelling by the IDF left 30 dead.

But a conversation between a journalist and an unnamed Israeli official offers an interesting perspective on this media tug-of-war. Rachel Maddow spoke with Richard Engel (who has been reporting on the war in Gaza from outside Gaza)… Watch the original footage starting at 4:10 on MSNBC:

RM: Richard, one of the major factors that affects how the international community views the what’s happening in Gaza is how much access we have to information, how many images, we get how close reporters can get… it’s important to note that you are not inside Gaza, that you are on the Israeli border close to Gaza. Have you heard anything about whether or not Israel will live the restrictions on allowing foreign journalists into Gaza?

RE: Every single day, reporters have been petitioning to the Israeli government to ask for access … one Israeli official had an interesting explanation of this. He said that right now, Israel doesn’t’ want foreign journalists or journalists in general inside the Gaza strip, reporting about the humanitarian situation in there, reporting about the military activities–partly for tactical reasons… they don’t want anyone giving away battle details which is understandable–but mostly to try and manage the image and the Israelis have timed this out. This official told me that he expects this operation, while negotiations are taking place, will last several more days and that after that, reporters would eventually be allowed in, but at that stage Israel is assuming the United States will mostly be focused on all of the coverage around the inauguration and that viewers simply wont’ care at that point.

Perhaps Israel can be persuaded to open the borders to journalists and human rights observers before Obama’s swearing in on the 20th? It’s worth a try.

What can YOU DO? Contact the State Department today

The Arab American Institute calls on the State Department to urge the Israeli government to act immediately and allow reporters into Gaza in accordance with the Israeli High Court Ruling of December 2008. We’ve set up an Action Alert on our website with a draft letter that you can quickly and easily send to the State Department. Send your letter today, and send the link to your friends and colleagues, urging them to do the same: click here to do it NOW.

What can you do with your children?

Send a message of support to Gaza’s Children

This morning, my five year old son and I were walking to school when he suddenly stopped and asked me, “Is there a war in Arabia?” I looked at him, embarking on a new day without a care, and thought of all the images we here at AAI have forced ourselves to view, images of children in very dire circumstances. My eyes filled with tears for the children of Gaza.

If you, too, are at a loss to explain this war to your children, if your heart goes out to the families trapped in the Gaza Strip, there is one small thing you can do. Write the children of Gaza a letter:

ANERA works with thousands of young children in Gaza every day. Our Milk for Preschoolers program reaches more than 20,000 preschoolers, providing fortified milk and biscuits to help fight malnutrition. The Palestinian Womens’ Union and Atfaluna Society for Deaf Children, both in Gaza, participate in ANERA’s scholarship program. And our psychosocial work in community centers helps children cope with traumas brought on by violence and years of deep poverty.

Together, with ANERA staff and partners, we will get messages to Gaza’s children that people all over the world care about them. Select messages will be posted at anera.org soon.

Click here to write a letter to the children of Gaza.

Media watchdog barks…

Fairness and Accuracy in Reporting (FAIR) posted its report on the abysmal job the media is doing in holding Israel up to the standards of international law. This report is worth reading in its entirety, but we’ll pull the introduction:

U.S. corporate media coverage of the Israeli military attacks that have reportedly killed over 900–many of them civilians–since December 27 has overwhelmingly failed to mention that indiscriminate attacks on civilian targets are illegal under international humanitarian law.

Israel’s recent aerial attacks on Gazan infrastructure, including a TV station, police stations, a mosque, a university and even a U.N. school, have been widely reported. Yet despite the fact that attacks on civilian infrastructure, including police stations, are illegal (Human Rights Watch, 12/31/08), questions of legality are almost entirely off the table in the U.S. media.

Without fair and accurate reporting, ignorance breeds contempt.

Ignorance and fear of The Other is winning this war, and when the shrapnel settles, everyone will be able to count themselves among the losers. The Bush administration’s constant stoking of America’s fear of terrorism, combined with the Israeli media strategy linking their attack on Gaza to the ‘global war on terror’ makes it difficult for Americans to recognize the humanitarian crisis that exists. All Palestinians have become terrorists. How else to explain this?

Rep. Mark Kirk (R-IL) at a rally on Tuesday: “To misquote Shakespeare, something is rotten in Gaza and now it’s time to take out the trash.” (reported here and here)

During a large, pro-Palestinian rally in Times Square in New York on Monday, a small, fringe group of pro-Israel demonstrators were caught on camera with their ignorance hanging out:

Right in front of the stage, a man held a banner reading, “Islam Is A Death Cult.” Rally attendees described the people of Gaza to me as a “cancer,” called for Israel to “wipe them all out,” insisting, “They are forcing us to kill their children in order to defend our own children.” A young woman told me, “Those who die are suffering God’s wrath.” “They are not distinguishing between civilians and military, so why should we?” said a member of the … messianic Orthodox Jewish Chabad-Lubavitch group that flocked to the rally.

And a sampling of recent headlines from around the globe indicates that hatred — which is not the provenance of any one party — is on the rise:

France ‘hit by anti-Semitic attacks since Gaza’

U.K. anti-Semitism ’surge’ since Gaza attack

Report: Israeli racism against Arabs “at an all-time high”

Tonight’s final word comes from a resident of Sderot…

Nomika Zion writes from Sderot, one of the south Israel areas besieged by rockets in past years, rockets whose psychological toll is well documented in Western media. And yet, loss of her freedom of speech is more fearful to her than the rockets.

I am afraid of the Qassam rockets. Since the current war started I have hardly dared to go beyond the bounds of our street. But I am much more afraid of the inflammatory and monolithic public and media discourse that is impossible to penetrate. It scares me when a friend from the “Other Voice” is verbally attacked by other residents of Sderot while being interviewed and expressing a critical opinion about the war, and afterwards gets anonymous phone calls and is afraid to return to his car for fear that something will happen to him. It scares me that the other voice is such a small one and that it’s so hard to express it from here. I am prepared to pay the price of isolation but not the price of fear.

I am frightened that, underneath the Orwellian smokescreen of words and the pictures of [Palestinian] children’s’ bodies that are especially blurred for us on TV as a public service, we are losing the human ability to see the other side, to feel, to be horrified, to show empathy…. It is a fragile democracy where you have to weigh every word with care, or else.

Da che parte stare in palestina?

In Sionismo, guerre on 14 Gennaio 2009 at 9:56 am


Quello che scrive l’articolo che copio si chiede dove eravamo.
Questa gente ha l’abitudine di parlare di altro quando la questione li riguarda direttamente. Forse la domanda va posta ai governi, a quanti fanno business fottendosene ed a prescindere da ciò che accade intorno.
Noi sappiamo che eravamo proprio lì a manifestare contro quei genocidi.
Diciamo anche molto chiaramente che non siamo neutrali in queste storie. Ci limitiamo a cercare di ricostruire quello che è accaduto, i perché e le ragioni vere di certi conflitti.
Fossimo da quelle parti staremmo da qualche parte su qualche barricata. Non siamo neutrali.
Questo non toglie nulla alla questione palestinese ed a ciò che rappresenta.
E’ per questo che continuiamo a fare domande.
Perché Gaza non è un campo di concentramento?
Perché si meraviglia se un popolo resiste (uno vero, con radici e storia su quella terra. Non una lobby religiosa) proprio come fanno quelli che lui cita (tra l’altro si è dimenticato un altro po’ di gente, Sudafrica, Guatemala, Salvador, Cile,Argentina,Uruguay,Filippine etc)?
Perché non fa lui qualcosa, ad esempio come Rachel Corrie che si è fatta ammazzare per difendere un diritto violato. Schiacciata da un bulldozer che spianava una casa di palestinesi. Americana e giovane, pacifista ma trasformata dalla propaganda sionista in un’amica dei terroristi.
Perché non convince i suoi amici ad andarsene invece di continuare ad occupare?
Perché si dimentica delle altre migliaia di palestinesi uccisi?
Perché mischia la questione ebraica con il sionismo che pervade il governo per cui lui pone le domande?
Perché lo stato di cui lui parla è quello che più di altri fa nello sviluppo di nuove tecnologie militari? Quelle che aiutano ad uccidere meglio e più in fretta proprio dove sono accaduti i fatti che lui ha raccontato.
Lui però parla di palestinesi buoni e di palestinesi cattivi. Si dimentica che quei palestinesi hanno votato un governo a rappresentarli. Gente che i suoi amici hanno fatto incarcerare.
Loro si vogliono scegliere i palestinesi buoni, forse è per questo che ammazzano gli altri.
La migliore risposta la danno gli stessi palestinesi, quelli che manifestano e quelli che resistono. Come quelli di Al Fatha che si sono uniti ad Hamas a Gaza.
Un popolo ha diritto a vivere con il fucile al fianco ed a resistere e combattere se qualcun altro vuole scegliere per lui o cacciarlo da quella che è la sua casa.
Inizi lui a costruire un movimento che si batta per una Palestina dei palestinesi, non dei sionisti o dei guerriglieri di Hamas.
Uno stato che elimini i confini e cancelli Israele come entità sionista.
E’ utopia? Bene, allora noi continueremo a scegliere da quale parte stare.

Sono a Ramallah, dunque. A Sderot e a Ramallah. E vedendo da Sderot e da Ramallah questa mobilitazione contro un «olocausto», che nel momento in cui scrivo è di 888 morti, mi faccio una semplice domanda. Dov‘erano i manifestanti quando si trattava di salvare, non gli 888, ma i 300.000 morti dei massacri programmati del Darfur? Perché non si sono visti nelle strade quando Putin radeva al suolo Grozny e trasformava decine di migliaia di ceceni in tiro al bersaglio? Perché hanno taciuto quando, tempo prima, e per anni, e stavolta nel cuore stesso dell’Europa, sono stati sterminati 200.000 bosniaci, il cui solo crimine era quello di essere nati musulmani? Per alcuni, i musulmani sono buoni solo quando sono in guerra con Israele. Meglio ancora: ecco i nuovi seguaci dell’antico «due pesi, due misure » che si preoccupano della sofferenza di un musulmano solo quando possono attribuirne la colpa agli ebrei. L’autore di questo articolo ha manifestato, in prima fila, per il Darfur, per la Cecenia e per la Bosnia. Si batte, da 40 anni, per un valido stato palestinese accanto a quello di Israele. Mi si permetterà di considerare questo doppio atteggiamento ripugnante e frivolo.”

Il ministro con la faccia da donna ed il cuore di piombo.

In Sionismo, guerre on 13 Gennaio 2009 at 1:04 pm

L’offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza è nell’interesse del popolo palestinese. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri dello stato Ebraico Tzipi Livni intervenuta a una conferenza con alcuni leader ebrei-americani a Tel Aviv. Lo riferisce il sito online di Haaretz

A futura memoria, ci sarà anche per lei un tribunale che la giudicherà sia per le azioni che per ciò che ha detto. E di questo ce ne ricorderemo.

Una donna che facilmente si è omologata all’universo maschile. Nel peggiore dei modi.

Boicottate il raduno dei filosionisti. Fate sentire la voce degli ultimi.

In Sionismo, guerre on 13 Gennaio 2009 at 11:12 am

Parto da una premessa, considero il governo e lo stato d’Israele il prodotto di una logica colonialista, figlio ideologico del sionismo. Detto questo la cronaca ci informa di una iniziativa che si terrà a roma in appoggio al governo Israeliano ed alla sua politica.

Questo è l’appello lanciato dall’Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele:

“Dopo 8 anni di attacchi missilistici e il rifiuto da parte di Hamas di rinnovare la tregua, Israele ha deciso di fare ciò che qualsiasi altro stato avrebbe fatto da tempo: difendere i propri cittadini, cercare di fermare il continuo attacco proveniente da Gaza, cambiare la situazione sul terreno così da garantire il proprio diritto alla sicurezza. Il conflitto è sempre doloroso: auspichiamo la fine delle sofferenze dei civili innocenti da ambo le parti e sosteniamo l’Italia nel suo sforzo umanitario. Ma non possiamo fare a meno di notare come questo scontro sia reso particolarmente duro a causa dell’uso di civili come scudi umani da parte di Hamas. Resta in noi la speranza che da questo conflitto possa uscire un Medio Oriente meno tormentato dall’odio integralista e meglio predisposto alla pace.Hamas è un gruppo terroristico particolarmente distruttivo, come riconosciuto dalla stessa Unione Europea. Esso non rappresenta solo se stesso: i suoi stretti rapporti con l’Iran, la Siria e gli Hezbollah e la presenza a Gaza di Al Qaeda, rendono questo confronto un episodio decisivo nella guerra delle democrazie contro il terrorismo. Tutti noi speriamo che presto si ritorni a una situazione di quiete, ma, proprio per questo, pensiamo che sia indispensabile evitare che Hamas torni a bombardare i cittadini israeliani e che cessi la sua politica di esportazione dell’odio e dell’intolleranza.”

Questi gli amici dei boia che fino ad ora hanno aderito
On. Enrico Pianetta, Presidente Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele

On. Gianni Vernetti, Vicepresidente Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele

Sen. Rossana Boldi, Presidente Commissione Politiche dell’UE, Vicepresidente Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele

On. Fiamma Nirenstein, Vicepresidente Commissione Esteri, Portavoce Associazione Parlamentare di Amicizia Italia-Israele

On. Fabrizio Cicchitto, Capogruppo Pdl alla Camera. “Aderisco a titolo personale e a nome del Gruppo Pdl alla Camera e sarò presente”

Sen. Maurizio Gasparri, Presidente Gruppo Pdl al Senato

Sen. Gaetano Quagliariello, Vicepresidente Vicario Gruppo Pdl al Senato

On. Edmondo Cirielli, Presidente Commissione Difesa

On. Benedetto Della Vedova, Presidente Riformatori Liberali

On. Emanuele FianoOn. Marco Pannella (Parlamento Europeo)

On. Riccardo Migliori, Presidente Delegazione Italiana all’OSCEOn.

Paolo Guzzanti. “Ovviamente io sarò alla manifestazione e cercherò di portare tutti gli amici che militano per la verità e per Israele e con cui sono in contatto via Internet”.

Sen. Marcello Pera

Sen. Mario Baldassarri

On. Anna Paola Concia

On. Alessandro Maran

On. Ferdinando Adornato

On. Eugenio Minasso

On. Beatrice Lorenzin

On. Anna Maria Bernini Bovicelli

On. Giorgio Stracquadanio

On. Andrea Orsini, Vicepresidente Giunta delle Elezioni

On. Massimo Polledri

On. Giorgio Lainati, Vicepresidente Commissione di Vigilanza RAI

On. Maurizio Bianconi

On. Alessandro Ruben

On. Guglielmo Picchi

On. Riccardo Mazzoni

On. Giorgio La Malfa

On. Marco Zacchera

Anotonio Polito, Direttore Il Riformista

Giancarlo Loquenzi, Direttore L’Occidentale

Massimo Bordin, Direttore Radio Radicale

Gianfranco Polillo, Ircocervo

Marco Taradash

Umberto Ranieri

Massimo Teodori

Magdi Allam

Ernesto Galli Della Loggia

Giuseppe Caldarola

Daniele Capezzone, Portavoce FI. “Aderisco convintamente all’iniziativa del 14 gennaio. Ci sarò”.

Ernesto Somma, Dipartimento per gli Affari Regionali, Presidenza del Consiglio dei Ministri: “Aderisco con convinzione alla manifestazione alla quale prenderò parte”

Manfredi Palmeri, Presidente Consiglio Comunale Milano

Renzo Foa

Daniele Scalise

Sergio Corbello, Direttore Generale Fondazione Magna Carta. “Plaudo iniziativa e confermo partecipazione”

Anselmo Gusperti, Segretario Provinciale PRI (Cremona)

Renato Lelli, Comitato Nazionale PRI (Cesana)

Alfredo Silvestrini – Consigliere Comunale di Portogruaro VENEZIA

Nicolino Corrado – Direttivo Provinciale di Imperia del Partito Socialista

Angela Ronchino, Comitato delle Donne, Pdl Ladispoli

Marco Carrai, Consigliere Comunale PD Firenze

Renzo Gattegna, Presidente Unione Comunità Ebraiche d’Italia

Riccardo Pacifici, Presidente Comunità Ebraica di Roma

Daniele Nahum, Presidente Giovani Ebrei d’Italia

Giacomo Korn

Benè Berith

Giovani Keren Hayesod Italia

Keren Kayemet Italia

Davood Karimi, Presidente Associazione Rifugiati Politici Iraniani residenti in Italia

Associazione “Una Via per Oriana”

Nicole Touati- Presidente Logan’s Centro Studi sul Terrorismo
Pubblicato da Viva Israele

Noterete la prosa ricercata e l’evidenza di una frase allucinante”Ma non possiamo fare a meno di notare come questo scontro sia reso particolarmente duro a causa dell’uso di civili come scudi umani da parte di Hamas”
Insomma è colpa di quei terroristi di hamas se 300 bambini sono stati uccisi fino ad ora. Per tacere delle altre centinaia di civili e delle migliaia di feriti.
C’è una strana analogia con quanti giustificavano le stragi naziste di rappresaglia. In fondo anche allora non si facevano scudo di civili i partigiani?
Ma lasciamo la retorica e rimaniamo all’evidenza. Io credo che sarebbe cosa buona e gousta far sentire la nostra voce a quei signori in quel luogo ed in quel momento.
Boicottate il raduno e protestate, protestate, protestate contro il genocidio.

I nazisionisti incitano all’omicidio di Arrigoni

In Sionismo, guerre on 12 Gennaio 2009 at 6:07 pm

Questo invito all’omicidio è quanto è apparso su questo sito:
http://stoptheism.com/Default.asp?M=21
In buona sostanza i nazisionisti hanno individuato in Arrigoni un elemento da eliminare. L’istigazione all’omicidio vale per tutti quelli che sono dentro gaza e provano ad aiutare quella povera gente.
Il modo per rendere un pò più sicuro Nik è quello di protestare con l’ambasciata Israeliana denunciando all’opinione pubblica questo fatto, di seguito la mail da inviare al consolato.

consolato.telaviv@esteri.it

Gentile sig. Console presso il Consolato di Tel Aviv, la presente (già
inviata alla dott.ssa Ermellin della DGIT del MAE) per rendervi noto che in
sito vicino all’esercito israeliano (http://stoptheism.com/) si incita
l’IDF a rendere il connazionale Vittorio Arrigoni un target. Vittorio
Arrigoni si trova attualmente come volontario all’interno della Striscia di
Gaza. Come chiesto alla dott.ssa Ermellin chiediamo che vengano fatti i
passi necessari presso le autorità israeliane affinché si accerti chi
sono gli amministratori del suddetto sito e si perseguiscano. Si chiede
anche di diffidare preventivamente le autorità israeliane a compiere atti
illegittimi verso Vittorio Arrigoni specificando che non verranno tollerati
“incidenti” di sorta.
In attesa di un cortese riscontro vi auguro buon lavoro

Il testo dell’articolo

#1 ISM TARGET FOR THE ISRAELI AIR FORCE AND IDF GROUND TROOPS:

VITTORIO ARRIGONI (PICTURED BELOW) IS CURRENTLY IN GAZA ASSISTING HAMAS

ARRIGONI HAS BEEN DEPORTED REPEATEDLY BY ISRAEL AND WAS DEPORTED NOT ONLY IN 2005 BUT JUST LAST MONTH AFTER ENTERING GAZA ILEGALLY WITH THE GAZA FLOTILLA. HE WAS CAPTURED BY THE IDF NAVY AND DEPORTED ONLY TO SHOW UP AGAIN IN GAZA WITH THE ISM HAVING REENTERED JUST DAYS LATER WITH THE GAZA FLOTILLA.

ARRIGONI WAS AWARDED A MEDAL FROM HAMAS AND IS CURRENTLY DOING HUMAN SHIELD WORK FOR HAMAS IN GAZA. WE PROVIDE THIS PHOTO SO THE IDF CAN HOPEFULLY FIND HIM AND GET RID OF HIM PERMANENTLY. THE ITALIAN GOVERNMENT BEHAVFED DISGRACEFULLY DURING THE ACHILLE LAURO AFFAIR AND ENABLED MACHMOUD ABBAS TO ESCAPE AFTER HIS CAPTURE BY THE US MILITARY> WE DOUBT THE ITALIAN GOVERNMENT WOULD BE OVERLY CONCERNED BY THIS RECIVIDVIST ANARCHIST FOR HAMAS AND THE ISM AND HOPE HE BECOMES A TARGET FOR PERMANENT REMOVAL:

(A more cleaned up Arrigoni, left, during a deportation hearing in Tel Aviv in 2005). Arrigoni has his left eyebrow pierced and sports at least one tattoo, a design on his left shoulder. The IDF should regard him as an operative of Hamas and treat him no differently.

Il sondaggio illuminato di un sionista

In Sionismo, guerre on 11 Gennaio 2009 at 9:06 pm

Quello che segue è il delirio di un tizio che chiede se, in buona sostanza non direttamente ma in modo subdolo, possiamo anche accettare l’ideuccia di un piccolo massacro perché in fondo Israele è una democrazia e gli altri (i palestinesi) non lo sarebbero affatto (o forse no?).
Il tutto sotto forma di sondaggio.
Prova, il nostro, anche a dare una spiegazione sul perché della questione:

“Avete ragione, ma la sintesi è tiranna, anche se tutto sommato il quesito non mi pare così oscuro. :)

Nella valutazione complessiva delle vicende del conflitto arabo-israeliano, non è certo possibile non considerare i fini politici che le fazioni in lotta mostrano di avere.

Ora, uno Stato democratico avrà presumibilmente fini diversi da uno Stato che verosimilmente democratico non sarà.

La cosa ci lascia indifferenti?
Oppure si ritiene la domanda sbagliata?
Ecc, ecc,

Spero di aver chiarito. :)


Questo tizio ha un gabbiano che vola alto (ad arricchirgli il sito) che, probabilmente, sintetizza la sua nobile visione della vita.
Questo tizio naturalmente fa parte della sinistra Israeliana (guardate il suo blog).
Nel darci un’idea di come la pensa sulla questione (al fondo) questo è ciò che risponde ad un suo commentatore:

@Andrea
Ah, deliro, ora ho capito tutto.

Vorrei invece essere illuminato circa l’incompetenza israeliana, in particolare mi piacerebbe sapere cosa dovrebbe fare di diverso da ciò che fa, così, per curiosità, avessimo trovato la soluzione del conflitto medio orientale (così va meglio?).”

Quindi per riassumere:

1- ecchecazzo non vogliamo interrogarci sulla questione “democrazia”?
2-ecchecazzo non vogliamo dare per scontato che noi siamo SICURAMENTE democratici?
3-ecchecazzo ce ne fotte di 1000 morti e 4000 feriti, la democrazzzia non chiede più di questo?
4-ecchecazzo non pensi che sono loro delle bestie?
5-ecchecazzo, come hanno fatto nel west a risolvere la questione dei pellerossa?
6-il prossimo sondaggio sarà sulla superiorità della razza, delle idee e dei valori. Solo dopo il prossimo massacro però.
questo il testo del sondaggio
Sondaggio su Israele / 2
Quanto conta per te che lo Stato israeliano sia una democrazia e che un eventuale Stato palestinese non lo sarebbe affatto?
Per nulla, non e’ un dato importante.
Molto, e’ un fatto decisivo.
Abbastanza, ma non e’ dirimente.
E’ falso che un eventuale Stato palestinese non sarebbe democratico.

pollcode.com free polls

Questo l’indirizzo del genio:

http://illaicista.blogspot.com/2009/01/sondaggio-su-israele-2.html

Il sionismo è apartheid

In Sionismo, guerre on 11 Gennaio 2009 at 5:20 pm

Due interessanti contributi che portano alla questione su quelle che sono le radici “ideologiche” dello stato israeliano.
Il secondo è datato ed è opera di un deputato del parlamento d’Israele.

di Vera Pegna

«Col vostro appassionato contributo possiamo combattere con successo ogni indizio di razzismo, di violenza e di sopraffazione contro i diversi, e innanzitutto ogni rigurgito di antisemitismo. Anche quando esso si travesta da antisionismo: perché antisionismo significa negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza, oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele». Queste parole pronunciate dal presidente della Repubblica il 25 gennaio 2007 in occasione della celebrazione del “Giorno della memoria” fanno venire in mente chi come Martin Buber, Albert Einstein, o Judah Magnes, criticò invece con forza il progetto sionista e chi se ne dissociò e lo combattè tenacemente come Moshe Menuhin (padre del grande violinista).

In Italia “Il Vessillo israelitico”, portavoce dell’ebraismo emancipato, prendeva posizione contro il sionismo e il Rabbino Eude Lolli dichiarava sul Corriere israelitico: «Ogni idea di nazionalità politica deve essere da noi abbandonata perché non risponde né al sentimento né al bisogno nostro e solo minaccia di farci perdere la giusta via». Sia Menuhin che gli altri ebrei contrari al sionismo erano persone profondamente religiose per le quali il sionismo significava il ritorno a Sion (la collina dove si erge Gerusalemme) per mantenervi vivi i valori essenziali del giudaismo.

Contro il progetto sionista di “Eretz Israel”, il Grande Israele, si espressero altresì degli esponenti politici di comunità ebraiche europee (ricordo che il sionismo politico nasce in Europa in risposta alle persecuzioni che avevano colpito gli ebrei nei secoli) con dichiarazioni di una lungimiranza impressionante. E’ il caso di David Alexander, presidente del Consiglio dei parlamentari ebrei britannici e di Claude Montefiore, presidente dell’Associazione anglo-ebraica, i quali, a proposito della dichiarazione del ministro degli esteri Lord Balfour che dava il pieno appoggio del Regno Unito al progetto sionista della creazione di un “focolare nazionale” ebraico in Palestina, affermano a nome del loro Comitato Congiunto: “Dagli albori della loro emancipazione in Europa, il reinsediamento della comunità ebraica in Terra Santa ha rappresentato per gli ebrei una delle loro preoccupazioni maggiori e hanno sempre coltivato la speranza che il loro impegno potesse rigenerare sulla terra di Palestina una comunità ebraica degna delle loro grandi memorie e fonte di ispirazione spirituale per tutti gli ebrei».

Ciò premesso, però, Alexander e Montefiore spiegano il duplice motivo della loro opposizione: «Il primo riguarda la rivendicazione che sia riconosciuto un carattere nazionale in senso politico agli insediamenti ebraici in Palestina. Se si fosse trattato di una questione prettamente locale, la si sarebbe potuta regolare nel quadro delle esigenze politiche generali legate alla riorganizzazione del paese da parte di un nuovo potere sovrano… Ma la rivendicazione attuale … fa parte integrante di una teoria sionista più ampia la quale considera che tutte le comunità ebraiche del mondo costituiscono un’unica nazionalità priva di una patria (homeless), incapace di identificarsi completamente sul piano sociale e politico con le nazioni in cui vivono, e viene sostenuto che questa nazione senza patria abbia bisogno di disporre sempre di un centro politico e di una patria in Palestina. Con forza e con impegno (protestiamo) contro questa teoria. Gli ebrei emancipati di questo paese si considerano innanzi tutto una comunità religiosa e hanno sempre fondato la loro richiesta di uguaglianza politica con i concittadini di altri credi su tale assunto e sul suo corollario – ovvero che non hanno altre aspirazioni nazionali in senso politico. Considerano il giudaismo un sistema religioso che non ha niente a che fare con il loro status politico e affermano che, in quanto cittadini dello stato nel quale vivono, si identificano pienamente e sinceramente con lo spirito e gli interessi nazionali dei loro paesi. Ne consegue che lo stabilimento in Palestina di una nazionalità ebraica fondata su tale teoria di assenza di una patria ebraica conduce immancabilmente a marchiare gli ebrei come stranieri nei loro paesi natii e a compromettere la loro posizione faticosamente raggiunta di cittadini e sudditi di quei paesi. Inoltre, una nazionalità politica ebraica portata alla sua conclusione logica non è altro, nelle attuali circostanze mondiali, che un anacronismo. Essendo la religione ebraica la sola prova certa di ebraicità, la nazionalità ebraica si dovrà fondare sulla religione ed essere da questa circoscritta. E’ inconcepibile supporre per un solo istante che qualsiasi gruppo di ebrei possa volere un commonwealth governato da prove religiose e limitativo della libertà di coscienza; ma può una nazionalità religiosa esprimersi in qualsivoglia altro modo? La sola alternativa sarebbe una nazionalità ebraica secolare, reclutata in base a qualche vago e oscuro principio di razza o di particolarità etnografica; ma ciò non sarebbe ebraico in nessun senso spirituale e il suo insediamento in Palestina sarebbe la negazione di tutti gli ideali e di tutte le speranze grazie ai quali la rinascita di una vita ebraica in quel paese alimenta la coscienza ebraica e la simpatia verso gli ebrei… Il secondo punto del programma sionista che ha suscitato le apprensioni del Comitato congiunto riguarda la proposta di attribuire ai coloni ebrei in Palestina determinati diritti speciali in aggiunta a quelli di cui gode il resto della popolazione; …non è certo auspicabile che degli ebrei richiedano o accettino tale concessione basata su privilegi politici e preferenze economiche. Questa situazione si tradurrebbe in una vera e propria calamità per tutti gli ebrei. Nei paesi nei quali vivono per essi è vitale il principio di uguali diritti per tutte le comunità religiose. Qualora in Palestina dessero l’esempio di trascurare questo principio si dimostrerebbero colpevoli di averci fatto ricorso per ragioni puramente egoistiche. Nei paesi dove essi lottano ancora per l’uguaglianza si troverebbero irrimediabilmente compromessi, mentre in altri paesi dove questi diritti sono loro garantiti avrebbero grandi difficoltà a difenderli. La proposta è tanto più inammissibile perché gli ebrei sono e probabilmente per molto tempo rimarranno una minoranza della popolazione palestinese e perché verrebbero così coinvolti nelle dispute più aspre con i loro vicini di altre razze e religioni il che ritarderebbe il loro progresso e avrebbe echi deplorevoli in tutto l’Oriente. Né tale schema è necessario per gli stessi sionisti. Se gli ebrei prevarranno in una competizione basata su diritti e possibilità perfettamente uguali, essi stabiliranno la loro preponderanza nel paese nel corso del tempo e lo faranno su una base molto più solida che non su quella resa possibile da privilegi e monopoli».

Eravamo nel 1917. Da allora la storia europea e mediorientale è stata segnata da grandi e orribili eventi: la seconda guerra mondiale, il nazismo che massacrò milioni di polacchi, di russi, di ungheresi, di francesi, di italiani perché di religione o di origine ebraica, ma anche zingari, oppositori politici (comunisti e non), omosessuali, disabili; la cacciata dei palestinesi dalla loro terra ad opera delle formazioni sioniste fra le quali l’Irgun capeggiato da Livni, padre dell’attuale ministro degli esteri israeliano.
Nel 1948 fu proclamata unilateralmente la fondazione dello stato d’Israele che per legge riconosceva a tutti gli ebrei del mondo il “diritto al ritorno” ma rifiutava lo stesso diritto ai palestinesi che vi erano vissuti da sempre, fino a pochi giorni o pochi mesi prima. Dunque il carattere sionista del nuovo stato veniva chiaramente definito dall’inizio. Israele nasceva come stato ebraico e non come lo stato dei cittadini che vi vivevano. E nasceva altresì come stato di tutti gli ebrei del mondo i quali avevano il diritto di stabilirvisi e di ottenerne la cittadinanza. La definizione di chi era ebreo fu delegata ai rabbini i quali sentenziarono che ebreo è chi nasce da madre ebraica, condizione tutt’ora valida per ottenere la cittadinanza israeliana. Le apprensioni dei due esponenti britannici sopra citati venivano così avverate.

Nel 1962 nasce in Israele un partito antisionista, il Matzpen la cui storia e raccontata nel dvd “Zionism or Peace: it’s your choice” e lo si può richiedere all’indirizzo: (aki_orr@netvision.net.il). Uno dei suoi fondatori, Akiva Orr, vive tutt’ora a Tel Aviv e continua la sua battaglia nonostante gli anni e una salute cagionevole. Ma forse l’esponente più autorevole e tenace dell’antisionismo israeliano è stato Israel Shahak, sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti, professore universitario e presidente della lega israeliana per i diritti dell’uomo. Shahak denunciò le discriminazioni cui erano sottoposti per legge i cittadini palestinesi di Israele spiegando come ciò fosse la conseguenza inevitabile della natura stessa dell’ideologia sionista ispirata al mito biblico del “popolo eletto” e della “terra promessa”. Shahak distingueva nettamente le critiche al sionismo provenienti dall’occidente dall’antisionismo che talvolta copriva un antisemitismo sempre vivo in paesi come la Russia e la Polonia. In quanto all’antisionismo degli arabi e a quello dei palestinesi in particolare, asseriva che altro non era se non la reazione naturale di quelle popolazioni alla fondazione dello stato di Israele nonché al terrorismo sionista che l’aveva preceduta. Non era il solo a pensarla a questo modo.
Lo stesso Moshe Dayan aveva affermato: «Non è vero che gli arabi odiano gli ebrei per motivi personali, religiosi o razziali. Ci considerano, con ragione dal loro punto di vista, degli occidentali, degli estranei, degli invasori che si sono impossessati di un paese arabo per trasformarlo in uno stato ebraico».

Due anni fa durante la guerra del Libano il quotidiano israeliano Yediot Aharonot scriveva: «Vincere o morire. Israele deve affrontare una dichiarazione di guerra lanciata da due organizzazioni terroristiche: Hamas, sunnita, a sud, ed Hezbollah, sciita, a nord. Entrambe non riconoscono ad Israele il diritto di esistere; entrambe sono radicate in territori da cui le truppe israeliane si sono ritirate unilateralmente; entrambe sollevano le folle e mettono a dura prova l’esercito e la popolazione israeliani. Se dovessero uscire a testa alta da questa guerra e sventolare il vessillo della vittoria, significherebbe la fine del progetto sionista». Ed è vero poiché tranne il piccolo partito comunista nessun partito o uomo politico israeliano si è mai dissociato dal progetto sionista del Grande Israele, né ha mai dichiarato quali dovessero essere i confini definitivi di questo stato. Anzi va rilevato che parole tanto chiarificatrici quanto pericolose a questo proposito sono state pronunciate da Tzipi Livni, attuale ministro degli Esteri di Israele. Riferendosi a suo padre ha dichiarato: «Sulla lapide della sua tomba si legge: “Qui giace il capo delle operazioni dell’Irgun” e sulla lapide compare anche una mappa del Grande Israele, di cui fanno parte entrambe le sponde della Valle del Giordano. Molti mi chiedono se il compromesso dei Territori non sia contrario all’ideologia di mio padre, e io rispondo che egli mi ha insegnato a credere in un Israele democratico, patria del popolo ebraico, dove tutti possono godere di pari diritti. Sono però giunta alla conclusione che si deve effettuare una scelta e io ho deciso di creare una patria per il popolo ebraico, ma soltanto in una parte della terra di Israele… Israele è nato come patria per il popolo ebraico. Questo dovrebbe essere l’autentico significato anche del futuro Stato palestinese. Dovrebbe essere la risposta per tutti i palestinesi, ovunque essi siano, quelli che vivono nei Territori e quelli che sono trattati come pedine politiche nei campi profughi. In altre parole, quindi, la nascita dello Stato palestinese dovrebbe risolvere quello che i palestinesi chiamano “il diritto al ritorno”».

Dunque il progetto sionista rimane in piedi, leggermente ridimensionato dal punto di vista territoriale ma intatto in suo esclusivismo che preferisco non qualificare. (Come vogliamo chiamare la condizione “ebraica” da soddisfare per diventare cittadini dello “stato ebraico”?) Inoltre il diritto dei profughi al ritorno nelle loro case, sancito dal diritto internazionale, non verrà riconosciuto ai palestinesi che sono stati «messi in condizione di fuggire» come diceva Begin.

In questo scritto ho evitato ogni considerazione riguardante la situazione mediorientale odierna per concentrarmi su ciò che ha significato il sionismo in passato e sull’ostacolo alla composizione del conflitto che continua a costituire oggi anche se, nei 60 anni trascorsi dalla fondazione dello stato d’Israele, sono andati emergendo innumerevoli altri problemi che hanno complicato la realtà. Il principale fra questi è la capacità di resistenza del popolo palestinese che ha preso i sionisti in contropiede; d’altronde il disprezzo dell’occupato da parte dell’occupante che lo considera incapace di anelare alla libertà è una costante della storia. Ho ricordato le voci ebraiche critiche del sionismo, pochissimo note grazie al lavoro paziente e talvolta spietato svolto da ciò che Menuhim chiamava «la macchina sionista che diffama, denigra, infanga chiunque osi criticare ciò che fa il sionismo in Israele e fuori», la quale non esita ad accusare di antisemitismo chiunque (in particolare se di ascendenza ebraica) osi criticare il progetto sionista; accusa talmente infamante da chiudere la bocca ai più. Ed è anche per dimostrare la strumentalità di tale accuse che ho riferito unicamente voci ebraiche critiche del sionismo.

Tuttavia il sionismo non riguarda solamente gli ebrei. Riguarda chiunque abbia a cuore i diritti umani, la legalità internazionale e la pace, ma anche la sicurezza dello stato di Israele, sicurezza che può essere garantita solo ponendo fine alle sofferenze inflitte al popolo palestinese dal sionismo crudele e da chi lo appoggia e ne copre gli intenti. Il titolo del dvd del Matzpen: “Sionismo o pace, la scelta è vostra” e tutt’ora valido.
Fonte:
http://avvenirelavoratori.eu/2008/05/sionismo-o-pace-la-scelta-vostra.html

di Azmi Bishara*

(Traduzione di Titti Pierini)

Sembra che i recenti avvenimenti portino alla creazione di un sistema di apartheid sia all’interno dello Stato di Israele sia tra i suoi confini e i Territori occupati. Per quanto riguarda il trattamento applicato dalla forze i sicurezza, è già fatto! Le forze di polizia hanno reso istituzionali due metodi chiaramente diversi di repressione delle manifestazioni e due diverse forme di detenzione e di arresto: uno per gli ebrei e un altro per i palestinesi, siano essi cittadini israeliani o sudditi dei Territori occupati. E, questo, in accordo con quei media israeliani che sono stati mobilitati al servizio delle forze di sicurezza per incitare la comunità ebraica contro gli arabi, individuati come il nemico. Gli esponenti della sinistra sembra ne abbiano avallato il linguaggio. Quando la maggioranza della popolazione israeliana (a prestare fede ai sondaggi) dimostra un senso di comprensione verso questi attacchi contro gli arabi, ecco che si mettono insieme le condizioni per instaurare un regime di apartheid.

Così, le contraddizioni secondarie interne alla società israeliana e le sue divisioni di parte risultano incoerenti. Passano in secondo piano, di fronte a “un problema arabo”. Quando lo Stato non è più quello di tutti i cittadini, quando la cittadinanza non è più il cuore dello Stato, l’uguaglianza diventa un’illusione, quando non una frode. Quando un poliziotto o una guardia di confine si trova di fronte un manifestante arabo, non ricorre contro di lui a “strumenti discriminatori”, ma si comporta semplicemente come di fronte a un nemico.

La sinistra e la brutalità contro gli arabi in Israele

Il fatto è che ogni volta che venivano assassinati cittadini arabi in Israele, la sinistra (o quella che così viene chiamata) era al governo e la destra era all’opposizione: il massacro di Kufr Qassem (1956), la Giornata della Terra (1976), come gli avvenimenti attuali si sono tutti verificati sotto governi laburisti. Da anni i cittadini arabi si sono lamentati per il comportamento di Alic Ron, comandante della polizia nei distretti settentrionali, ma nessuno della sinistra ha dato loro ascolto. il professor Ben Ami, ministro della sicurezza interna, oggi gli dà una pacca sulla spalla e gli assicura il suo pieno appoggio…

Le recenti manifestazioni all’interno di Israele, durante le quali sono state uccise 14 persone e centinaia di giovani sono stati feriti, non rappresentavano il primo caso in cui si è aperto il fuoco negli ultimi anni. Prima ci sono state la manifestazioni di Al Ruha, UM-Al-Sahali ed altre. E benché non vi siano manifestazioni che non debbano affrontare il fuoco nel settore arabo, in Israele tutto resta tranquillo. I recenti avvenimenti non rappresentano quindi una svolta, ma solo un momento in cui la quantità si è trasformata in qualità. Durante tutti questi avvenimenti la sinistra israeliana ha brillato per la sua assenza. Il suo era un silenzio sepolcrale quando il fuoco è stato aperto a Lydd, dove sono stato ferito personalmente. Né si è sentita alcuna condanna quando Alic Ron è ricorso alla violenza per realizzare la sua politica di demolizione delle abitazioni.

E’ il paternalismo della sinistra israeliana ad indurla a ripetere incessantemente i propri comportamenti estremisti. Non solo assume posizioni scorrette, ma – ed è la differenza con la destra – spera che gli arabi le accettino. Per questo la sinistra è delusa e si scandalizza ed è il motivo per cui essa va in caccia di “agitatori” da poter rimproverare. Così, noi che siamo favorevoli all’uguaglianza dei cittadini e che abbiamo un atteggiamento liberale contrastante con la politica identitaria, che insomma ci battiamo per una società civile, democratica ed ugualitaria, siamo improvvisamente diventati agitatori estremisti agli occhi dello Stato di Israele.

Lo scorso anno ho cercato di interessare tre quotidiani israeliani di primo piano al problema della crescente violenza poliziesca, ma nessuno si è dimostrato disponibile. I liberali israeliani sono colpiti solo quando è una folla di destra a mobilitarsi per uccidere gli arabi. Per questo la sinistra si è svegliata soltanto alla fine dei massacri di Nazareth (cominciati con una mobilitazione degli ebrei i Nazareth-Ilit); gli orrori l’hanno traumatizzata e poi, dopo che la polizia si è abbandonata a brutali violenze contro gli arabi, si è dimenticata della sua commozione. L’unica cosa che la sinistra sia stata capace di fare in quel caso è stato visitare le famiglie in lutto. Essa infatti si rifiuta di scegliere un campo contro l’altro e giudica addirittura inaccettabile una scelta del genere.

Il brutale comportamento nei confronti dei cittadini arabi è il riflesso dei valori che autorizzano una brutalità senza limiti nei Territori occupati. Sono questi stessi valori ad imporre un assoluto silenzio (quando non un esplicito sostegno) su tutte le misure prese dalla Forze di sicurezza , un silenzio che perdura mentre si stanno contando centinaia di uccisi e migliaia di feriti nelle recenti manifestazioni nei Territori occupati. Anche qui, gli avvenimenti hanno cominciato quando la polizia ha sparato senza alcun motivo su persone in preghiera nella moschea Al Aqsa.

L’appoggio della sinistra a Barak

Queste misure di una brutalità senza precedenti, cui in seguito si è aggiunto l’impiego di elicotteri da combattimento e di carri, sono state in genere accettate dall’opinione pubblica israeliana, che ha anche accettato la versione israeliana per quanto riguarda il processo di pace (“Non abbiamo partner per fare la pace”) e il comportamento dell’esercito nei Territori occupati.

Sia dentro sia fuori la Knesset (il parlamento) avevamo sostenuto che il programma di Barak, portato alle stelle dopo la sua vittoria alle ultime elezioni, non poteva costituire una base per la pace. L’abbiamo ripetuto prima che Barak si recasse a Camp David e naturalmente dopo. Ma nessuno voleva ascoltare, perché tutti erano così felici che Natanyhau avesse perso le elezioni. Così la sinistra israeliana ha contribuito a rafforzare la lega antiaraba. Ha scommesso su una pace basata sui rapporti di forza esistenti e non sul principio di uguaglianza e di giustizia. Per questo essa non ha affrontato l’opinione pubblica israeliana esigendo una pace giusta e, anziché criticare le iniziative di Barak, ha sorretto le accuse contro i palestinesi che avevano il torto di respingere un accordo basato su uno Stato di apartheid suddiviso in cantoni. Sempre per questo la sinistra israeliana non solo si è limitata al programma di Barak, ma ha anche accettato il rinvio da lui imposto per vedere “se c’è o non c’è un partner per la pace”. Con l’argomento della sicurezza inscritto nelle sue bandiere, la sinistra ha sospinto i militaristi al potere senza dedicare un solo pensiero al significato che assumevano le misure “politiche” decise durante gli ultimi mesi. Oggi possiamo verificare i risultati di questo atteggiamento. E tutto ciò dopo che nessuna voce si è levata contro la politica di massiccia colonizzazione, contro la demolizione delle case, contro la deportazione delle persone né contro le continue restrizioni dei loro spostamenti e del loro lavoro. Questi modi di procedere erano al di là degli interessi dei governi i Barak nel suo primo anno.

Questo vale anche per la questione siriana e libanese: era possibile lasciare la Siria e il Libano con un accordo di pace. Ma la sinistra israeliana ha celebrato il ritiro unilaterale anziché esercitare una pressione su Barak per imporgli la realizzazione di un accordo concepibile, ignorando costantemente ogni critica morale al suo programma.

La marcia di Barak verso la guerra

La guerra dichiarata da Israele all’Autorità palestinese è la prosecuzione della stessa politica con mezzi diversi. Essa era tendenzialmente inscritta nella politica di Barak fin dall’inizio. Si inscriveva nell’ultimatum da lui presentato ai palestinesi: tutto o niente; o Arafat firma immediatamente le condizioni di Barak, oppure niente, e cioè la guerra. Le “moderate pressioni fisiche” (incluse le minacce alla vita di Arafat!) rappresentano il seguito delle prediplomatiche avviate immediatamente dopo il vertice di Camp David. Pochissimi si sono uniti a noi in quei mesi in cui cercavamo, insistentemente, di far capire che nessun palestinese avrebbe potuto accettare un ultimatum del genere, che si trattava di una politica pericolosa che avrebbe portato direttamente alla guerra.

Nel 1982, dopo la guerra al Libano, c’è stato un tentativo di isolare Arafat dall’OLP. Nel 1987 in risposta si è avuta l’Intifada. Dopo il vertice (l’ultimo) di Camp David si è assistito a un rinnovato tentativo di isolare l’OLP costringendolo così a firmare una pace ingiusta. Il risultato oggi è sotto gli occhi di tutti. Barak e i suoi fautori non si sono accorti del pericolo in arrivo e sono convinti che saranno capaci di imporre il loro accordo ai palestinesi. Barak era contento delle sue relazioni diplomatiche e del successo riportato facendo passare Arafat per un individuo recalcitrante che respinge le sue “generose” offerte. Ma la sua generosità è un inganno: Barak rimane ancorato al suo discorso preelettorale, ai “quattro no!”: no alla sovranità palestinese su Gerusalemme-Est; no al ritiro sui confini di prima del 5 giugno 1967; no allo smantellamento delle colonie (con l’80% dei coloni sotto sovranità israeliana); e un no definitivo a qualsiasi discussione riguardante il diritto al ritorno o ad ogni soluzione giusta del problema dei profughi. Per questo era del tutto prevedibile la sollevazione popolare.

La visita di Sharon alla moschea Al Aqsa non è che un dettaglio in questi incidenti, una ben modesta parte di cambiamenti ben più ampi in corso in Israele. E’ addirittura difficile dire se la visita di Sharon sia stata la causa diretta della rivolta o se Barak avesse permesso questa visita. Addirittura è più plausibile che sia stata la massiccia presenza della polizia intorno alla moschea e il massacro della gente che pregava ad Al Aqsa il giorno dopo a mettere fuoco alle polveri. Va ricordato che Sharon non cercava di provocare i palestinesi, ma il suo scopo era solo quello di mettere alla prova Barak, di valutare se egli tenesse davvero alla sovranità israeliana su quell’area. Barak e Ben Ami hanno spedito migliaia di poliziotti per scortare Sharon e il giorno dopo hanno fatto circondare la moschea, preparando così la sparatoria che si sarebbe conclusa con la morte di sette uomini e con decine di feriti. In tal modo superavano la prova imposta da Sharon per un governo di unità nazionale, ma fallivano completamente di fronte alla prova della pace. L’unità realizzata tra la polizia di Ben Ami e Sharon per invadere Al Aqsa resta l’unica base per un simile governo. Non ve ne è altra.

Israele aveva sperato che la polizia palestinese sarebbe stata una specie di milizia ai suoi ordini, con il ruolo di mantenere l’ordine israeliano nei Territori occupati. Israele trattava con l’OLP, ma si aspettava il suo appoggio contro il popolo palestinese. Sperava anche che Arafat si sarebbe comportato come Anton Lahad (capo dell’esercito del Libano meridionale che aveva collaborato con l’occupazione israeliana) e che potesse essere strumentalizzato per salvaguardare gli interessi israeliani nei Territori occupati. Sembra che le autorità israeliane sperassero che i poliziotti palestinesi si sarebbero affiancati a quelli che sparavano sul loro popolo e che non reagissero se fossero caduti sotto il loro tiro manifestanti palestinesi. Quando è diventato chiaro che l’OLP si sarebbe unito al suo popolo nel momento della crisi, che le vittime di Israele non avrebbero mandato in prigione le vittime dell’occupazione, il sogno si è infranto e Israele ha impiegato la forza. Ma a differenza dalla prima Intifada, visto che la separazione geografica delle forze tra l’esercito israeliano e il popolo palestinese c’è già stata, l’esercito non cerca solo di spezzare le ossa ai suoi avversari, ma spara e bombarda come in una guerra del Golfo su scala ridotta. E mentre Israele finge sorpresa di fronte al fatto che la polizia palestinese non apre il fuoco sui suoi ma cercano di difendere i manifestanti aggrediti dall’esercito israeliano.

Oggi i solo punti di contatto diretto tra l’esercito e i manifestanti sono Gerusalemme e i posti di controllo. Dal momento che l’esercito non ha deciso di riconquistare città e villaggi, li bombarda, Quando, come ad Al Aqsa, si verifica lo scontro diretto, diventa chiaro che l’occupazione continua e che Israele rimane Israele. E poco importa che il ministro si chiami Ben Ami o Sharon. Lo scontro principale si è svolto ad Al Aqsa, subito dopo la visita di Sharon. La polizia israeliana si è comportata come ha sempre fatto dal 1967: ha sparato e ucciso. Non è cambiato niente.

Abbiamo sempre detto che ci sono solo tre possibilità di accordo:

- la prima è la costituzione di due Stati, cioè l’istituzione di uno Stato palestinese entro i confini del 1967, comprendendovi Gerusalemme, con lo smantellamento delle colonie;

- la seconda sarebbe la costituzione di uno Stato democratico e laico, che consentisse ai due popoli di vivere insieme;

- la terza è una realtà di aprtheid.

Chiunque rifiuti le prime due soluzioni si orienta naturalmente verso la terza: l’apartheid. La sinistra israeliana non accettava il principio dei due Stati, ma sosteneva un accordo basato sulla divisione in due dei Territori occupati. Si scandalizza regolarmente alla sola idea di uno Stato democratico basato sull’uguaglianza dei cittadini e delle nazionalità. Così anch’essa porta all’apartheid, cioè sostiene la terza soluzione.

La conclusione evidente che la sinistra deve ricavare dai recenti avvenimenti è che invece di precipitare in un’ipocrita disperazione, bisogna avviare un esame di coscienza realmente autocritico. In questo contesto noi chiamiamo la sinistra israeliana a riprendersi e ad esprimere chiaramente le proprie obiezioni alla politica del governo, a battersi contro l’apartheid, contro l’oppressione sistematica della popolazione palestinese e contro il “piano di pace” di Barak. La politica di quest’ultimo non può infatti che invelenire la situazione e portare a un’escalation del conflitto. Non basta chiamare “le due parti a sedersi al tavolo dei negoziati”. La sinistra deve dire chiaramente quali sono i valori e le norme morali senza il rispetto delle quali non potrà esservi pace.

Ma la sinistra israeliana non è l’unica su cui ricadano numerose responsabilità. Anche nel mondo arabo e nella società araba molti compiti ci attendono. La dichiarazione di guerra a un’intera nazione ha aperto le porte a ogni sorta di discorsi irrazionali, incluso quello di una guerra di religione. Questo discorso non ha ancora pervaso l’insurrezione nazionale, ma un pericolo del genere si profila nell’opinione pubblica e in certi media arabi. Le forze nazionali e democratiche della società araba non devono ignorare il fenomeno. Per difficile che possa essere, dobbiamo torcergli il collo nel corso stesso del doloroso processo di decolonizzazione.

—————–

Azmi Bishara è deputato palestinese (arabo di cittadinanza israeliana) alla Knesset dal 1996. Dirige il Balad (Raggruppamento nazionale democratico). L’articolo che riproduciamo è ripreso dalla rivista mensile israelo-palestinese Between the Lines, pubblicata da Tikva Honig-Parnass e Tufic Haddad (PO Box 681, Gerusalemme. Abbonamento annuo: 45 dollari USA).

Il subcomandante Marcos e la questione palestinese

In Sionismo, guerre on 11 Gennaio 2009 at 2:39 pm

Ma cosa pensano dalle parti del subcomandante Marcos della questione palestinese?
Fonte;
http://www.jornada.unam.mx/2009/01/05/index.php?section=politica&article=011n1pol

Perdonate la nostra ignoranza, forse quel che abbiamo detto e diremo non fa effettivamente al caso, o alla cosa. E invece di ripudiare il crimine in corso, da zapatisti e guerrieri come siamo, dovremmo forse discutere. e prendere poisizione nella discussione se “sionismo” o “antisemitismo”, o che all’inizio sono state le bombe di Hamas.
Forse il nostro pensiero è semplice e ci mancano le sfumature sempre così necessarie nelle analisi, ma per noi, zapatisti e zapatiste, a Gaza c’è un esercito professionista che sta assassinando una popolazione indifesa.
Chi, in basso e a sinistra, può restare zitto? Serve dire qualcosa? Le nostre grida possono fermare qualche bomba? La nostra parola può salvare la vita di qualche bambino palstinese?
Noi pensiamo che serva, che la nostra parola forse non fermerà una bomba né che potrà trasformarsi in uno scudo blindato tale da evitare che quella pallottola calibro 5,56 o 9, con le lettere IMI, “Industria Militare Israeliana” incise alla base della pallottola, arrivi al petto di una bambina o di un bambino, ma forse la nostra parola riuscirà a unirsi alle altre in Messico e nel mondo, e forse si trasformerà per prima cosa in un mormorio, poi in una voce alta, infine in un grido che verrà ascoltato a Gaza. Non sappiamo voi, ma noi, zapatisti e zapatiste dell’Ezln, siappiamo come sia importante, in mezzo alla distruzione e alla morte, ascoltare una parola di incoraggiamento.
Non so come spiegarlo, ma succede che le parole da lontano non riescono a fermare una bomba, ma è come se si aprisse una feritoia nella nera abitazione della morte ed entrasse una piccola luce.
Per il resto, succederà quello che deve succedere. Il governo di Israele dichiarerà che ha assestato un forte colpo al terrorismo, nasconderà al suo popolo le proporzioni del massacro, i grossi produttori di armi avranno ottenuto un respiro economico per affrontare la crisi e l’“opinione pubblica mondiale”, questa entità malleable e sempre educata, volgerà lo sguardo da un’altra parte.
Ma non solo. Potrà anche succedere che il popolo palestinese riuscirà a resistere e a sopravvivere, continuerà a lottare e ad avere la simpatia di quelli di sotto per la sua causa. E forse anche un bambino o una bambina di Gaza sopravviveranno. Forse cresceranno, e con loro crescerà il coraggio, la indignazione, la rabbia. Forse diverranno soldati o miliziani di qualcuno dei gruppi che lottano in Palestina. Forse combattendo si scontreranno con Israele. Forse lo faranno sparando con un fucile. Forse immolandosi con una cartuccera di dinamite attorno alla vita.
E allora là in alto scriveranno sulla natura violenta dei palestinesi e faranno dichiarazioni condannando quella volenza e si ricomincerà a discutere se sionismo o antisemitismo.
E nessuno si domanderà chi ha seminato ciò che si raccoglie.
Per gli uonimi, le donne, i bambini e gli anziani dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale
Subcomandante Insorgente Marcos
Messico, 4 gennaio 2009″.

Sport di classe

In privato on 9 Gennaio 2009 at 4:07 pm

E così mentre qualcun altro si beccava 4 goal dal Chievo Verona, due dal Siena ed altri due dal Valencia e tornava a casa con le pive nel sacco e scornati, il mitico brasiliano con i suoi compagni del Canavese vinceva il torneo Tappari mettendo in fila l’Acqui, il Napoli, Il Parma, il Torino e l’Albino Leffe.
Un goal subito e undici segnati.
W le squadre umili,proletarie e toste.

Alle origini della presenza sionista in Palestina

In Culture ed opinioni, Sionismo, guerre on 9 Gennaio 2009 at 8:08 am
Da : Wikipedia

Gli albori del problema israelo-palestinese [modifica]

Theodore Herzl, promotore del sionismo

Sul finire del XIX secolo il territorio palestinese faceva parte dei vilayet (governatorati) siriani dell’Impero Ottomano ed era a sua volta suddivisa in due Sangiaccati (province ottomane). Già nel 1887, Gerusalemme aveva ottenuto una forma di autonomia dall’Impero Ottomano, a dimostrazione della sua politica sovraetnica e sovraculturale. All’epoca gli Ebrei costituivano un’esigua minoranza (24.000 persone), integrata con le altre comunità etnico-religiose e, più in generale, con la situazione culturale del luogo.

Intorno alla metà del secolo si era però messo in moto il progetto ebraico mirante a porre fine alla propria millenaria diaspora, frutto di innumerevoli persecuzioni, e a riunificare la nazione permettendo il suo ritorno alla “terra promessa“, citata dalla Bibbia, dalla quale era stata espulsa dall’Imperatore romano Tito.

Tale progetto venne per la prima volta definito “Sionismo” nel 1890, dal nome del colle Sion ove sorgeva la rocca di David, metafora del nuovo Stato ebraico. Principale esponente e promotore di tale iniziativa fu Theodor Herzl che, allo scopo di creare un “rifugio” per tutti gli ebrei perseguitati nel mondo (inizialmente come possibile sede di tale Stato fu presa in considerazione anche la vasta e spopolata pampa argentina e, più tardi l’Ogaden in Kenya, che però non rispondevano al forte desiderio religioso dell’Ebraismo di tornare nei suoi luoghi santi, lasciati ormai da diversi secoli), avviò un’intensa attività diplomatica al fine di trovare appoggi finanziari e politici a quell’arduo progetto. Nell’ambito di questa volontà, parte del movimento sionista (soprattutto il sionismo cristiano), per giustificare l’esistenza di un futuro stato ebraico in loco, sovente si rifaceva allo sloganA Land Without People for a People Without Land” (“Una terra senza popolo, per un popolo senza terra“), frase coniata nella metà XIX secolo da Lord Anthony Ashley Cooper, settimo Conte di Shaftesbury (politico inglese dell’era vittoriana), che venne però spesso interpretata non nell’accezione originale (secondo cui la Palestina, sotto il dominio ottomano, non aveva nessuna popolazione che mostrasse aspirazioni nazionali specifiche), ma come la (errata) negazione della presenza di una significativa popolazione preesistente all’arrivo dei primi coloni ebrei.[1] [2] [3]

Grazie all’appoggio della Gran Bretagna (che vedeva di buon occhio la possibilità di insediamenti nella zona di popolazioni provenienti dall’Europa) e alla grande disponibilità economica di cui godevano alcuni settori delle comunità ebraiche della diaspora (il popolo ebraico era stato costretto per secoli a specializzarsi nelle cosiddette professioni “liberali” e, quindi, a dedicarsi anche al commercio e alle attività economico-finanziarie, con l’occupazione non di rado di importanti cariche in istituti bancari e società d’intermediazione finanziaria), Herzl organizzò il primo convegno sionista mondiale a Basilea nel 1897 e in esso furono poste le basi per la graduale penetrazione ebraica in Palestina, grazie all’acquisto da parte dell’Agenzia Ebraica di terreni da assegnare a coloni ebrei originari dell’Europa e della Russia, per poter poi conseguire la necessaria maggioranza demografica e il sostanziale controllo dell’economia che potessero giustificare la rivendicazione del diritto a dar vita a un’entità statale ebraica.

A partire dall’inizio del ‘900 la popolazione arabo-palestinese, sentendosi minacciata dalla crescente immigrazione ebraica, dette vita intanto a movimenti nazionalistici che miravano a stroncare sul nascere quella che era considerata una vera e propria minaccia d’origine straniera.

La situazione si protrasse così, tra momenti di tensione e di distensione tra le due fazioni, fino al primo conflitto mondiale e alla conseguente caduta dell’Impero Ottomano.

La Prima guerra mondiale e il Mandato britannico [modifica]

Per approfondire, vedi la voce Mandato britannico della Palestina.

L’Impero Ottomano aveva dato segni di stasi culturale e di crescente disfunzione della sua, fino ad allora, efficiente macchina amministrativa e militare fin dal XVIII secolo, in diretta connessione con l’accelerazione dei processi d’industrializzazione in Europa.

La crescente potenza economica europea si espresse con una più accentuata volontà di ampliare i propri mercati a livello planetario. Come conseguenza logica si accrebbe il desiderio di controllare, direttamente o indirettamente, quelle parti del mondo ricche di materie prime che l’industria europea trasformava oltre a creare più ampi mercati in grado di assorbire le sue merci.

Il modello ideologico vincente in Europa fu, a partire dai primi del XVIII secolo il nazionalismo, e per un elementare fenomeno acculturativo, anche l’Impero Ottomano pensò di seguire lo stesso tracciato europeo. Gli mancava però la necessaria audacia di avviare un analogo processo di laicizzazione e il nazionalismo ottomano non riuscì a fare a meno dell’apporto delle classi religiose.

La ricerca scientifica rimase eminentemente appannaggio dell’Europa e all’Impero Ottomano sembrò sufficiente importare tecnologia “chiavi in mano” da essa senza minimamente immettersi nello stesso cammino ideologico ed epistemologico prefigurato nel Vecchio Continente.

Nel XX secolo la situazione ottomana era vistosamente peggiorata e aveva messo in allarme le stesse potenze europee che da tempo parlavano dell’Impero Ottomano come del “malato d’Europa”. Molti movimenti riformatori erano sorti nei territori ancora controllati dalla “Sublime Porta” per tentare di contrastare il processo di degrado politico, economico e culturale (vedi “Giovani Turchi“) ma per alcuni di essi l’intento principale da perseguire era quello, né più né meno, dell’indipendenza di stampo occidentale. Fra questi popoli anche Palestinesi arabi e israeliti svolsero un ruolo importante.

Zone di influenza francese e britannica stabilite dall’accordo Sykes-Picot

Con l’esplodere della Prima guerra mondiale e il coinvolgimento dell’Impero Ottomano, molti furono gli israeliti che decisero di lasciare la loro “Terra promessa” per scegliere mete diverse, innanzi tutto gli Stati Uniti, che garantivano migliori condizioni in termini tanto economici quanto di libertà civili.

La spartizione dei possedimenti dell’Impero Ottomano nella regione tra Gran bretagna e Francia al termine della guerra, era stata già decisa nel 1916 con l’Accordo Sykes-Picot (inizialmente segreto, l’Italia non venne messa a parte della trattativa)[4]. Per l’area della Palestina l’accordo prevedeva:

(EN)
« That in the brown area there shall be established an international administration, the form of which is to be decided upon after consultation with Russia, and subsequently in consultation with the other allies, and the representatives of the sheriff of Mecca. »
(IT)
« Che nella zona marrone [la Palestina] potrà essere istituita un’amministrazione internazionale la cui forma dovrà essere decisa dopo essersi consultati con la Russia ed in seguito con gli altri alleati ed i rappresentanti dello sceriffo della Mecca. »
(Accordo Sykes-Picot[5])

Il riconoscimento agli ebrei immigranti dall’Europa del diritto di formare un Focolare nazionale in Palestina fu dato dall’allora Ministro degli esteri della Gran Bretagna Arthur Balfour. Nel 1917 egli pubblicò la Dichiarazione Balfour, con cui la Gran Bretagna riconosceva ai sionisti il diritto di formazione di uno “un focolaio nazionale” (“a National Home“) in territorio palestinese, che venne interpretato dagli stessi come la promessa relativa al permesso di costituire uno stato autonomo ed indipendente. Il termine impiegato “focolaio nazionale“, al posto di un più esplicito “Stato” o “Nazione”, era tuttavia ambiguo e la dichiarazione specificava anche che non dovevano essere danneggiati i “i diritti civili e religiosi delle comunità non-ebraiche della Palestina“. L’interpetazione della Dichiarazione Balfour sarà fin da subito causa di attriti tra la popolazione araba preesistente (che temeva la costituzione di uno stato ebraico) e i sionisti, che la interpretavano come l’appoggio da parte del governo birtannico al loro progetto. Gli stessi inglesi alcuni anni dopo, con il Libro Bianco del 1922[6], rassicurarono la popolazione araba sul fatto che la Jewish National Home in Palestine promessa nel 1917 non era da intendesi come una nazione ebraica, rimarcando però al contempo l’importanza della comunità ebraica presente e la necessità di una sua ulteriore espansione e del suo riconoscimento internazionale.

Con la fine della guerra, grande fu il dibattito tra le maggiori nazioni vincitrici per decidere il futuro di queste zone, anche alla luce delle direttive del presidente statunitense Woodrow Wilson che condannavano la costituzione di nuove colonie. Alla fine, con gli accordi di San Remo del 1920, si optò per l’autorizzazione da parte della Società delle Nazioni di affidare alla Gran Bretagna e alla Francia Mandati, necessari in teoria per educare alla “democrazia liberale” le popolazioni del disciolto Impero Ottomano.

La Russia, con la Rivoluzione d’ottobre, era uscita anticipatamente dal conflitto con la pace di Brest-Litovsk voluta da Lenin, e pertanto non fu coinvolta in questa esperienza che difficilmente potrebbe non essere definita come una forma di neo-colonialismo internazionale. L’Italia, per la tradizionale debolezza della sua politica estera, fu anch’essa tenuta fuori dalle decisioni di riassetto internazionale (il tema della “vittoria mutilata” ebbe grande presa sugli animi degli Italiani e fu abilmente messa a profitto dal nascente fascismo).

La Società delle Nazioni affidò dunque alla Gran Bretagna un mandato per la Palestina, che fino a quel momento e per tutti i secoli precedenti aveva coinciso con il territorio degli odierni Stati di Israele e Giordania. La Società delle Nazioni riconosceva gli impegni presi da Balfour, pur rimarcando nuovamente che questi non dovevano essere realizzati a discapito dei diritti civili e religiosi della popolazione non ebraica preesistente. Per permettere l’adempimento degli impegni presi, la Società delle Nazioni riteneva necessario istituire un’agenzia che coordinasse l’immigrazione ebraica e collaborasse con le autorità britanniche per istituire norme atte a facilitare la creazione di questo focolare nazionale, come per esempio la possibilità per gli immigrati ebrei di ottenere facilmente la cittadinanza palestinese; l’organizzazione Sionista veniva ritenuta la più adatta per questo compito. Oltre a questo il Mandatario doveva predisporre il territorio allo sviluppo di un futuro governo autonomo.[7]. Così, nel 1922 l’Inghilterra, seguendo quanto già deciso negli accordi di Sykes-Picot, concesse tutti i territori ad est del fiume Giordano (quasi il 73% dell’intera area del Mandato) all’emiro Abdullah. Questo divenne la Transgiordania, con una maggioranza di popolazione araba (nel 1920 circa il 90% della popolazione, stimata in un totale di circa 4.000.000 di abitanti[8]), mentre l’aera ad ovest del Giordano venne gestita direttamente dalla Gran Bretagna.

Se la reazione delle popolazioni arabe (musulmane e cristiane) a tali progetti fu vivace e del tutto improntata all’ostilità, diverso fu invece l’atteggiamento del movimento sionista che, forte delle precedenti promesse fattagli, considerò il Mandato britannico sulla Palestina il primo passo per la futura realizzazione dell’agognato Stato ebraico.

Le proteste della popolazione araba furono ancor più esacerbate per la palese violazione britannica degli accordi (anch’essi segreti) sottoscritti con lo sharīf di Mecca, al-Husayn b. ‘Alī, col ministro plenipotenziario di Sua Maestà Sir Henry MacMahon, Alto Commissario in Egitto, che aveva promesso, dopo la caduta dell’Impero Ottomano, il riconoscimento agli Arabi dei diritti all’auto-determinazione e all’indipendenza in cambio della loro partecipazione agli sforzi bellici anti-ottomani, e la creazione di uno “Stato arabo” dagli imprecisati confini.

In base a tali accordi alcuni contingenti arabi, guidati dal figlio dello sharīf, Faysal (futuro sovrano d’Iraq), parteciparono alla cosiddetta “Rivolta Araba“, forte dell’aiuto della Gran Bretagna che distaccò come suo ufficiale di collegamento (ma di fatto suo plenipotenziario) il colonnello Thomas Edward Lawrence (più noto come Lawrence d’Arabia). Ben si conosce la disillusione dello stesso ufficiale che, dopo molto aver promesso e molto ottenuto, fu costretto ad assistere del tutto impotente alla cinica violazione degli impegni presi da Londra, da lui stesso in buona fede calorosamente avallati.

Anche se in realtà la Gran Bretagna era stata in grado di controllare militarmente la zona palestinese fin dal 1917, fu solo nel 1923 che il Mandato entrò effettivamente in vigore e fin dall’inizio cominciarono a sorgere nel Paese vari movimenti di resistenza araba (muqàwwama) che miravano, al pari dei movimenti irredentistici italiani, all’allontanamento di tutti quanti consideravano stranieri.

Sotto il Mandato britannico l’immigrazione ebraica nella zona subì un’accelerazione mentre l’Agenzia Ebraica – organizzazione sionista che agiva grazie ai finanziamenti provenienti da sostenitori esteri – operò alacremente per l’acquisto di terreni. Il risultato fu quello di portare la popolazione ebraica in Palestina dalle 83.000 unità del 1915, alle 84.000 unità del 1922 (a fronte dei 590.000 arabi e 71.000 cristiani), alle 175.138 del 1931 (contro i 761.922 arabi e i quasi 90.000 cristiani), alle 360.000 unità della fine degli anni trenta, quando ancora non era completamente nota alla pubblica opinione internazionale la dimensione delle misure repressive adottate contro gli ebrei dalla Polonia e, in modo assai più marcato, dalla Germania nazista.

Negli anni venti e trenta numerose furono le dimostrazioni di protesta da parte dei movimenti palestinesi, che sovente sfociarono in veri e propri scontri a tre tra l’esercito di Sua Maestà britannica, i residenti arabi e i gruppi armati dei coloni ebrei. Spesso gli attriti non erano dovuti all’immigrazione in sé, ma ai differenti sistemi di assegnazione del terreno: gran parte della popolazione locale per il diritto inglese non possedeva il terreno, ma per le abitudini locali possedeva le piante che vi venivano coltivate sopra (tra cui gli alberi di ulivo, che erano la coltura prioritaria e che, vivendo anche secoli, divenivano dei “beni” passati di generazione in generazione nelle famiglie), di conseguenza molti terreni usati dai contadini arabi erano ufficialmente (per la legge inglese) senza proprietario e venivano quindi acquistati dai coloni ebrei (o loro affidati) appena immigrati i quali, almeno in un primo tempo, erano ignari di questa situazione.

Questo, unito alle regole con cui venivano effettuate le assegnazioni (la terra doveva essere lavorata solo da lavoratori ebrei e non poteva essere ceduta o subaffittata a non ebrei), di fatto toglieva l’unica fonte di sostentamento e lavoro a moltissimi insediamenti arabi preesistenti. [9]

Il 14 agosto del 1929 alcuni gruppi di sionisti (per un totale di diverse centinaia di persone, quasi tutte facente parte del gruppo sionista Betar di Vladimir Jabotinskij) marciarono sul Muro del pianto di Gerusalemme (luogo sacro ad entrambe le religioni e che già negli anni precedenti era stato motivo di scontro), rivendicando a nome dei coloni ebrei l’esclusiva proprietà della Città Santa e dei suoi luoghi sacri. Il gruppo era scortato dalle forze dell’ordine, avvisate in anticipo, con lo scopo di evitare disordini, nonostante questo iniziarono a circolare voci su scontri in cui i sionisti avrebbero picchiato i residenti arabi della zona e offeso Maometto. . Come risposta il Consiglio Supremo Islamico organizzò una contro-marcia ed il corteo, una volta arrivato al Muro, bruciò le pagine di alcuni libri di preghiere ebraiche. Nella settimana gli scontri continuarono e, infiammati dalla morte di un colono ebreo e dalle voci (poi rivelatesi false) sulla morte di due arabi per mano di alcuni ebrei si ampliarono fino a comprendere tutta la Palestina.

Il 20 agosto l’Haganah offrì la propria protezione alla popolazione ebraica di Hebron (circa 600 persone su un totale di 17.000), che la rifiutò contando sui buoni rapporti che si erano instaurati con la popolazione araba e i suoi rappresentanti. Il 24 agosto gli scontri raggiunsero la città dove furono uccisi quasi 70 ebrei, altri 58 furono feriti, alcune decine fuggirono dalla città e 435 trovarono rifugio nelle case dei loro vicini arabi per poi fuggire dalla città nei giorni successivi agli scontri.

Alcune famiglie torneranno ad Hebron due anni dopo, per poi lasciarla definitivamente nel 1936, evacuate dalle forze britanniche. Alla fine degli scontri ci furono tra gli ebrei 133 morti e 339 feriti (quasi tutti relativi a scontri con la popolazione araba, quasi 70 solo ad Hebron), mentre tra gli arabi ci furono 116 morti e 232 feriti (per la maggioranza dovuti a scontri con le forze britanniche).

Una commissione britannica presieduta da Sir Walter Russell Shaw giudicò e condannò i sospettati di stragi e rappresaglie (195 arabi e 34 ebrei) ed emise diverse condanne a morte (17 arabi e 2 ebrei, commutate con la prigione a vita tranne quelle di 3 arabi che furono impiccati), negò ogni accusa di scarsa efficacia di intervento da parte delle forze inglesi, condannò fermamente gli attacchi iniziali della popolazione araba contro i coloni ebraici e le loro proprietà, giustificò le rappresaglie da parte dei coloni ebrei contro gli insediamenti arabi come una “legittima difesa” dagli attacchi subiti e vide nel timore di uno stato ebraico il motivo di questi attacchi.

Oltre a questo la commissione raccomandò al governo di riconsiderare le proprie politiche sull’immigrazione ebraica e sulla vendita di terra ai coloni ebrei, raccomandazione che portò alla creazione di una commissione reale guidata da Sir John Hope Simpson l’anno successivo.

La politica di Londra tuttavia non mutò, malgrado varie condanne da parte della stessa Società delle Nazioni. Nel 1936, grazie a uno sciopero generale di sei mesi indetto dal Comitato Supremo Arabo, che chiedeva la fine del Mandato e dell’immigrazione ebraica, la Gran Bretagna, dopo tre tentativi falliti di ripartizione delle terre in due stati indipendenti (ma Gerusalemme e la regione limitrofa sarebbero rimasti sotto il controllo britannico), concesse d’imporre un limite a tale immigrazione.

La decisione in realtà fu più che altro formale, visto che l’ingresso clandestino aumentò sensibilmente anche a causa delle persecuzioni che gli Ebrei avevano cominciato a subire da parte della Germania nazista fin dal 1933. Londra vietò inoltre l’ulteriore acquisto di terre, promettendo di rinunciare al suo Mandato entro il 1949 e prospettando per quella data la fondazione di un unico Stato di etnia mista araba-ebraica.

Intanto, se da un lato alcuni palestinesi si erano affidati agli atti terroristici come estrema forma di lotta contro una presenza che veniva considerata quella di un occupante straniero, un ricorso più sistematico al terrorismo fu perseguito dalle organizzazioni militanti sioniste che organizzarono gruppi militari, come l’Haganah e il Palmach, e paramilitari, quali l’Irgun e la più estremistica “Banda Stern“, che si occupavano di intimidire l’elemento arabo o di attaccare i militari e diplomatici britannici, causando diverse centinaia di morti tra la popolazione.

Verso la fine degli anni trenta, dopo la Grande Rivolta Araba e i falliti tentativi di divisione della Palestina in due Stati, sollecitata dalla Commissione Peel, la Gran Bretagna si pentì di aver sostenuto il movimento sionista, che mostrava aspetti inquietanti e violenti e cominciò a negare al sionismo quel discreto appoggio politico che fin lì aveva garantito, producendo il “Libro Bianco” nel 1939 [10]. Ciò indusse pertanto gli ebrei palestinesi a cercare negli Stati Uniti quello che fino ad allora aveva concesso loro l’Impero britannico.

Con la seconda guerra mondiale gli ebrei (con l’esclusione del gruppo della Banda Stern) si schierarono con gli Alleati mentre molti gruppi arabi guardarono con interesse l’Asse, nella speranza che una sua vittoria servisse a liberarli dalla presenza britannica. L’esito del conflitto non valse perciò a modificare la situazione di stallo che sfavoriva la popolazione araba, ancora maggioritaria.

Un terrorista, Carlos, parla della strategia di hamas

In Sionismo, guerre on 7 Gennaio 2009 at 7:55 pm

Dal carcere francese in cui è rinchiuso, il comandante Carlos analizza la situazione in Palestina

“Quello che sta facendo l’Hamas è copiare il sistema vietnamita” – Intervista con Ilich Ramírez Sánchez

AUTORE: Fausto GIUDICE
Tradotto da Manuela Vittorelli

Dalla Centrale di Poissy, nella regione parigina, dove sconta il quattordicesimo anno dell’ergastolo al quale è stato condannato dalla giustizia francese dopo essere stato sequestrato dai servizi francesi nel Sudan nel 1994, Carlos, combattente attivo della resistenza palestinese per più di due decenni, segue con attenzione l’evoluzione della situazione a Gaza. Ho avuto modo di raccogliere la sua visione dei fatti in un’intervista realizzata il 1° gennaio, cioè due giorni prima dell’inizio dell’offensiva terrestre israeliana. Per me Carlos è un personaggio storico; non spetta a me giudicarlo, lo ha già fatto la giustizia francese in modo più o meno discutibile. – FG

Ilich Ramírez Sánchez, “Carlos”

«Ben scavato, vecchia talpa!»
Shakespeare, Amleto, citato da Karl Marx (un altro barbuto)

Fausto Giudice. – Sai che Ahmed Saadat è stato appena condannato a 30 anni di carcere?

Ilich Ramírez Sánchez. – Sì.

F.G. – Qual è stata la tua prima reazione?

I.R.S. – È stato un abuso di potere. Innanzitutto è il risultato della situazione in cui si è messo il Fronte popolare di liberazione della Palestina abbandonando la lotta armata all’estero. Ahmed Saadat fa parte della resistenza interna, non lo conosco, ma ho sentito dire che è una persona magnifica e soprattutto un rivoluzionario, questo è quello che ho sentito. Ed è per questo che la repressione contro di lui è stata tanto dura, mentre altri del FPLP sono tranquilli, viaggiano e fanno quello che vogliono, e continuano a vivere in Palestina, no? Perciò deve esserci una buona ragione. In ogni caso quel signore stava lì, prima è stato Arafat a imprigionarlo, poi è finoto sotto la sorveglianza dei britannici e degli statunitensi, che si sono poi ritirati, e infine sono arrivati gli israeliani che l’hanno arrestato nel carcere di Gerico, in Palestina. Dunque, accidenti, una totale mancanza di rispetto della parola data da parte dei governi britannico e statunitense, e dagli israeliani non ci si può aspettare che rispettino qualcosa, non hanno né onore né parola, sono dei criminali fascisti.

F.G. – Senti, la mia prima reazione è stata quella di fare un parallelismo con il tuo caso.

I.R.S. – Si, ci sono degli aspetti paragonabili. Ma è diverso. Nel mio caso è stato una faccenda di soldi. Si sono semplicemente rivolti a un capo di Stato, a un responsabile di lì [il Sudan, N.d.R.], e gli hanno dato dei soldi, non si è trattato di una questione politica, solo di soldi, di soldi. I sudanesi ci hanno venduti tutti, me, Osama Bin Laden, tutti.

F.G. – E non pensi che sia successo anche con la Moqata?

I.R.S. – No, no, no. I piccoli accordi che fanno non li rispettano mai. Quella gente là non capisce che il linguaggio della forza, tutto qui. E il Fronte popolare si era obiettivamente ritirato dalla lotta armata, sotto l’influenza dei compagni sovietici e su consiglio del Partito comunista francese e di altri partiti comunisti ma soprattutto del PCF, hanno abbandonato la lotta internazionale. E la lotta internazionale era la sola che avesse importanza per un’organizzazione come il FPLP, che aveva un buon appoggio delle masse, che non aveva le capacità del Fatah, per esempio, in termini numerici, ma qualitativamente sì, le aveva.
Dunque potevamo colpire forte, all’interno e all’esterno, e così… Ne parlai molti anni fa con Arafat, e lui riconobbe che non poteva più fare niente all’interno e che l’unica cosa che potevamo fare qualcosa, eravamo il FPLP e gli alleati del FPLP. Dunque… questa cosa [la cattura di Ahmed Saadat, N.d.R.), è stata il risultato di una buona operazione, l'esecuzione di quel criminale che era ministro del Turismo, un generale in congedo che molti anni prima aveva assassinato – adesso ti dico perché l'hanno giustiziato – dei compagni palestinesi che avevano preso degli ostaggi in un autobus. Questi compagni alla fine si erano arresi ed erano stati giustiziati per ordine diretto di quel generale. Così avevano ammazzato quei ragazzi del commando. È per questo che vent'anni dopo è stato giustiziato a Gerusalemme. Molto tempo dopo.
Non dimenticare che il FPLP è stato il primo a iniziare la lotta armata. Non è stato nessun altro. Bene, la prima operazione armata in nome della resistenza palestinese è stata condotta dal FPLP-Comando generale di Ahmed Jibril. Sono stati i primi, sotto un altro nome, prima del Fatah. E poi c'è un'altra cosa: la politica di abbandono dei prigionieri. Il FPLP non ha solo abbandonato la lotta armata, ha anche abbandonato i prigionieri, nel senso di liberarli con la forza. Il FPLP-CG, la gente di Ahmed Jibril, scambiava ostaggi con prigionieri politici, e così ha potuto liberare migliaia di prigionieri. E adesso l'Hezbollah ha adottato la stessa linea, l'Hezbollah. Ma purtroppo il FPLP, per farsi invitare al congresso dei partiti comunisti in Europa occidentale, in epoca sovietica, ha abbandonato la questione della lotta armata.
Adesso possono dunque permettersi di colpire il Fronte popolare, di commettere azioni illegali contro Ahmed Saadat, ma nessuno fa niente contro gli israeliani. Il principale responsabile è la dirigenza del Fronte popolare.

F.G. - Ma spiegami una cosa: hanno abbandonato la lotta armata a causa della scomparsa del'Unione Sovietica?

I.R.S. - No, no, no, no. Prima. C'era Ponomarev, che dava sempre consigli, soprattutto ad Abu Ali Mustafa, che era un tipo magnifico, un dirigente – lo conoscevo bene – una persona rispettabile, no? Ma non aveva la profondità di Wali Haddad, che si proiettava, con quel genio strategico che aveva, e questa abilità per le situazioni tattiche, avevamo dei bravi consiglieri arabi, ne conosco alcuni – e non voglio parlarne, perché alcuni sono ancora vivi – non erano necessariamente palestinesi, c'erano dei militari di carriera, brave persone, e c'erano anche persone di grande qualità che si incaricavano dei commando, tra cui mi misi in luce anch'io. Capisci? E quando queste posizioni sono state abbandonate, be', c'erano le posizioni politiche di Wali Haddad, che a volte, be', erano un po'... Wali Haddad era uno di destra, ma la sua linea strategica era corretta: bisogna colpire il nemico in modo che non si senta sicuro in nessun posto. Nessun dirigente, nessun responsabile [sionista, N.d.R.] deve sentirsi al sicuro in alcuna parte del mondo. Ovunque si trovino, devono avere paura. E quando è stata abbandonata la lotta armata si è perduta l’arma principale di cui disponeva la resistenza palestinese.

Schema di un complesso sotterraneo del FLN nel Vietnam del Sud

F.G. – Senti, andiamo all situazione attuale a Gaza. Ho parlato con un militante dell’Hezbollah che mi ha detto che la situazione non è poi così negativa per l’Hamas, che il movimento non è stato colpito militarmente e le sue forze sono intatte, ma non so cosa potrebbero fare, perché non hanno lo spazio minimo di cui almeno disponeva l’Hezbollah nel sud del Libano, no?

I.R.S. – Senti, io credo che quello che l’Hamas sta facendo è copiare il sistema vietnamita. L’Hamas non ha inventato niente. Quello che ha fatto è stato sviluppare la questione vietnamita, con i mezzi che le hanno dato i fratelli, i compagni iraniani. Dunque, quando l’ultima volta [gli israeliani, N.d.R.] hanno invaso [il Libano, N.d.R.], hanno ricevuto un colpo molto duro perché non erano preparati a questo tipo di lotte sotterranee nel sud del Libano, bombardavano di qua, attaccavano di là ma gli altri uscivano dall’altra parte e li colpivano, li colpivano. È questo che sta per avvenire a Gaza. E sono sicuro che si sono preparati… In realtà in questo caso c’è stata una provocazione dei palestinesi contro gli israeliani. In che senso? Li stanno colpendo, cioè sfidando, con armi leggere.
Perché una compagnia di guardie di frontiera israeliane ha più armi di tutta la resistenza palestinese di Gaza. E perché questa provocazione permanente? […] Non è una cosa gratuita. Non sono pazzi. I Fratelli musulmani sono persone molto serie. A parte la questione ideologica… Ma la confraternita dei Fratelli musulmani, fondata negli anni Venti da Hassan El Banna al Cairo, è un’organizzazione dalla struttura, non l’ideologia, leninista – perché dal punto di vista sociale è un’organizzazione piccolo-borghese che rappresenta gli interessi del suk, non sono dei rivoluzionari ma dei riformisti – ma con una struttura leninista.
E questo ha consentito loro di sopravvivere alla peggiore repressione che si possa immaginare. Nessuno è stato più oggetto di repressione nel mondo arabo dei Fratelli musulmani, neanche i comunisti. Né i palestinesi né nessun altro. E questa gente è sopravvissuta, è cresciuta e si è consolidata ed è stata la base, proprio come il FPLP, da cui sono usciti tanti altri movimenti e organizzazioni in tutto il mondo, che si sono sviluppati nella lotta armata con questa base di esperienza palestinese; tutti i jihadisti che lottano oggi, fino all’Afghanistan, hanno le loro origini nei Fratelli musulmani. Il fatto che io non sia d’accordo con Al Qaeda, con quel tipo di strategia e di tattiche definite “terroristiche” di Al Qaeda non significa che non ci sia un legame storico: il Dottor Al Zawahiri è un dirigente importante dei Fratelli musulmani, il Jihad islamico viene dai Fratelli musulmani. Yasser Arafat era dei Fratelli musulmani. Yasser Arafat era responsabile dei Fratelli musulmani nella direzione del Cairo, all’inizio degli anni Cinquanta. Questo va riconosciuto. La lotta dei Fratelli musulmani in Siria è stata terribile, terribile: non ci fu solo una repressione brutale da parte del regime siriano che riuscì quasi a sterminarli, ci furono centinaia e centinaia di fratelli siriani assassinati. Questa gente sa quello che fa. Io credo che il loro obiettivo sia quello di provocare un intervento terrestre degli israeliani, perché a Gaza, a parte la strada principale, dalla parte della spiaggia, della zona costiera, non ci sono altre vie d’ingresso, cioè c’è una linea diretta, la strada principale…

F.G. – … È un viale…

I.R.S. – Sì, sì, è un viale. Non puoi entrarci con un carro armato a meno di distruggere tutte le case, capisci. E là li massacreranno. Non dimenticare che si tratta in realtà di una lezione dell’esperienza vetnamita. Questa tecnica di scendere sottoterra, sono stati i tedeschi dell’est a trasmetterla. Per esempio è così che sono sopravvissuti all’attacco delle Forze libanesi a Tell Al Zaatar, nel 1976, ricordi?

F.G. – Sì…

I.R.S. – A Chatila, i sotterranei non furono scoperti dalle Forze libanesi e i combattenti del FPLP di Chatila sopravvissero al massacro.

F.G. – Ah sì?

I.R.S. – Erano a Chatila, sotto terra. A Sabra non c’erano sotterranei e furono uccisi. È un’esperienza vietnamita che è stata trasmessa dai tedeschi dell’est. E credo che quelli dell’Hamas, e anche del Jihad islamico, del Fronte popolare, ma anche del Fatah, perché la maggior parte di quelli del Fatah non sono agenti della CIA né corrotti né ladri. La maggior parte del Fatah sono palestinesi puri. L’Hamas ha vinto le elezioni. Chi l’ha votato? Quelli del Fatah! I cristiani hanno votato l’Hamas! La maggioranza non era gente dell’Hamas, ma voleva un buon governo onesto. Dunque tutti i combattenti di Gaza, le brave persone, perché c’è stata una piccola guerra civile che ha liquidato i corrotti, compresa la gente delle tribù, sono di certo armati, anche loro combatteranno. Loro [gli israeliani, N.d.R.] stanno colpendo per schiacciare la popolazione civile, ma la gente è abituata a soffrire, purtroppo. E dove potrebbero andare? L’importante è che ci saranno ripercussioni internazionali, non per Israele – perché loro con noialtri ci si puliscono il culo, Israele è un paese fondato sulla menzogna, sulla falsificazione storica…

Il fatto è questo: la seconda guerra mondiale, la persecuzione degli ebrei è una delle pagine nere della storia contemporanea e non si sa ancora il numero di vittime, ma sono scomparse centinaia di migliaia di persone, non si sa ancora esattamente come, perché non permettono che si facciano delle ricerche, che si faccia l’elenco dei nomi delle vittime delle persecuzioni naziste. E questa gente, questi sionisti che stanno in Israele sono complici di quella persecuzione [...], sono razzisti, sono razzisti contro gli altri ebrei, gli ebrei che vengono dall’Iran, dal Marocco e che sono malvisti dai bianchi, gli ashkenazi, che non hanno neanche una goccia di sangue semita […]
Il solo modo di agire è quello di Saddam. Non bisogna dimenticare che fu Saddam a mantenere i palestinesi di Gaza, soprattutto di Gaza. L’aggressione contro l’Iraq aveva a che fare con Gaza. Manteneva Gaza, tutti i soldi arrivavano a Gaza. E anche dall’Iran. Durante la prima Intifada il primi soldi che arrivarono in Palestina venivano dall’Iran, era stato l’Iran a mandarli all’organizzazione di Abu Nidal. E anche Saddam ha donato molti soldi alla resistenza. In ogni caso i palestinesi adesso verranno certamente colpiti, ma non schiacciati. E in fin dei conti è una questione internazionale. Se migliaia di persone scendono nelle strade di Parigi e Londra per protestare, significa che la gente vuol dire che, accidenti, è un problema gravissimo, un crimine contro l’umanità, dei crimini di guerra permanenti, quotidiani, ininterrotti, e lo dice davanti alle telecamere di tutto il mondo, della CNN e di Al Jazeera…
Dunque vanno a colpire i responsabili della resistenza palestinese a Gaza, soprattutto quelli dell’Hamas, ma non solo quelli dell’Hamas, però per farlo avranno bisogno di entrare a Gaza e di combattere corpo a corpo e in quel momento gli israeliani saranno in una posizione di debolezza, accadrà quello che è successo nel sud del Libano, ma naturalmente ci saranno migliaia di morti tra i civili palestinesi. Vedremo. C’è di buono, per i palestinesi e per la resistenza araba, che i popoli arabi sono solidali. E il governo egiziano traditore apparirà per quello che è. Perché chiude la frontiera? Perché?

F.G. – Sai che hanno chiamato Dahlan al Cairo, vero?

I.R.S. – Be’, si sa bene chi è Mohamed Dahlan, no? Mohamed Dahlan è l’uomo degli Stati Uniti e della CIA: Apertamente, non si nasconde.

[…]

Un tunnel sotterraneo a Rafah, sotto la frontiera con l’Egitto

Originale: Basta! Journal de marche zapatiste e Tlaxcala

Articolo originale pubblicato il 5/1/2009

L’autore

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.

URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=6757&lg=it

LA TERRA DI CANAAN: 05/01/2009

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Cosa scrivevano i nazisti, in difesa della grande Israele

In Culture ed opinioni, Sionismo, guerre, killer, politica resistenza on 7 Gennaio 2009 at 1:38 pm

Mi sono andato a cercare un pezzo del Main Kampf in cui si parla dell’uso del terrorismo per conquistare il potere e dare alla Germania lo “spazio vitale”.
L’ho letto e riletto, fatelo anche voi e poi ditemi se le mie riflessioni sono correte.

” Né la moralità, né la tradizione germanica possono negare l’uso del terrore come mezzo di battaglia.

Noi siamo decisamente lontani da esitazioni di ordine morale sui campi di battaglia nazionali. Noi vediamo davanti a noi il comando della Croce, il più alto insegnamento morale del mondo: Cancellate – fino alla distruzione. Noi siamo in particolare lontani da ogni sorta di esitazione nei confronti del nemico, la cui perversione morale è accettata da tutti.
Ma il terrore è essenzialmente parte della nostra battaglia politica alle presenti condizioni e il suo ruolo è ampio e grande.

* Ciò dimostra, a chiare lettere, a coloro che ascoltano in tutto il mondo e ai nostri camerati scoraggiati fuori le porte di questo paese che la nostra battaglia è contro il vero terrorista che si nasconde dietro le sue pile di carta e di leggi che egli ha promulgato.
* Non è diretta contro il popolo, è diretta contro i rappresentanti. Finora ciò è efficace.
* Se scuoterà anche lo stato dalla sua compiacenza, benissimo.

Solo così inizierà la battaglia per la liberazione.”

Azz, mi sono sbagliato! Qualche imprudente ha cambiato qualche termine (in rosso) e falsificato il testo. In realtà si tratta di un “articolo intitolato “Terrore” su He Khazit (“Il Fronte”, un giornale del Lehi in clandestinità), n. 2, Agosto 1943″
Appartiene a quell’organizzazione sionista che si battè a colpi di bombe per far nascere lo stato di Israele.
A momenti ci cadevo anch’io nell’inganno.

Gaza e la bandiera che brucia

In Culture ed opinioni, Sionismo, guerre, killer, politica resistenza on 3 Gennaio 2009 at 9:49 pm

Questo documentario è stato girato a Gaza qualche anno fa (2003). Uno dei cameramen protagonisti, James Miller, è stato ucciso durante le riprese.Tratta di come si vive e muore da quelle parti. E’ il destino dei palestinesi, così come lo è stato degli armeni e dei curdi da altre parti. Alcune delle immagini mi ricordano scene che ho visto in altri paesi in giro per il mondo. Convive lì la resistenza di un popolo con la loro determinazione a cercare di sopravvivere. I bambini, gli stessi che muoiono in questi giorni, sembrano rassegnati e coscienti che non esistono altre strade al martirio ed alla resistenza. Quello che oggi hanno è Hamas.
E’ un popolo, quello che vive a Gaza, figlio della pulizia etnica fatta dai sionisti israeliani quando con la forza occuparono quelle terre. Nella quasi totale indifferenza affermarono un diritto inesistente ( edificare lo stato Israeliano) con la forza del terrorismo prima e delle armi poi.
Quello stato è nato così. Sulla prevaricazione e sulla base della legge del più forte. Per difendere quel diritto loro combattono ragazzini che tirano pietre ai loro carri armati ; ragazzini che diventeranno martiri e che si faranno esplodere tra di loro.

Qualche tenerone è sensibile alle bandiere bruciate.
Vi faccio una domanda, ma voi l’avreste bruciata la bandiera Italiana con il fascio littorio o quella tedesca con la croce sapendo bene cosa è il fascismo e cosa è il nazismo? Io si. Probabilmente avrei messo qualche bomba da qualche parte. Terrorista? Si, anche se preferisco il termine di sovversivo o di resistente.

Se fossi un ebreo me ne andrei semplicemente da Israele e non mi farei complice di un genocidio. Perché di questo si tratta.

Al compagno che censura i commenti.

In kilombo on 3 Gennaio 2009 at 11:38 am

Il compagno berardo ha ricommentato dopo aver ricancellato il mio sul suo blog.Per par condicio l’ho cassato anche io, però una cosa gliela voglio scrivere a questo indomito No Tav e no a tutto e pure no Hamas (a proposito eri con noi a prenderti le botte due anni fa in val di Susa, o fai finta pure te. Curiosità, quando il terrorismo lo praticava il buon Arafat ti stava bene perché a lui hanno dato il nobel della pace?)

“E così tu saresti contro l’impero!Come il compagno Toni. Solo che quello è uno serio e si è fatto un pò di galera.Capita a quelli che sono contro l’impero. Però noto non disdegni la pubblicità come la censura nei confronti di quello che non ti garba.Non è che sei un peacereporter modello Stalin?
Una bella coerenza.Capita, di solito, quando il buco del culo è collegato al vuoto del cervello. Ma non sarà questo di sicuro il caso (si spera).Noto che hai i simboli giusti ne tuo blog, come con la madonna di Pompei per i cattolici,tutti in bell’ordine e pure con la citazione di Gramsci. Solo che quelli da soli non bastano.Conta quello che fai non quello che vorresti essere guardando la TV con la coca in mano e sparando cazzate.Quindi, caro il mio bel ragazzino, tra un pò ci sarà da fare qualcosa contro l’impero qui dalle mie parti in Val di Susa.Vediamo se ci hai le palle.

UP DATE
Il compagnuccio Berardino violetta mi ha censurato anche su Kilombo. Allora la mia era una speranza vana, oltre che coincidenza tra sfintere e cervello s’avanza anche una certa confusione sotto il cielo.Domani Berardino sarà in prima linea a manifestare (con le Carc accidentlina)contro tutto e tutti Israele ed Hamas, l’informazione e l’impero.
A me sta gente sta tanto sui coglioni e non li sopporto proprio più, i guerriglieri da TV.

Federal reserve, eliminarla è una priorità?

In Culture ed opinioni, economia on 2 Gennaio 2009 at 10:50 am

Come funziona la federal reserve? 
Basato sulla la storia americana e sulla scuola austriaca di economia, con interviste a Ron Paul, Joseph Salerno, Hans Hoppe e Lew Rockwell, questo documentario è la spiegazione più chiara e completa sulla Federal Reserve. L’opinione è quella di chi afferma che” eliminarla deve essere una priorità assoluta”

Isaiah Berlin e la libertà negativa

In Culture ed opinioni, economia on 1 Gennaio 2009 at 3:03 pm

Mi limito a proporre la terza parte di questo documentario che si intitola “The trap- what happened to our dreams of freedom”.
e che ha in Isaiah Berlin il suo punto di riferimento.
Il tema che viene svolto è relativo a come i suoi “principi” siano stati seguiti nel periodo della guerra fredda, ciò che hanno prodotto e ciò che in modo distorsivo continuano a produrre. Contraddicendo, in questo, la visone ideale di “società plurale” in grado di accettarsi in quanto tale ed attenta a non limitare in alcun modo la libertà dell’individuo. Mi chiedo se la libertà negativa a cui lui pensava fosse veramente di stampo “liberale” nella sua essenza autentica o piuttosto non strizzasse l’occhio ad una sorta di “anarchismo” utopico refrattario all’idea di qualsiasi tipo di costrizione, in grado di liberare le energie positive dei singoli e nello stesso tempo di ritrovare una sorta di armonia sociale nel confronto dinamico tra interessi ed aspettative di tipo diverso.
Come tutti i “sogni” anche questo sembra destinato, nel film, a trovare soddisfazione solo in qualche dibattito filosofico di tipo elitario. In conflitto con quella che è la vita di tutti i giorni, il modo in cui viene manipolata e l’impatto che i principi, nel momento in cui si tenta di realizzarli nelle “cose concrete” della politica, hanno nella vita materiale delle persone.

“Isaiah Berlin, russo inglese ebreo, come amava definirsi, era nato a Riga nel 1909. Da bambino si era trasferito con la famiglia a San Pietroburgo, dove era stato testimone della Rivoluzione bolscevica. Nel 1921 l’intera famiglia era emigrata in Inghilterra, dove Berlin ha potuto compiere i suoi studi. È stato professore di Teoria sociale e politica a Oxford e presidente della British Academy. È morto a Oxford nel 1997. Attento studioso del pensiero di Machiavelli, dell’Età illuministica e del Romanticismo, tra le sue opere più famose ricordiamo: Karl Marx: vita e ambiente (1939), Due concetti di libertà (1958; poi pubblicato in Quattro saggi sulla libertà, 1969), Vico e Herder (1976), Il riccio e la volpe (1986; originale Russian Thinkers, 1978), Il fine della filosofia (2002), Controcorrente (1979), Impressioni personali (1980), Il legno storto dell’umanità. Capitoli della storia delle idee (1990), Il mago del Nord: J.G. Hamann e le origini dell’irrazionalismo moderno (1993), Il senso della realtà (1996), Le radici del romanticismo (1999).
L’aspetto più interessante della filosofia di Berlin è la riflessione sul concetto di libertà in ambito politico, tema presente nella lezione inaugurale del 1958 avente per tema i Due concetti di libertà. Sulle orme di Kant, egli distingue tra una libertà positiva (che è la libertà di: libertà di fare o di essere qualcosa) e una libertà negativa (che è libertà da: libertà dalle intrusioni altrui nel mio agire). La libertà positiva non è mera capacità di fare qualcosa: è, piuttosto, una forma di autodeterminazione, di agire in maniera non eterodiretta. La libertà positiva deriva dal desiderio dell’individuo di essere padrone di se stesso. A tutta prima, la libertà positiva e quella negativa possono sembrare alquanto vicine tra loro, nella misura in cui la prima si identifica con l’essere padroni di sé e la seconda si risolve nel non trovare ostacoli nelle proprie scelte: se però volgiamo lo sguardo alla storia, ci accorgiamo che queste due forme di libertà hanno avuto sviluppi ben diversi e, a ben vedere, conflittuali. Infatti, la libertà negativa è stata propugnata dai politici liberali, quella negativa dai socialisti. Si tratta però, rileva Berlin, di tentare di coniugare queste due forme di libertà, storicamente confliggenti. Oltre che strenuo difensore della libertà, Berlin è anche difensore del pluralismo: saldamente convinto dell’impossibilità di determinare univocamente che cosa si debba fare o evitare, il nostro autore è contrario a ogni forma di autoritarismo e a ogni tipo di uniformità imposta dall’alto (dalla Chiesa, dallo Stato, dal Partito, ecc.). Forte di questa convinzione, egli si propone di difendere – in sintonia coi liberali – il diritto degli individui ad autogestirsi. Per questo motivo, egli è alfiere di una visione pluralistica del mondo, fondata sul concetto di molteplicità irriducibile di modi di vivere e di pensare. Berlin ama ricordare un verso dell’antico poeta Archiloco: “la volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande”. Gli studiosi hanno sempre letto questo verso in maniera banale: la volpe, pur essendo infinitamente più astuta, viene sconfitta dall’unica difesa di cui il riccio dispone. In opposizione a questa lettura scontata, Berlin ne propone un’altra, più profonda: l’immagine del riccio e della volpe può essere assunta come metafora delle più profonde differenze che distinguono gli individui; di questi, infatti, alcuni (i “ricci”) riferiscono ogni cosa a una visione centrale, a un sistema coerente e articolato, dotato di regole ben precise; altri (le “volpi”), invece, perseguono molti fini, non di rado disgiunti e contraddittori, mancanti di un principio morale o estetico. Questa seconda tipologia di individui – dice Berlin – compie azioni “centrifughe”, non “centripete”, poiché il loro pensiero di muove su parecchi piani e coglie una varietà di esperienze e di temi senza riportarli a una visione immutabile. Grandi artisti che hanno agito da “ricci” sono – così dice Berlin in Il riccio e la volpe – Dante, Platone, Lucrezio, Pascal, Hegel, Dostoevskij, Nietzsche, Ibsen, Proust; simili alle volpi, invece, sono stati Shakespeare, Erodoto, Aristotele, Erasmo, Molière, Goethe, Puskin, Balzac, Joyce, Montaigne. I ricci sono monisti, le volpi sono pluraliste. Berlin ha indagato in sede sia storico-politica sia teorico-psicologica l’atteggiamento della volpe e del riccio, mettendo in luce come la tentazione monistica (del riccio) è vecchia quanto l’uomo e poggia sull’esigenza di superare la scissione – che l’uomo avverte sempre di nuovo in sé – attraverso la ricomposizione di una totalità pacificata. La concezione del riccio si sostanzia di due grandi convinzioni: a) che il reale sia unitario e che, in ultima analisi, i fenomeni siano riconducibili a tale unitarietà (con la scienza, la metafisica, la religione, ecc); b) che esista una “situazione finale” in grado di appianare tutti i problemi e di conferire un’unità decisiva a tutti i valori. Più in generale, il monismo del riccio (identificabile ora con la teologia, ora col socialismo, ora col platonismo, ora con certo illuminismo) poggia sul presupposto che le vere domande abbiano una risposta soltanto, che la strada per giungere alla verità sia una e che tutte le verità parziali siano compatibili fra loro e vadano a formare un’unica, grande verità. Al contrario, il pluralismo della volpe ha come suoi tratti distintivi: a) la convinzione che non l’unità, bensì la pluralità rappresenti l’essenza del mondo; b) il rifiuto di ogni situazione finale capace di garantire la soluzione armonica di tutti i problemi e di tutti i conflitti valoriali. In quanto legato a esigenze archetipiche, il monismo è assai più diffuso del pluralismo e mira alla ricerche di certezze unitarie, in grado di conferire un fondamentale senso di sicurezza. Alla luce di questi presupposti, Berlin instaura un parallelismo tra monismo e agorafobia, ovvero tra la ricerca filosofica dell’unità e la ricerca nevrotica di un luogo chiuso e rassicurante. Al contrario, il pluralismo è non di rado il frutto di una claustrofobia storica, vale a dire di una condizione di conformismo e di ristagno intellettuale che genera richieste di maggiore luce e si traduce in una rottura con le vecchie fedi e con le vecchie istituzioni. Scrutando le vicende dei ricci monisti e delle volpi pluraliste, Berlin non esita ad addossare al monismo la responsabilità per le feroci dittature che hanno caratterizzato il XX secolo: in particolare, l’assunto da cui esse sono scaturite – e che è tipico del monismo – è quello secondo cui, da qualche parte e in qualche momento, possa esserci una soluzione finale in grado di risolvere tutti i problemi. In forza di questa considerazione, Berlin è convinto che il nostro tempo abbia bisogno non già di fedi o di certezze scientifiche, bensì di un minor grado di formalismo monastico e di zelo messianico: in altri termini, ciò di cui abbiamo bisogno oggi è lo scetticismo, sapientemente unito a una buona dose di tolleranza. A tal proposito, l’adagio del perfido Talleyrand – “sourtout pas trop de zèle” – suona assai più auspicabile e più umano rispetto alla pericolosissima pretesa di uniformità del virtuoso Robespierre, specialmente in un’epoca di avanzato sviluppo tecnologico capace di produrre strumenti di distruzione. ” fonte:http://www.filosofico.net/berlin.htm